domenica, 8 Dicembre, 2019

Una riflessione sul Riformismo

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In questo periodo abbiamo sentito parlare ripetutamente, e da più parti, di Riformismo, oppure di intenzioni riformatrici che per certuni fanno il paio o il tutt’uno col primo, una equiparazione che a me sembra francamente piuttosto impropria e forzata, ma che può essere nondimeno sufficiente, ad opinione di qualcuno, per mettere in secondo piano, e in qualche modo “oscurare”, il progetto liberal riformista di cui ha parlato su queste pagine anche il Direttore dell’Avanti (e non è stata la sola voce in proposito).
Io ritengo che la nascita di un soggetto ad impronta liberal riformista, nell’ambito della sinistra, avrebbe trovato apprezzamento anche in chi, pur non appartenendo alla sinistra, o perlomeno a quella attuale, vedrebbe con favore un competitore che non demonizza l’avversario politico e le idee che questi rappresenta, ma vi si contrappone con altrettanti e differenti idee, anche in maniera dura e tenace, pur senza tuttavia evocare e paventare pericoli vari per la democrazia (quali sovranismo, fascismo, populismo, razzismo, ecc…)
Io non so se con l’ultimo evolversi delle cose, gli ideatori o ispiratori del disegno liberal riformista abbiano desistito dal loro progetto, anche in via più o meno definitiva, essendosi lasciati semmai convincere o “sedurre” dai propositi di chi, a parole, si dice orientato ad una azione riformatrice, ma io credo che la cultura riformista sia qualcosa di più organico e radicato, ossia meno contingente, e che si manifesta nel corso degli anni attraverso indicatori e segnali che ne compravano l’autenticità, e di fatto la “certificano”.

“RIFORMITE”
Non è, per dirla in altro modo, quella linea di pensiero che qualcuno definisce “RIFORMITE”, verosimilmente per distinguerla dall’operare politico che può invece vantare una collaudata identità riformista, messa alla prova dal tempo e dagli eventi, e se da un lato non può dubitarsi a priori, e in via preconcetta, degli intenti di chicchessia, non posso però scordare che con la fine del vecchio PSI vi fu chi cercò di vestirne i panni, definendosi socialista, pur mancandogli trascorsi e presupposti per accreditarsi come tale.
In buona sostanza, fatico a riconoscere come RIFORMISMO una cultura politica dal garantismo a fasi alterne, o a senso unico, ed i cui precedenti annoverano l’acerrima ostilità a Craxi, condotta nei termini a noi ben noti, poi fu la volta del Cav., andando in ordine cronologico, ed ora la “contestazione” è toccata al leader leghista, al punto da far esultare qualcuno per la “desalvinizzazione” del Paese, il che mi pare un po’ “eccessivo”, e questa mia “tesi” mi sembra confortata dal pensiero di un rinomato storico-politologo.
Detto pensiero, riportato in questi giorni sulla stampa, mette in guardia dal credere che la demonizzazione del “nemico” possa recare vantaggi elettorali – porta semmai, aggiungo io, a radicalizzare le rispettive posizioni, allontanandole sempre più – e se non ne ho frainteso le parole, mi pare di potervi anche cogliere una sorta di “rimprovero” ad una sinistra che sembra persistere su tale strada, ed è proprio una delle ragioni per cui mi sento autorizzato a dubitare che al suo interno possa realizzarsi un vero RIFORMISMO.

Paolo Bolognesi

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