lunedì, 26 Ottobre, 2020

Una terza via?

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Continuiamo a ragionare su di noi, e sul futuro che ci attende. L’Avanti, finché lo dirigo io, è un giornale libero dove tutti i socialisti, ma anche i loro interlocutori, possono scrivere per esprimere opinioni anche in dissenso con quelle del suo direttore. Direi che l’Avanti é innanzitutto un giornale di dibattito e di approfondimento più che di notizie, come ovvio che sia visto la struttura oltremodo snella di cui disponiamo e visto che non è solo arduo, ma anche un po’ comico, mettersi a fare concorrenza coi giornali di grande tiratura, peraltro oggi tutti in vistoso calo di vendite per l’affermazione dell’online. Rispondo così ai miei critici, ai compagni e amici che hanno risposto al mio editoriale intitolato “Le due vie” sostenendo che ce n’è una terza e questa terza sarebbe costituita dal rafforzamento del Psi. Come se nel mio editoriale si proponesse un Psi più debole. Mi pare che questa terza via sia implicita negli assertori della prima e anche in quelli della seconda via. Anche coloro che vorrebbero intrupparsi nell’asse Pd-Cinque stelle vorrebbero farlo da posizioni di maggior forza. Non parliamo poi di coloro che preferirebbero far parte di un nuovo polo riformista competitivo col Pd. Potremmo dire che questa cosiddetta terza via é un po’ la premessa della prima e della seconda. Per fare un Psi più forte occorre non solo proclamarne la necessità ma scovare idee innovative, ingaggiare battaglie originali, vincere la coltre del silenzio che ancora ci avvolge. A chi contrappone una politica di contenuti a una delle alleanze, voglio solo ricordare i miei quattro articoli pubblicati sull’Avanti dal titolo “Ritorno al futuro” in cui ho tentato di lanciare nuove proposte su quattro temi: sanità, economia, burocrazia e istituzioni. Non ho intenzione di ricordare le idee che ho avanzato rispetto a ciascun argomento, e che ruotano attorno alla globalizzazione della politica, oggi che sia l’economia, sia la finanza, sia la malattia, sono diventate globali. Il mondo nuovo che nascerà dopo il virus dovrà attrezzarsi ad essere più unito e solidale, anche egoisticamente solidale, giacché i sovranismi sono oggi la peggiore utopia del nostro tempo e finiscono per danneggiare i singoli paesi. In questo quadro l’Europa deve compiere passi da gigante verso la sua unità e l’Italia compierne anche di più per i ritardi frutto di un trentennio da dimenticare, in cui la politica è diventata gregaria di altri poteri e si é a sua volta attorcigliata nelle confusioni delle competenze e nelle pastoie della burocrazia. Vogliamo su tutto questo lanciare un decalogo di proposte per il mondo nuovo? E farlo subito, per primi attraverso una conferenza programmatica? Siamo troppo ambiziosi? Ma un partito minuscolo o dispone di idee grandi, più grandi di quelle di un grande partito, o perde il senso politico della sua esistenza. Ovvio che tutto questo non basterà. Potremmo anche fare della conferenza programmatica l’occasione per tentare di aggregare socialisti tuttora dispersi. Ma poi? Chi studiava i meccanismi della politica sapeva che per un partito, grande o piccolo che fosse, occorreva un programma ma anche una politica delle alleanze e che le due cose erano tra loro intrecciate. Quando Nenni lanciò la politica di centro-sinistra si rivolse alla Dc per sondarne la disponibilità e poi, solo poi, con Riccardo Lombardi in primo piano, stese un programma ambizioso. Noi a chi vogliamo rivolgerci? Alle europee abbiamo contratto un’alleanza con Più Europa, in Senato abbiamo costituito un gruppo con Renzi, il solo che a sinistra abbia pienamente rivalutato Craxi. Calenda rilancia il socialismo liberale di Rosselli. Non capisco perché dovremmo guardare da un’altra parte, visto che la terza via elettorale, cioè la presentazione di un simbolo socialista in solitario, soprattutto se saremo alle prese con sbarramenti alti e insuperabili, possono apparire solo esercizi di nobile ma improduttiva testimonianza, alla stregua delle vecchie insegne comuniste e democratico-cristiani che circolano, di quando in quando, sulle schede elettorali. Il più amaro paradosso è quello di dimostrare un’ambizione talmente elevata da finire sotto terra.

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Mauro Del Bue

2 commenti

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    Paolo Bolognesi on

    Giustamente il Direttore ci ricorda la passata regola secondo cui “un partito, grande o piccolo che fosse, occorreva un programma ma anche una politica delle alleanze e che le due cose erano tra loro intrecciate”, ma non possiamo scordarci che erano altri tempi ed erano altresì diverse le forze allora in campo, e Tangentopoli era di là da venire.

    Circa il tentativo di “aggregare i socialisti tuttora dispersi”, obiettivo già di per sé piuttosto arduo, mi sembrerebbe ancora più difficile ed impervio se si partisse dalle alleanze, anziché dal programma, posto che, proprio dopo Tangentopoli, c’è una parte di socialisti che probabilmente non si convincerà mai, o quasi mai, all’idea di andare verso sinistra.

    E visto che nel passato non sono mancati tentativi in questo senso, ossia di “trascinamenti” verso sinistra, credo che detta parte, al di là dei suoi numeri, sia ancora memore di quel precedente, talché difficilmente potrà fare un passo in tale direzione, temendo di ritrovarsi ancora una volta nella situazione di trascinamento cui ho fatto cenno.

    Forse un programma condiviso potrebbe portare ad un qualche riavvicinamento, ma dubito che si possa arrivare a tanto, anche perché vedo non di rado riaffiorare aneliti massimalisti, che mal si sposano con la cultura liberal-riformista, e si rischierebbe pertanto di mettere insieme culture politiche abbastanza distanti, o tra loro poco compatibili.

    E’ poi ineccepibile, almeno sulla carta, il concetto “ma un partito minuscolo o dispone di idee grandi, più grandi di quelle di un grande partito, o perde il senso politico della sua esistenza”, ma nessuno me ne voglia se dico di non aver notato particolari ed “originali” proposte riguardo alla “fase 2” dell’emergenza, per toccare un tema importante e attuale.

    Dopo di che, se i numeri rimangono bassi ci si relega di fatto alla sola testimonianza, che per qualcuno è già sufficiente, anche perché non è cosa da poco, specie se si mantiene coerente, ma altri puntano invece sulle alleanze per alzare i numeri, e in tale loro ottica può aver senso preferire chi a sinistra è stato il solo ad aver “pienamente rivalutato Craxi” (mi riferisco ovviamente a chi teorizza che i socialisti non possono che stare a sinistra)..

    Paolo B. 08.05.2020

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    Paolo Bolognesi on

    Ritorno sull’argomento, per una ulteriore riflessione sul ragionamento fatto dal Direttore in ordine alle due possibili vie per il PSI, quanto ad alleanze, ossia l’ipotesi di “intrupparsi nell’asse Pd-Cinque stelle” oppure quella di orientarsi verso Renzi e Calenda.

    Mi pare che tale suo ragionamento sia rivolto essenzialmente al livello nazionale, che è sicuramente importante, ma l’emergenza in corso sembra dirci che non sia stato da meno, quanto a rilevanza, il ruolo delle istituzioni locali (Regioni e Comuni).

    C’è chi si augura una maggiore centralità delle decisioni – la quale potrà semmai avvenire dietro revisione costituzionale – ma intanto va preso atto che a livello locale si sono fatte scelte delicate e anche difficili, e di ciò v’è consapevolezza nel comune sentire.

    Non trascurerei pertanto la politica locale, anche perché lì vige ancora l’elezione col sistema delle preferenze, e i socialisti di ambedue versanti, disponendo ancora di figure stimate e qualificate, possono ottenere proprie ed autonome rappresentanze.

    Potrebbe essere questa la cosiddetta terza via, mediante la quale puntare al consolidamento e rafforzamento della identità socialista, per poi riguadagnare terreno verso una maggiore visibilità e percettibilità anche sul piano nazionale.

    E proprio riferendomi al piano nazionale, giacché il Direttore scrive che un “partito minuscolo o dispone di idee grandi, più grandi di quelle di un grande partito, o perde il senso politico della sua esistenza”, in questi giorni mi sarei aspettato qualcosa in più.

    Se non erro il PSI ha condiviso la proposta del Ministro dell’Agricoltura, a fronte del bisogno di manodopera nelle campagne, ma andrebbe previsto come andranno “gestiti” gli immigrati temporaneamente regolarizzati, una volta concluso tale loro periodo di lavoro.

    Al di là di come la si possa pensare in proposito, a me sembra un aspetto affatto secondario ed irrilevante, che a mio avviso merita di essere affrontato fin da subito, mentre, salvo sviste, mi è parso di non aver sentito alcunché in proposito, anche da parte del PSI.

    Paolo B. 10.05.2020

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