mercoledì, 27 Gennaio, 2021

UNA RUOTA QUADRATA

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Il 4 dicembre il Censis ha presentato il suo Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese. L’immagine evocata dal Rapporto per sintetizzare il difficile momento attraversato dal nostro sistema economico-sociale è quella di “una ruota quadrata che non gira.” La pandemia ha infatti squarciato il velo sui ben noti problemi che affliggono da anni l’Italia, accentuandoli drammaticamente: il cattivo funzionamento della sanità e della scuola, la modesta dinamica dell’occupazione e del Pil, l’andamento insoddisfacente dei consumi e degli investimenti.
In questa drammatica e imprevista situazione gli italiani si sono aggrappati allo Stato come a un salvagente. Diversamente infatti da quanto avvenuto nel dopoguerra, in cui era stata l’iniziativa privata il fattore principale della ricostruzione, questa crisi ha rivelato il bisogno degli italiani di ritrovare il sentiero della crescita affidandosi allo Stato. Oggi il 40% degli italiani pensa che aprire un’attività in proprio sia un azzardo. I trasferimenti della “bonus economy” – 26 miliardi di euro, secondo le stime Inps, per una platea di 14 milioni di italiani – sono stati gli unici argini alla profonda frattura, mai così evidente, avvenuta fra “garantiti” e “non garantiti”. Argini spesso insufficienti, ma per i quali il 58% degli italiani si dice disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute e il 38% è pronto a rinunciare ai diritti civili in cambio di un maggior benessere economico.
Si sono innescati sia meccanismi di auto-difesa, come l’incremento della propensione al risparmio da parte di chi se lo può permettere, sia sentimenti di rancore sociale, in base ai quali il 77% degli italiani chiede pene severissime per chi non indossa le mascherine, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento e il 57% vuole il carcere per i contagiati che non rispettano le regole della quarantena e dell’isolamento. A questo si aggiunga che il 77% è fermamente convinto che chi ha sbagliato nell’emergenza, – politici, dirigenti della sanità o altri soggetti – deve pagare per gli errori commessi, il 31% non vuole che vengano curati (o vuole che vengano curati solo per ultimi) coloro che per i loro comportamenti irresponsabili hanno provocato la propria malattia e il 49% dei giovani vuole che gli anziani siano curati dopo di loro.
La crisi, da un lato, ha accentuato le disuguaglianze e creato nuove vulnerabilità, colpendo soprattutto i giovani, le donne, i lavoratori precari, le partite Iva, dall’altro, ha modificato i comportamenti, con l’esplosione del lavoro a distanza e di Internet, la crescita del “corto raggio” (le seconde case) e del turismo di prossimità. A farne le spese sono stati i voli aerei, gli spostamenti sulle grandi distanze, i centri storici. Sono aumentate l’inquietudine e la sfiducia. Solo il 28% degli italiani ha fiducia nelle istituzioni europee, contro una media Ue del 43%, ponendo l’Italia all’ultimo posto nella classifica europea.
Quando sarà finita la pandemia, il Paese si troverà ad affrontare i problemi strutturali di sempre che nel frattempo si sono aggravati. Come sottolinea il Censis, l’Italia ha bisogno di tornare a credere in sé. Non bastano “parole tanto rassicuranti quanto povere di significato” come resilienza, mobilità sostenibile, digitalizzazione dell’azione amministrativa, rete unica ultraveloce, economia verde, investimento sui giovani.” Occorrono invece “interventi concreti e in profondità”, in grado di rinsaldare il Paese “in un partecipe desiderio di ricostruzione”. Le priorità vanno ricercate su alcuni temi essenziali. Innanzitutto, sul problema della sostenibilità del debito pubblico, a fronte del preoccupante invecchiamento della popolazione, che richiederà di mettere mano al sistema fiscale, correggendone le iniquità. In secondo luogo, sulla politica industriale e sulla qualità degli investimenti per rafforzare la capacità competitiva delle imprese e la loro capitalizzazione. In terzo luogo occorre ripensare i sistemi territoriali, per quanto riguarda non solo il Mezzogiorno, ma anche le regioni settentrionali, esposte al rischio di diventare “una periferia a minor valor aggiunto dei sistemi produttivi nordeuropei.” Infine, rimane il problema della classe dirigente, – politica, sindacale, istituzionale – che ha risposto bene nell’emergenza della pandemia, ma è ora chiamata a dare prova di sé nel progettare una strategia di medio-lungo periodo.

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