domenica, 27 Settembre, 2020

Un’Apocalisse incombente su Fiume

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Fiume. La rivoluzione ardita e tradita – Nona parte

L’Aprile del 1920 fu piuttosto agitato sia in Italia che a Fiume, ma non sempre le agitazioni popolari corrisposero ad una vera esigenza di cambiare la situazione a favore dei lavoratori. Molte di esse furono infatti manovrate per conseguire altri fini e furono per questo anche sovvenzionate persino da paesi esteri.
A Fiume il mese iniziò con uno sciopero generale, la situazione diventava sempre più critica per mancanza di approvvigionamenti e per le condizioni di chi, in mancanza di lavoro, era costretto in situazioni sempre più miserevoli.

Le organizzazioni dei lavoratori di Fiume avevano presentato il 6 aprile un memoriale in vari punti al Consiglio Nazionale in cui si chiedeva sostanzialmente di ripristinare il potere d’acquisto degli stipendi, l’obbligo del pagamento dei medesimi in valuta forte, come quella italiana o una equivalente, la necessità di stabilire un salario minimo giornaliero di 15 lire
Alcune delle richieste vennero soddisfatte, come l’aumento degli approvvigionamenti, un calmiere dei prezzi delle derrate alimentari per i più poveri e il pagamento degli stipendi in moneta forte il cui valore sarebbe stato misurato settimanalmente. Non si diceva di quanto né come, ma si riconosceva la necessità di aumentare i salari

La Camera del Lavoro però ritenne insufficiente questa serie di garanzie e provvedimenti e proclamò lo sciopero generale, escludendo sia i servizi pubblici sia ogni eventuale motivazione politica dello sciopero stesso.
Da subito fu particolarmente evidente che l’accordo sarebbe stato molto difficile da raggiungere tra le parti sociali e i datori di lavoro, alla fine si ebbe dunque la necessità di chiedere al Comandante un intervento arbitrale. Di d’Annunzio si sapeva che già aveva preso posizione a favore dei lavoratori, riconoscendo il minimo salariale e lasciando libere le trattative per somme superiori a tale minimo. Egli era infatti ben cosciente delle difficilissime condizioni di vita in cui versavano i lavoratori fiumani.
Tale situazione fu nota anche al governo italiano e Nitti sperò quindi di approfittarne per poter fare entrare i suoi militari “senza colpo ferire” o magari persino con l’appoggio della stessa popolazione insoddisfatta, inviò dunque un messaggio a Caviglia in cui tra l’altro diceva: “Compagni di d’Annunzio dovrebbero intendere che è tempo di finirla se non vogliono screditare oltre causa che affermano difendere. Forse proclamazione sciopero generale di cui telegramma 1527 V.E. renderà più necessario intervento truppe regolari. Mi rimetto in ogni modo allo illuminato giudizio di V.E.”
Non sappiamo di preciso se il Vate avesse cognizione di questo pericolo, ma possiamo esser certi che egli, con incredibile spirito di iniziativa oltre modo creativa, trasformò una vertenza sindacale in una risoluzione quasi mistica. Bisogna dire che tra le altre tante forme in cui l’oltre-uomo dannunziano si era manifestato sino ad allora:…poeta, tragediografo, romanziere, aviatore, siluratore, amante indefesso, e via dicendo..quella del sindacalista trascendentale gli mancava davvero. E, come era già accaduto in precedenza in altre occasioni, ne uscì perfettamente capace di interpretare anche questo ruolo, per lui davvero singolare.

La vertenza si risolse, e Caviglia quindi dovette restare “prudentemente” a guardare, almeno per il momento.
Non solo, ma questa fu per il Vate l’ennesima occasione per uno dei suoi celeberrimi discorsi dal titolo “Questo basta e non basta”..quasi a confermare che non ci sono limiti alla fantasia e alla creatività di un artista anche quando indossa panni a lui piuttosto alieni..
Il salario minimo venne assicurato e le controversie tra lavoratori e datori di lavoro terminarono con lo sciopero stesso.
Una questione sindacale diventava così, nelle parole del Comandante-Vate, una straordinaria scenografia in cui lavoratori, vastità del mattino, accordo con i datori di lavoro e con la natura, e con gli spiriti della terra, diventavano tutt’uno fino a trascendere completamente la realtà contingente. Ma lasciamo che siano le parole stesse di d’Annunzio a tratteggiare il quadro, anche se ne citiamo solo alcune per ragione di spazio.
“Trattavamo del ventre? Stavamo noi davanti a un mucchio di viveri col peso e con la misura?Lesinavamo il boccone e il sorso? Disputavamo con la fame e con la miseria?
Un uomo grasso diceva: “Questo basta”
Un uomo magro diceva: “Questo non basta”
Uno assottigliava la fetta di pane, l’altro la ingrossava. Tagliavano col medesimo coltello, col medesimo ferro. Di ogni parola si sentiva che era passata tra i denti. Si sentiva che l’unghia era l’estremità di ogni gesto. Era la lotta degli uomini dentati e unghiati. Qualcosa di belluino passava di tratto nell’aria indecente
E in quella sala decente c’era veramente la figura della fame, c’era la figura della miseria”
E ancora..la sala non è più una sala ma una fucina per forgiare le parole, un microcosmo in cui si compie un’opera di vita, una azione plastica..
“Il consenso attonito rideva nel bianco degli occhi. Quel sorriso involontario velava con qualcosa d’infantile la vostra rudezza. Ogni sprazzo mi rischiarava il fondo del cuore. Il sangue del fondo diveniva luminosissimo. Mi pareva, a quando a quando, che la voce ne rosseggiasse
L’altra parte resisteva
Ogni ‘no’ faceva tentennare il capo di quella parte ma squassava il vostro come più s’approssimava la sera
Un altro pugno di farina?
No. Vogliamo vivere
Un altro pezzo di pane?
No. Vogliamo vivere.
Un’altra scodella? Un altro osso?
No. Vogliamo vivere.
La fame crea. La discordia crea.
Non ero più un interprete riconosciuto e accettato. Non avevo più parole nel rosso del cuore. Avevo una grande forza improvvisa, come se la sorte mi avesse posto a capo di un altro esercito diverso da quello dei miei legionarii…..
…Non c’era tra voi qualche fabbro che si ricordasse del suo lavoro a vespro, quando i colpi del martello si accelerano per paura che il ferro bogliente (nel testo originale proprio questo è il termine usato da d’Annunzio n.d.r.) si freddi?
Eco che diamo tutto quello che domandate
Vogliamo vivere.

….

Ieri fu compiuta un’azione plastica, un’opera di vita.
Quelli che arano la terra, quelli che scavano il carbone e i metalli, quelli che fondono il ferro, quelli che si consumano all’ardore delle officine, quelli che portano la vita eterna che io porto.
E ieri sera il mio demone, quando si placò il vasto clamore della pazienza vittoriosa e io rimasi solo con le mie mani visibili e con quelle invisibili, il mio demone, mi ripeté in modo mistico il versetto della Genesi: “ Tu sei stato prode e valente col dio e con l’uomo e hai vinto”
E io gli confermai, come colui che aveva acquistato per sé la primogenitura: “Io ho combattuto col dio faccia a faccia”
Se tutti i verbali delle riunioni sindacali avessero tale eleganze e stile, davvero potremmo dire che sarebbe auspicabile che non finissero mai e che le biblioteche ne fossero stracolme. Purtroppo la realtà è molto più prosaica, anche se il Comandante aveva la magia di trasformarla e di trascenderla sempre, in tutte le sue forme e manifestazioni. Lasciando però anche prefigurare, come in questo discorso, una realtà precisa e concreta: quella che fa scaturire il progresso da un fruttuoso accordo tra le parti in causa per il bene comune dello Stato e della popolazione. Una nitida visione politica che troverà attuazione nella Carta del Carnaro.

Intanto però la realtà degli interessi non solo molto prosaici, ma anche derivanti da infime inclinazioni, continuava a ruotare intorno all’opera indefessa di d’Annunzio, trame occulte e sovversive venivano sbandierate in merito alla sorte della città olocausta e persino un giornale come “Il Lavoratore”, notoriamente allora di forte inclinazione socialista ed irredentista, che durante la guerra era diventato il quotidiano più importante e più letto nelle provincie adriatiche, raggiungendo la ragguardevole cifra di 70.000 copie distribuite, non fece mancare le sue fake news, agitando pericoli inesistenti su una sorta di rivoluzione comunista incombente su Fiume. Esso affermava infatti che il segretario particolare di d’Annunzio, Coselschi e il capo delle relazioni “esteriori” Kochnitzchy avevano chiesto aiuto al giornale e ai socialisti, a nome del Comandante, per creare a Fiume una sorta di Soviet sul modello comunista russo e che, al netto rifiuto opposto dal giornale, essi avrebbero manifestato la volontà di conseguire lo stesso l’obiettivo prefissato, unendosi ad altre frange di movimenti sovversivi e rivoluzionari di matrice anarchica. Lo stesso Kochnitzky e anche Coselschi però in seguito smentirono seccamente questa falsa notizia.
Abbiamo visto, in ogni caso, che il tentativo operato con la collaborazione di Giulietti, di estendere la rivoluzione fiumana all’Italia era già fallito alcuni mesi prima, a gennaio, soprattutto a causa dell’ostilità della maggioranza dei socialisti, ma alcuni di questi ultimi evidentemente, non si limitavano solo a non aderire all’impresa, quanto piuttosto si adoperavano per osteggiarla apertamente cercando di screditarla agli occhi dei lavoratori istriani e della Dalmazia, tanto che alla fine d’Annunzio fu persino costretto a proibire la vendita de “Il Lavoratore” a Fiume.

Sarà il caso di chiarire definitivamente tale questione della “mancata rivoluzione” in Italia, con un piccolo excursus retrospettivo, tornando cioè ai fatti di gennaio, quando il pericolo rivoluzionario sembrava dovesse davvero deflagrare da Fiume all’Italia, osservando alcuni brani di un carteggio tra Giulietti e Bombacci, tratti dal libro delle memorie di Giulietti dal titolo Pax Mundi.
Giulietti scrive a pag. 87 “Si fissa un convegno a Firenze per ottenere l’adesione del Partito Socialista e quindi agire. Tutto fa credere che si passi all’azione. Preparo la Federazione dei Marittimi alla manovra e vado a Firenze.(…) E il giorno dopo ha luogo a Roma la riunione. Ricordo tra i presenti Malatesta, Bombacci, Serrati, direttore dell’Avanti! e pars magna del partito. Serrati legge il messaggio dannunziano. Spiego il da farsi: muovere per mare e per terra da Fiume, scendere a Roma col concorso delle masse lavoratrici e delle forze armate di cui dispone d’Annunzio, impossessarsi del potere per la realizzazione di un programma, che segnerà un passo gigantesco sul terreno delle rivendicazioni sociali e proletarie, approfittando dell’occasione estremamente favorevole per un colpo di mano rivoluzionario, disponendo di considerevoli forze di armi e di armati (allora quasi tutti reduci di guerra non ancora congedati n.d.r.). Malatesta e Bombacci accettano, Serrati non accetta. Dice che una rivoluzione insieme a d’Annunzio non si sente di farla (ma quando mai si sentirà di farla oltre a predicarla? n.d.r.) Inutile commentare, insistere. Come prova ecco una lettera dell’On. Bombacci” Tale lettera che viene pubblicata come seguito di questo intervento, nei suoi brani più significativi, è la seguente:
“Nitti desiderava ed intrigava febbrilmente per cavare la castagna fiumana…con lo zampino dei socialisti
Avrebbe cioè voluto che l’iniziativa contro di te, e di riflesso contro d’Annunzio, fosse stata presa in Parlamento dal gruppo parlamentare socialista. Ma un assaggio fatto dall’On. Modigliani trovò la mia recisa opposizione e Nitti questa volta fu accontentato dai suoi amici social-democratici
E la mia adesione all’iniziativa della Federazione marinara di portare il movimento legionario dannunziano da Fiume a Roma è tanto vera e sincera, che fu l’inizio di una lotta sorda e sottile di Serrati, che poi si fece scudo di questa mia adesione per allontanarmi in una forma ipocrita da Segretario del Partito Socialista Italiano (….) Questa è la verità. E del resto tu non sei il solo a conoscere la mia simpatia per il movimento dannunziano e che il mio socialismo non fu mai anti-nazionale”.

Giulietti alla fine riconosce anche il fatto che, con ogni probabilità Serrati prese quella decisione consapevole che la gran parte dei socialisti, proprio perché essi erano stati neutralisti, non sarebbe stata quindi disposta ad armarsi per un progetto rivoluzionario. Il problema è che però Serrati non smise mai di predicare una rivoluzione massimalista, pur nella consapevolezza della sua irrealizzabilità. Non fu davvero rivoluzionario come d’Annunzio e Giulietti, ma nemmeno coerentemente riformista come Turati e Matteotti, e questo portò inevitabilmente il Partito Socialista Italiano in un vicolo cieco.
A commento di tutto ciò, infine, lo stesso Giulietti aggiunge significativamente: “Se Serrati avesse accettato, e con lui il Partito Socialista, si sarebbe effettuata la pace, il fronte unico, come si diceva allora, fra tutti gli elementi di estrema ed i fascisti; si sarebbe evitata la guerra civile tra quelli e questi, e tutti insieme avremmo fatto una rivoluzione organica sviluppantesi armonicamente mediante sindacati, produttori riunenti capitale e lavoro nelle stesse mani, come la “Garibaldi”. Gli avvenimenti, da allora in poi, avrebbero preso un altro corso e molte lacrime e molto sangue sarebbero stati risparmiati” Questa conclusione di Giulietti, svolta molti anni dopo, ci fa capire con ulteriore consapevolezza storica, quanto e come la vicenda fiumana sia stata cruciale per il seguito degli eventi più importanti che si svolsero poi in Italia.
Ricordiamo altresì che, in quella occasione Mussolini svolse pienamente il ruolo di “delatore” con il suo giornale, mostrandosi quindi tutt’altro che rivoluzionario come aveva fatto credere nel marzo dell’anno precedente con la fondazione dei Fasci di Combattimento. Lui stesso, infatti, svelò dalle colonne del suo giornale, “Il Popolo d’Italia”, il 17 febbraio del 1920, con un titolo molto eloquente: “L’operetta nell’epopea – Come doveva scoppiare la rivoluzione”, i particolari e persino i nomi e cognomi degli autori del complotto.
Ecco alcuni brani del suo articolo “Si parla di un convegno a Roma durante lo sciopero ferroviario: organizzatori, socialisti, anarchici. Fra di essi Giuseppe Giulietti. Si doveva mettere al corrente D’Aragona e G. Bianchi. Uno dei convenuti denunziò la cosa alla C.G.L. e al Partito, e si giustificò così: – Poiché fra gli organizzatori presenti al raduno barricadero uno vi era di prevalente fede…fiumarola (Giulietti), il delatore sospettò che una rivoluzione scoppiata nelle attuali circostanze avrebbe potuto giovare…a d’Annunzio, favorendo i disegni e i sogni di conquista della Penisola del Poeta – Soldato”
Insomma il doppiogiochista Mussolini da una parte osannava il Vate e mandava sottoscrizioni anche se un po’ “decurtate” a Fiume, dall’altra non perdeva occasione per depotenziare se non proprio per remare contro la rivoluzione fiumana. Adesso faceva il delatore per Nitti, alla fine, vedremo che lo farà per Giolitti, che gli farà più o meno consapevolmente da “mentore” per quella fake revolution che Mussolini voleva mettere in atto con lui a capo e che, quella sì, come una operetta tragicomica, sarà messa in scena nel 1922.
Torniamo però agli eventi dell’aprile del 1920, rilevando che, nonostante le accuse di voler instaurare una sorta di Soviet a Fiume, d’Annunzio bolscevico non fu mai e lo conferma una sua dichiarazione del giugno del 1922 in cui asserì: “Il popolo russo, con un supplizio molto più atroce di quello che gli fu profetato da Alessio, ha liberato per sempre il mondo da una illusione puerile e da un mito sterile. E’ ormai dimostrato per sempre, dalla più vasta e terribile esperienza che sia stata concessa ad una dottrina umana, è dimostrato come un governo escito da una dittatura di classe sia impotente a creare condizioni di vita sopportabili. Il campo è sgombro per i costruttori” Queste parole sono molto più eloquenti, su come la pensava d’Annunzio, di quelle sul “cardo sovietico” e “sulla rosa fiumana, o sull’ironia nella foto di Cicerin su cui cui il Vate scrisse: “Tu criedi di friegarmi..Ma ti sbagli”. Alla luce di tutto ciò, quindi, appare del tutto astrusa l’ipotesi di una rivoluzione bolscevica in aprile, mentre risulta più efficace pensare che gli articoli de “Il Lavoratore” fossero piuttosto mirati a distogliere i consensi dei lavoratori fiumani dal Comandante e dai suoi legionari.

Il 19 aprile si aprì a San Remo, presieduta da Nitti, una conferenza tra gli alleati per discutere di varie questioni internazionali, come quelle relative alla Turchia, al riarmo della Germania, all’Ungheria e alla Russia. Già in precedenza alcune posizioni erano emerse con chiarezza. La Francia, nella sua posizione oltranzista era sempre pronta a minacciare, a lanciare ultimatum, a creare cordoni sanitari e ad intervenire, se necessario anche militarmente. L’Italia, d’altro canto, puntava ad una politica di ricostruzione, alla fine delle penose conseguenze della guerra e soprattutto al reinserimento progressivo di Germania e Russia nell’alveo del civile confronto europeo, soprattutto per favorire una generale ripresa economica del continente.

La questione dalmata era sempre aperta e ovviamente non la si poteva affrontare senza un confronto con il governo del nuovo stato jugoslavo ad egemonia serba.
L’atteggiamento del governo del nuovo regno serbo-sloveno-croato che già si configurava come jugoslavo, era apparentemente conciliante, ma sostanzialmente ambiguo ed altalenante oltre che diviso al suo interno. Mentre infatti la stampa croata attaccava Pasic che avrebbe dovuto discutere la questione, per il progetto di cessione di Fiume in cambio di Scutari, mostrandosi sostanzialmente indifferente all’influenza italiana sull’Albania, la stampa serba, invece, sosteneva gli interessi della Serbia in Albania e di fatto quindi ogni apertura sembrava bloccata.

Alla vigilia della partenza per S. Remo, Nitti mostrava la ferma intenzione di risolvere definitivamente la questione fiumana o con trattative dirette con il governo jugoslavo, oppure riprendendo in considerazione le proposte del memorandum del precedente 9 dicembre del 1919, che includevano anche la presenza di una sorta di Stato cuscinetto.
Rimaneva però aperta la questione dell’amministrazione di questo Stato cuscinetto, della situazione gestionale della città di Fiume, e della creazione di un suo porto specifico, punti già poco chiari nel memorandum precedente.

La proposta italiana, che avrebbe dovuto trovare anche il consenso degli Stati Uniti, era quella di rendere effettiva l’indipendenza di Fiume nello Stato cuscinetto, di accogliere lo statuto di Zara, di annettere l’isola di Cherso all’Italia cedendo Lissa, e di esercitare il mandato italiano sull’Albania dentro i confini del 1913.
In un ulteriore colloquio con il rappresentante jugoslavo Trumbic allora ricoverato in ospedale, presso il quale si recò il nostro Ministro degli Esteri Scialoja, non si raggiunse alcuna conclusione, pur essendo evidente la disponibilità di entrambe le parti ad una soluzione concordata.
Alla fine, emerse il fatto che Trumbic avrebbe concesso la sovranità italiana su Fiume ma non sull’entroterra, come avrebbe voluto Scialoja, né accettava la cessione di Lissa e Cherso o Lagosta. I due leaders jugoslavi Pasic e Trumbic, uno molto anziano, l’altro abbiamo visto, alquanto malandato da necessitare cure ospedaliere, furono alla fine sostituiti da un personaggio esponente del partito radicale serbo di nome Vesnic. La questione restava aperta ma gli jugoslavi erano sempre più intransigenti anche rispetto al memorandum, negando persino il corridoio che avrebbe legato Fiume all’Italia. Questa era la situazione così come si presentava alla vigilia della Conferenza di San Remo.
Ad essa si presentò anche Alceste De Ambris, ma Nitti si rifiutò di riceverlo. La delegazione italiana si mostrò disposta ad accantonare la questione dell’annessione, ma non parve incline ad accettare che non vi fosse continuità territoriale tra l’Italia ed un eventuale Stato libero di Fiume. Il quale, oltre ad essere indipendente e sovrano, avrebbe dovuto includere il Corpus separatum (cioè l’entroterra), il porto e la ferrovia.

L’autonomia di Fiume avrebbe dovuto inoltre comportare la possibilità di un finanziamento senza alcun ostacolo monetario ed amministrativo, la necessità di potersi procurare autonomamente approvvigionamenti alimentari e materie prime, in particolare con le attività portuali, e ovviamente la libera riattivazione di scambi commerciali, e di tutte le comunicazioni e dei collegamenti ferroviari, postali e telegrafici.
De Ambris era soprattutto alla ricerca di investitori e finanziatori, ma non ebbe successo né a Roma e nemmeno a Milano, industriali e Banca Commerciale furono in apparenza sostanzialmente indifferenti alla causa fiumana, anche se De Ambris ricavò da numerosi colloqui delle precise impressioni che riferì a d’Annunzio in una lunga lettera in cui sostituisce ai nomi dei suoi interlocutori dei numeri, per prudenza, facendo poi avere anche una chiave di tale cifrario per detta lettera in un foglietto spedito a parte e pubblicato poi da De Felice nel 1973 nella rivista Clio.
A noi, in ogni caso, interessano più che i nomi le sue conclusioni che furono le seguenti:
Secondo De Ambris; 1) Era vantaggioso un accomodamento sullo Stato cuscinetto, mostrando però molta risolutezza 2) Un prestito sarebbe stato possibile da parte di un istituto finanziario in base a determinate condizioni politiche 3) La presenza di De Ambris era indispensabile per non abbandonare il campo ed esercitare le necessarie pressioni 4) Secondo lui era necessario che a S. Remo ci fossero almeno due rappresentanti del Consiglio Nazionale in contatto con lui. 5) Il Consiglio Nazionale doveva essere molto fermo e mostrarsi disposto ad ogni azione risoluta pur di respingere posizioni accomodanti, e comunque pronto a fare appello al popolo in ogni istante 8) Fa un elenco di nomi di persone su cui si poteva contare, a vari livelli, per realizzare tali intenti.

La conferenza non approdò a conclusioni definitive anche se la base di discussione per arrivare ad un accordo con il regno serbo-sloveno-croato restò il memorandum del 9 dicembre, il nodo da sciogliere era soprattutto il corridoio territoriale che avrebbe dovuto unire Fiume all’Italia. Quindi la questione dalmata venne rinviata ad un successivo incontro con l’Italia, mentre importanti accordi vennero raggiunti tra Francia ed Inghilterra per lo sfruttamento del petrolio in Medio Oriente.
D’Annunzio non ci mise molto a rendersi conto di tale impantanamento e, come suo solito, preparò la sua ennesima beffa. Purtroppo questa volta ci si mise di mezzo il mal tempo. L’aereo che avrebbe dovuto lanciare migliaia di manifestini sul cielo di San Remo dal titolo “Ai biscazzieri di San Remo” pertanto non poté raggiungere la sua destinazione. Ma il suo contenuto poi reso noto, vale la pena di riportarlo lo stesso:
“La conferenza di pace, riunita a San Remo in una grossa villa di pessimo gusto, dove non c’è di nobile se non qualche rottame di un mio antico naufragio, ha oggi davanti allo spirito umano un valore morale non più alto di quelle bische che radunano sulla su la dilettosa riva i vecchi bari bene azzimati e bene imbellettati”. Il poeta prosegue poi ricordando la sua impresa viennese e, come allora, ripete che avrebbe potuto bombardare la città, ma ha preferito risparmiare alla “bisca protocollare” la paura di Vienna. Rinnova infine la sua fede nell’Italia e il suo profondo disprezzo per i “biscazzieri di San Remo”
“…La grande Italia è con me in Fiume italiana, e resterà in Fiume italiana sempre. Immortalmente vittoriosa è Fiume con la sua fame, con la sua miseria e col suo cruccio (…) I Piaceri seduti intorno alla bisca pomposa mi sembrano non dissimili ai personaggi illustri in un museo delle cere
Io non so se sieno più lugubri o più ridicoli….”

Durante i giorni di quella conferenza dei “grandi” di allora, quasi fosse una sorta di “contro G8” ante litteram in senso no global, venne costituita ufficialmente la Lega di Fiume, la quale avrebbe dovuto essere la principale antagonista della Società delle Nazioni, contrapponendo agli interessi imperialistici di quella congrega, le legittime aspirazioni delle nazioni vittime dell’avidità delle grandi potenze in nome dei popoli aspiranti ad una autentica liberazione dal “complotto di ladroni e truffatori privilegiati” di cui la stessa Società delle Nazioni si faceva portavoce.
Ci vorrebbe un capitolo a parte per parlarne in maniera adeguata, per ora rileviamo che essa suscitò non poche speranze ed aspirazioni tra molti stati allora emergenti o in via di emancipazione e sviluppo. Nella seconda metà di aprile arrivarono infatti messaggi di adesione in particolare dall’Irlanda e dall’Egitto. Lo stesso Abdul Hamid Said, a nome della direzione del Partito Nazionale Egiziano, inviò un caloroso messaggio al Comandante in cui faceva riferimento alle parole di speranza e fraternità a lui scritte nel gennaio in occasione della conferenza di Parigi, dal presidente del gruppo egiziano, e si appellava all’Italia affinché difendesse i popoli d’Oriente dalla bramosia delle potenze imperialiste, ed in particolare dall’Inghilterra. Sono parole che andrebbero ricordate anche per comprendere bene come il ruolo del nostro Paese sia sempre stato legato alle sorti del Mediterraneo e che esso è stato tanto più rilevante quanto l’Italia, in tale contesto, ha contato di più, come durante la cosiddetta Prima Repubblica, e tanto più insignificante come in questi tempi odierni in cui i governi italiani che si susseguono, con miserevole approssimazione, non riescono in alcun modo a rilanciare il ruolo del nostro Paese in questo contesto cruciale, abbandonato alle guerre, agli appetiti tribali e alle ingordigie delle potenze neocoloniali.

“..E ben venga l’Italia; le porte d’Oriente saranno tutte aperte per essa, se ci aiuterà a disfarci per sempre del giogo imperialistico britannico, se si opporrà a qualsiasi progetto di usurpazione del nostro sacro diritto alla libertà. Conquistare l’amicizia e la gratitudine di un popolo vale oggi molto più che la conquista di vasti territori: profitti dunque l’Italia dell’occasione che si offre; e pensi che se la lascerà sfuggire essa perderà, e per sempre in Oriente, ogni prestigio e ogni beneficio, e dovrà rimanere sempre all’erta di fronte alla incertezza di domani…”
Parole profetiche da leggersi tuttora con estrema nitidezza.
Contemporaneamente alla Conferenza di San Remo si ebbero notevoli tumulti in Italia, tanto che alcuni pensarono ad un prologo rivoluzionario, come abbiamo visto ipotizzando che dietro ci fossero i ribelli fiumani, per realizzare una sorta di Soviet in Italia. Niente di più falso
Quello che accadde allora, non solo non era rivolto ad alcuna prospettiva rivoluzionaria, ma era persino eterodiretto da esponenti di nazioni estere.
Furono quelli, in ogni caso, dei giorni molto caldi e tumultuosi, forse i più agitati dell’intero periodo nittiano. Ci fu contemporaneamente lo sciopero dei ferrovieri, quello dei metallurgici a Torino, l’ostruzionismo dei postelegrafonici, ostacoli nelle comunicazioni ferroviarie e l’esplicito boicottaggio da parte dei ferrovieri del trasporto di soldati e carabinieri.

Il sospetto che tale mobilitazione fosse messa in campo per indebolire la posizione dell’Italia durante la conferenza di San Remo era molto forte. Una fitta corrispondenza tra Nitti ed alcuni dei suoi collaboratori ci lascia intendere che ci fosse un piano preordinato da alcuni potentati persino europei dietro le agitazioni. Leggiamo alcuni telegrammi dell’epoca. Nitti al segretario particolare Magno il 26 aprile: “Ho l’impressione che vi sia infiltrazione di denaro straniero e bisogna essere vigilanti” Magno a Nitti il 26 aprile: “Senza dubbio qui corre denaro francese e denaro di industriali e banche” Nitti a Savini: “Ho accennato a Lloyd George della campagna che la Francia sta facendo a mezzo dei suoi agenti più o meno ufficiali contro l’Italia non rifuggendo nemmeno da azione diretta a creare malcontento nelle masse popolari e a spingerle allo sciopero” Come risulta evidente, le relazioni franco-italiane peggiorarono rapidamente fino al richiamo dell’ambasciatore Barrère nella nella seconda metà di maggio. Un articolo del Messaggero del 15 maggio mise in evidenza l’ipotesi che dietro i disordini ci fosse una ben orchestrata volontà estera di depotenziare l’azione italiana in campo internazionale, in esso, tra l’altro, era scritto: “Certe circostanze per lo meno singolari illuminano stranamente la situazione: per esempio il coincidere di questi scioperi coi momenti più delicati e singolari della nostra vita internazionale: durante il primo viaggio di Nitti a Londra; durante il secondo a Parigi, durante il convegno a San Remo. I postelegrafonici prima, i ferrovieri poi e finalmente i metallurgici seguiti ancora dai postelegrafonici e dai bancari alla vigilia di Pallanza e di Spa…”
In contemporanea alla conferenza di San Remo si acuì anche la tensione a Fiume per una questione “equina”. Se infatti, con i tumulti in corso, con le agitazioni strumentali che abbiamo già descritto e che erano in gran parte eterodirette, con le sterili e inconcludenti diatribe avutesi nella Conferenza di San Remo, con l’alimentare da parte di certa stampa un clima di sospetti e di pericoli inesistenti di una imminente rivoluzione sovietica a Fiume che non facevano altro che indispettire quegli ufficiali ancora presenti nella città di perdurante fede monarchica, il clima per Fiume sembrava galoppare verso una prospettiva “apocalittica”, in compenso la straordinaria fantasia e la creatività del Comandante, seppero dare ad essa una configurazione, come suo solito, mitica ed al tempo stesso assai ironica.

La leggendaria storia dei “cavalli dell’apocalisse” prese il via da un fatto che accadde in quei giorni.
Le vicende che fecero allora da sfondo alla storia di Fiume e che abbiamo descritto, spinsero non pochi militari avversi a prospettive rivoluzionarie, a numerose azioni contro i legionari, arrivando ad insultarli in varie occasioni, specialmente quando transitavano per Trieste. Come rappresaglia e come forma di protesta, d’Annunzio decise di mettere in atto un’altra delle sue consuete imprese “ardite ed uscocche”
A Fiume la fame non la subiva solo la popolazione, ma la pativano anche i cavalli, ridotti ormai a pelle ed ossa, i quali servivano da traino delle batterie di campagna, e fornivano pure, in caso di necessità, carne per alimentare i cittadini molto provati dal blocco commerciale.
Poco dopo la metà di aprile, un grosso rimorchiatore, trascinando uno zatterone, lasciò silenziosamente le acque di Fiume per dirigersi verso Abbazia. Vi erano a bordo Uscocchi ed Arditi a sufficienza per compiere rapidamente una impresa memorabile: la cattura dei cavalli dell’esercito regio, ben nutriti e completamente inutilizzati dalle truppe regolari.

Con la velocità del lampo, gli Arditi, giunti a destinazione, scivolarono a terra e si posizionarono dietro ad alcune rocce per coprire l’azione degli altri loro compagni. Gli artiglieri li seguirono, comandati dall’ “uscocco” tenente Passeri e fulmineamente, dopo avere immobilizzato il corpo di guardia, armi in pugno, iniziarono ad imbarcare i cavalli recalcitranti con straordinaria energia e velocità. L’operazione fu rapidissima e gli incursori dell’impresa equina seppero dileguarsi in un batter d’occhio mentre si spegneva l’eco di qualche misera rivoltellata sparata dall’ufficiale che comandava la rimessa dei cavalli rapiti.
Era appena sorta l’alba che già i cavalli trafugati apparivano in quarantasei, davanti al loggione del Comandante, mentre la notizia del “ratto degli equini” faceva il giro dei vari comandi dell’Esercito regio per arrivare infine sulla scrivania del loro Comandante supremo, il Generale Caviglia, il quale in un moto di stizza e di rabbia, dette ordine immediato che fosse subito interrotta ogni forma di approvvigionamento alla città di Fiume se non ci fosse stata una immediata restituzione dell’equino mal tolto entro tre giorni dall’ultimatum.

Grossich, desolato e nella sua veste di presidente del Consiglio Nazionale, rispose immediatamente rilevando “che le autorità cittadine non avevano alcuna responsabilità né controllo sui legionari, i quali rispondevano solo alle direttive del Comandante” e concludendo in tal modo: “Ed è pure evidente che per fatto militare, il reclamo avrebbe dovuto venire elevato direttamente al Comando e non già al Consiglio Nazionale”

Per avvalorare la convinzione che questa volta si era passato il segno e che le autorità militari regie non avevano intenzione di tergiversare, scaduto l’ultimatum, il generale Ferrario dette ordine di eliminare un tratto di ferrovia in prossimità della linea di blocco verso Fiume, facendo capire che tale tratto, necessario per fornire viveri alla città, sarebbe stato ripristinato solo dopo otto ore dalla riconsegna dei cavalli rapiti.
A quel punto, come suo solito, il Vate scese in campo personalmente ed inesorabilmente., trasformando una vicenda militare in una sorta di impresa mitologica.
Rileggiamo alcuni brani dei suoi celebri discorsi di quel tempo
“Mentre il patrono dei disertori e dei truffatori cerca di vender Fiume – sangue del sangue nostro, anima dell’anima nostra – al più vil presso ch’egli possa, mentre sono presenti nella città italiana pietosi accorsi a salvare dalla fame i piccoli innocenti, un improvviso ordine brutale incrudisce il blocco, rompe le comunicazioni ferroviarie e postali, arresta perfino i convogli di viveri e di medicine destinate agli ospedali, pone alla disperazione i bambini, le donne, i vecchi, recide insomma con un taglio crudelissimo da ogni soccorso umano questo corpo tormentato ed estenuato da martire (…) Fratelli, non vi fate complici di iniquità. Non obbedite a chi vi disonora e disonora la Patria ”
Come è evidente, nel timore che la situazione si aggravasse rapidamente, d’Annunzio si rivolgeva direttamente ai soldati regi e anche al Comandante Faccini che dirigeva la Brigata Lombardia, il quale, lo abbiamo già visto, aveva una certa simpatia per la causa fiumana e a lui dunque scrisse direttamente, dicendo tra l’altro: “Con un pretesto meschino una città martoriata iniquamente per mesi e mesi è condotta alla disperazione più iniquamente ancora. Quel che fu con tanta pazienza e sagacità evitato fino ad oggi sta per accadere. Non su me, non su i miei legionari ricadrà il sangue fraterno” d’Annunzio espose poi le ragioni che avevano portato alla cattura dei cavalli, mostrandosi pronto a restituirli se le autorità avessero condotto una “severa inchiesta intorno alle offese patite dai legionari in congedo”

Il Generale Caviglia che si rese subito conto che la situazione sarebbe potuta degenerare e consapevole dei rischi a cui andava incontro anche egli stesso, si mostrò quindi disposto ad accettare immediatamente di ordinare l’inchiesta che era stata sollecitata dal Comandante
Lo stesso d’Annunzio, di conseguenza, dispose “a modo suo” la restituzione dei cavalli i quali però, ad un incauto osservatore, forse apparirono come se l’aria di Fiume non avesse fatto loro molto bene..
In realtà gli equini che vennero mandati al contingente regio erano tra i più malandati di Fiume: quarantasei macilenti ronzini, forse nemmeno più buoni neanche per il macello e magari loro stessi tra i più desiderosi di lasciare la città.
Restituzione c’era però..e imbastire una ulteriore polemica ormai non conveniva a nessuno, l’artista delle “beffe” aveva avuto ancora una volta la meglio.
Mancava solo il suggello lirico dell’impresa e la sua mitizzazione che non si fece attendere.
Ai comandi militari che ammonivano i legionari “che bisogna pensare italianamente se si vuole essere italiani” così rispose il Comandante, in nome di un’altra Italia migliore di sicuro perché basata sulla libertà e sulla giustizia sociale, ma che allora non c’era e forse, dopo cento anni, non c’è nemmeno oggi:
“Se prendere a pretesto una scorreria di gente disperata per dare il colpo di grazia a una città consunta dal lungo supplizio è ‘pensare italianamente’ , noi non vogliamo essere italiani.
Se arrestare la farina destinata al popolo famelico, se privare di medicine gli ospedali e di latte i bambini esausti, se persistere giorni e giorni nel divieto con spietata vanagloria, se poterci dormire sopra notti e notti in grassezza di sonno è ‘pensare italianamente’, noi non vogliamo essere italiani (…) Come poteva egli, ottimo italiano, credersi offeso dal nostro bisogno di sostituire le sue bestie potenti ai nostri ronzini, e della nostra cura di sottrarle all’inedia e al tedio del deposito?”

Poi il Vate torna infine a celebrare le glorie dei suoi prodi Uscocchi ed Arditi: “Così forti e nervosi, così ben costrutti e scolpiti, eravate i figli del mio spirito, le creature della mia mente. Non avevate predato se non per donare. Io non ho mai predato se non per donare.” E questo, in effetti, d’Annunzio lo credette coerentemente fino all’ultimo istante di vita, donando tutto il suo Vittoriale agli italiani.
Mancava solo il suggello finale a questa beffa che trascendesse anche la sua finalità equina..così arrivò puntualmente:
“Abbiamo rubato Quarantasei Quadrupedi
Abbiamo offeso l’Italia.
Non sappiamo pensare italianamente
Non siamo italiani
Non meritiamo se non di essere affamati, ammanettati e fucilati.
Ci rassegniamo.
Ma bisogna che ultimamente io confessi di aver rubato stanotte il Cavallo dell’Apocalisse per aggiungerlo ai Quarantasei Quadrupedi su lo zatterone criminoso.
Ha la sua brava bardatura generalizia; e un fulmine di Dio in ciascuna fonda.
Cum timore”
Quel cavallo dell’Apocalisse, purtroppo, sarà la metafora di una Italia che, rifiutando ostinatamente di accogliere le istanze innovative della rivoluzione fiumana, andrà incontro davvero all’apocalisse del suo annientamento, nella dittatura ed in tre guerre, una più rovinosa dell’altra, nel corso di soli venti anni..
Quella vicenda ed il clima esacerbato di quei giorni però cominciarono ad aprire una breccia nella compattezza dello schieramento legionario con tragiche conseguenze che, di lì a poco, non tardarono a manifestarsi.

© Carlo Felici

9 continua

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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