domenica, 23 Febbraio, 2020

Una rondine fa primavera se…

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La vittoria prestigiosa in Emilia-Romagna può smentire il saggio detto popolare” Una rondine non fa primavera” se il PD saprà trarne la lezione che merita. Si sprecano le dichiarazioni di circostanza come quella di Del Rio che auspica a partire dal partito un ruolo più incisivo degli amministratori locali senza un accenno alla colpevole latitanza del PD ogni volta che inanellava sconfitte a ripetizione negli ultimi due anni, una delle omissioni più gravi della gestione Renzi e con lui di tutto il PD. Eppure alla nascita del PD la dote più preziosa e consistente era rappresentata dai quadri locali sia di estrazione comunista che democristiana, che per tutta la guerra fredda avevano da soli o con alleati garantita l’alternanza democratica nel Paese fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989. Per oltre 10 anni la maggioranza assoluta, specie delle regioni, è stata appannaggio del PD. Poi è cominciato lo sgretolamento senza che nel PD ci fosse un sussulto di riequilibrio delle rappresentanze tra livello centrale sempre più accentrato e quello locale sempre più subalterno.

Eppure sia Renzi sia Del Rio sia lo stesso Zingaretti sono passati almeno attraverso due livelli di quello Stato delle autonomie che è la scuola costituzionale per eccellenza della nuova classe dirigente. Infine le Regioni, in forza della loro autonomia statutaria, rappresentano la cerniera ideale col Parlamento, invece si sono ridotte a contendere nuove funzioni allo stato centrale riproducendo il tanto vituperato centralismo statale per il numero delle regioni perdendo ogni slancio verso la scelta di sussidiarietà con comuni e province. Ed a proposito di Province, va ricordato che la loro tentata eliminazione fu richiesta per prima da FI ed altri più o meno inconsapevolmente si associarono senza avvertire che si aboliva un segmento essenziale dello Stato delle autonomie. Basterebbe ricordare che in un Paese a stragrande maggioranza assoluta di comuni piccoli e medi, è impossibile esercitare le deleghe regionali nell’ottica della sussidiarietà sicché il risultato scontato è un accentramento di gestione nei poteri regionali, in rincorsa col potere centrale, disattendendo il principio del riequilibrio regionale a partire dai servizi essenziali come premessa del riequilibrio nazionale. Essendo saltato il disegno della cancellazione della Provincia in forza della bocciatura referendaria, possibile che le forze politiche più avvertite non rimedino all’errore peraltro incostituzionale della soppressione dell’anima delle province, la loro elettività? Solo un apprendista stregone come Di Maio può definire poltronificio il segmento intermedio tra comuni e regioni perdendone il senso strategico di gradino essenziale per la crescita di una nuova classe dirigente dal basso con l’ampliarsi graduale delle proprie responsabilità!

Ricordo il monito di Sturzo che proprio nei momenti di maggiore difficoltà bisogna ampliare gli spazi di libertà e di partecipazione. Al movimento delle sardine ed ai pentastellati il PD deve offrire spazi partecipativi in grado di tesaurizzare i loro apporti originali e ripristinare quell’ascensore politico formativo che fornisce nuova classe dirigente affidabile non improvvisata. Un esempio eclatante per essere stata finora ignorata più che disattesa è la proposta di legge, che risale al 2015, primo firmatario il senatore pontino Claudio Moscardelli, con cui si cerca di abbattere la barriera architettonica sul piano istituzionale rappresentata dallo scioglimento delle assemblee elettive quando sindaci e presidenti di province e regioni per qualunque motivo siano costretti a lasciare. La novità assoluta di Moscardelli è di aver proposto il modello dell’esecutivo americano del ticket ed un’aggiunta ancor più rivoluzionaria, avendone la possibilità, di introdurre la diversità di genere, un segnale eclatante di apprezzamento per l’altra metà del cielo in un Paese come il nostro sfigurato dai femminicidi quotidiani. Dulcis in fundo avanzare la proposta, in concomitanza con le prossime politiche, di eleggere un’Assemblea costituente per la revisione della nostra Carta, i cui membri siano incompatibili con gli incarichi parlamentari, di governo o sottogoverno.

Ridisegnare la casa comune di tutti gli Italiani deve essere compito accessibile a tutte le forze esistenti ed emergenti anche quelle che dichiarano di non voler diventare partito. Questa mia proposta risale all’elezione di Veltroni a segretario del PD auspicando l’elezione dell’Assemblea costituente alle elezioni europee. La motivazione inoppugnabile nel nulla di fatto di tutte le bicamerali che si sono avvicendate nonché la bocciatura referendaria dei testi parlamentari approvati da Berlusconi prima e da Renzi dopo.

Roca

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