giovedì, 26 Novembre, 2020

Usa, chi vince spesso è chi prende meno voti

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La democrazia americana rischia di schiantarsi contro due montagne. La prima è la disastrosa inadeguatezza del sistema elettorale, che compromette la credibilità delle istituzioni. La seconda montagna è il ritorno della lotta razziale, accompagnata da quella “di classe” tra ricchi e poveri.
Che il sistema elettorale sia pessimo, ce ne siamo accorti soltanto recentemente perché da decenni, ancor prima del referendum Segni del 1993, in Italia era di moda demonizzare il proporzionale portando a esempio le “meraviglie” del maggioritario americano. Un ciclo che sembra chiudersi con la nuova legge elettorale adesso proposta e pertanto con il ritorno, dopo trent’anni, al punto di partenza (o quasi).

Vogliamo riassumere le “meraviglie” del sistema americano? Può essere eletto presidente chi ha ottenuto non più, ma meno voti. Trump ha vinto le ultime elezioni prendendo oltre due milioni di voti meno della Clinton. E potrebbe vincere le prossime anche prendendo oltre cinque milioni meno di Biden. I grandi elettori che scelgono il presidente sono infatti previsti Stato per Stato. E li si conquista tutti con un solo voto di maggioranza (se il candidato vince in uno Stato con 2 milioni di scarto, 1.999.999 voti sono superflui e contano esattamente come quel solo voto). Ma c’è di molto peggio. Come è noto, ciascun Stato federale esprime due senatori, indipendentemente dalla sua popolazione. Con risultati demenziali. Un esempio. I 40 milioni di cittadini della California sono rappresentati da due senatori democratici. Anzi da due famose senatrici: la veterana Dianne Feinstein (in carica dal 1992 e precedentemente, dal 1978, sindaco di San Francisco) e la candidata vice presidente Kamala Harris. I 560.000 cittadini del Wyoming sono rappresentati da due sconosciuti senatori repubblicani: John Barrasso e Mike Enzi. I 40 milioni della California (la quinta potenza economica del mondo) e i 560.000 americani periferici del Wyoming hanno dunque lo stesso peso nel Senato. Un senatore californiano, con alle spalle 20 milioni di cittadini, conta “uno”, esattamente come quello del Wyoming, che ne ha alle spalle 71 volte meno. Molti americani dubitano ormai che questa sia democrazia.

Ma non soltanto la sostanza, anche le modalità del sistema elettorale risultano disastrose. Le file per raggiungere le urne sono spesso sterminate, così da rendere difficile il voto (guarda caso) soprattutto nei quartieri poveri, dove ci sono meno scuole e pertanto meno seggi (ma più voti democratici). Il voto per posta è di conseguenza altissimo, soprattutto tra i democratici. Questa volta (causa anche il coronavirus e la relativa paura) potrà riguardare quasi la metà degli elettori. Ma il servizio postale è inadeguato e Trump viene accusato di sabotarlo ulteriormente. C’è infine il “gerrymandering”: la pratica cioè adottata per la prima volta nel 1812 dal governatore del Massachussets (e grande imbroglione) Eldbridge Gerry, che le ha dato il nome. I collegi elettorali uninominali per Camera e Senato sono talvolta definiti non in modo netto e incontestabile, ma con gli arzigogoli più strani: non senza soluzione di continuità, ma a macchia di leopardo, prendendo pezzi di qua e pezzi di là (sulla base della composizione razziale e del reddito) allo scopo di aiutare o ostacolare questo o quel partito. Gerry li ha disegnati a “salamandra” (salamander ) e il suo- appunto- gerrymandering ha fatto scuola. Non stupisce in questo contesto che, secondo i sondaggi, un terzo degli elettori (sia democratici che repubblicani) sia indisponibile a riconoscere l’eventuale vittoria del cosiddetto “nemico”, perché è deciso a considerarla a priori truffaldina.
Si aggiunge l’insofferenza anche psicologica tra gli schieramenti opposti. Come si sa, il colore dei democratici è l’azzurro, quello dei repubblicani il rosso. Se si guarda la carta degli Stati Uniti colorata secondo le appartenenze politiche, si vedono azzurre quasi tutte le coste, rosse le aree interne. I democratici pensano che i repubblicani rappresentino i “cow boys” e i rozzi dell’America profonda e rurale. I repubblicani che i democratici rappresentino gli snob e i cosmopoliti (non i veri americani) delle metropoli multirazziali. Si può aggiungere che il mondo ama l’America per la sua cultura, tecnologia e innovazione, concentrata a New York o Boston, a Los Angeles o San Francisco (e proiettata al di là degli oceani). Ma non accetta certo la guida di un’America chiusa e provinciale.

Diciamo la verità. La democrazia americana funzionava non “per”, ma “nonostante” il suo sistema elettorale. Contava, come sempre, innanzitutto la politica. Un tempo, essa era dominata dalle elites. I contrasti erano attutiti dal fair play tra gentiluomini o dalla convergenza verso il centro sia della destra che della sinistra (il che escludeva gli estremismi e assicurava la continuità chiunque vincesse). Il democratico Al Gore, vent’anni fa, avrebbe potuto non accettare la vittoria di George W. Bush. Aveva preso complessivamente il 48,4 per cento contro il 47,9. Lo Stato della Florida, che con i suoi 25 grandi elettori su 537 faceva la differenza, aveva dato la maggioranza a Bush per soli 1.784 voti. Si iniziò il riconteggio (come è normale quando il margine è inferiore allo 0,5 per cento). E come appariva doveroso in presenza di conclamati disguidi e pasticci (dolosi o non). Il vantaggio di Bush cominciò a scendere. Si era già ridotto a soli 325 voti (in uno Stato allora di 15 milioni di abitanti) quando il riconteggio fu interrotto con un artificio giuridico imposto dall’establishment repubblicano locale. Gore avrebbe potuto fare le barricate, ma si ritirò per evitare un trauma istituzionale. Oggi, molti osservatori temono un risultato altrettanto (o forse più) incerto. Seguito però non da generose rinunce, bensì da scenari di guerra civile.

Si tratta di scenari resi purtroppo possibili dalla seconda “montagna” citata all’inizio, ovvero dall’acuirsi dello scontro sociale. Gli Stati Uniti sono il Paese più ricco e importante del mondo ma, a differenza dell’Europa (e di noi), non hanno un sistema sanitario “universale” che garantisca tutti i cittadini. Esattamente per questo, il virus ha prodotto un disastro così sproporzionato. D’altronde, le statistiche dicono che la mortalità da Covid in Europa si è differenziata per classi di età. In America soprattutto per classi sociali: i poveri sono colpiti (e muoiono) enormemente più dei ricchi. Non solo manca un welfare State europeo. Trump è accusato di aver definito i caduti americani in guerra dei “perdenti” e dei “fessi”. Forse non è vero. Ma certo ha spesso sottolineato pubblicamente (sia pure in modo meno crudo) questo concetto a proposito dei poveri. D’altronde, non dalla sua presidenza, ma da molto prima, la distanza tra ricchi e diseredati si è allargata a dismisura. Non un estremista di sinistra, ma l’ex vicepresidente della Banca Federale (e attuale professore a Princeton) Alan Blinder scriveva. “Quando gli storici guarderanno indietro all’ultimo quarto del 20° secolo, diranno che la caratteristica principale è stata lo spostamento senza precedenti di denaro e di potere dal lavoro verso il capitale, dal basso verso l’alto della piramide sociale”. Lo scriveva non adesso, ma nel 2000. E da allora il processo ha avuto una ulteriore accelerazione.
Come si sa, i poveri degli Stati Uniti sono soprattutto i neri e i latinos, così che la lotta di classi sociali automaticamente si trasforma in conflitto razziale. Stupisce la violenza della polizia? E’ così ovvia che molti neri ricchi, quando vanno ad abitare in un quartiere “alto”, si presentano alla stazione di polizia, portano le foto dell’intera famiglia da esporre ed evitano in tal modo di essere fermati o vessati dai controlli abitualmente concentrati contro i cittadini di colore.

Trump sembrava perdente, è normale vedere sulle automobili nelle metropoli un adesivo con la scritta “ABC” (“Anybody But Trump”: chiunque meno Trump). Ma le manifestazioni contro la polizia divenute violente possono adesso aiutarlo, spaventando i bianchi moderati. Soprattutto perché nella protesta acquistano crescente visibilità i sedicenti comunisti e anarchici. Trump punta sempre più su “legge e ordine”, ma nulla è certo: le manifestazioni potrebbero anche al contrario aiutare Biden, spingendo a votare i neri e i poveri che normalmente se ne stanno a casa (anche perché votare non è automatico: comporta una procedura di iscrizione nelle liste elettorali complessa soprattutto per gli emarginati).

Colpisce vedere come la questione razziale, che sembrava attutita con Obama, abbia una radice così profonda negli Stati Uniti. E come Trump cerchi di cavalcarla senza prendere le distanze dai “suprematisti” bianchi. Naturalmente, la questione razziale si confonde con il tema della povertà, perché gli appartenenti alle minoranze svantaggiate tendono più spesso degli altri ad avere comportamenti che diventano un facile bersaglio per i luoghi comuni della propaganda razzista. Non ci piace ricordarlo, ma un tempo tra queste minoranze c’erano anche gli italiani, in particolare gli immigrati dal Sud. Sin dall’ingresso a Ellis Island, sotto la statua della libertà a New York, i nostri meridionali erano spesso formalmente catalogati come “neri”. E infatti molti di loro sono stati vessati o addirittura linciati e uccisi insieme ai neri. Esistono casi clamorosi. Ad esempio nel 1891, il capo della polizia a New Orleans fu assassinato nel contesto di una lotta di potere politica. Si diede la colpa agli italiani per definizione “mafiosi”. Molti furono arrestati, massacrati di botte per farli confessare e processati. Ma assolti da un tribunale onesto. In 11 sarebbero stati scarcerati il giorno dopo, ma la folla dei bianchi anglosassoni, guidata dai maggiorenti della città, dette l’assalto al carcere (con la totale connivenza delle autorità), li scovò mentre si nascondevano disperatamente e li uccise tutti: uno per uno.

Ormai su queste violenze contro gli italiani si produce una vasta letteratura. Ad esempio la Stony Brook University di New York ha un importante dipartimento di italianistica, il cui direttore Mario Mignone, recentemente scomparso, ha mostrato vignette oggi inimmaginabili sui giornali popolari dell’epoca, con gli italiani immigrati raffigurati come scuri topi di fogna che sbarcano a frotte immonde per contaminare l’America. I suprematisti bianchi allora criminalizzavano i nostri meridionali come i neri. Le sa queste cose Salvini, da sempre entusiasta di Trump, che oggi ama parlare con enfasi di “italiani”? Probabilmente no. Ma non dovrebbe sorprendersi, perché negli anni ‘80 la Lega contestava a Milano gli immigrati meridionali esattamente come li contestavano un secolo fa a New York i suprematisti bianchi. Quelli che hanno in non pochi “trumpiani” di oggi gli eredi naturali.
In questo clima (e lo si può capire) si parla sempre più in America di “socialismo”. Lo fa una parte (crescente) dei democratici, ma anche Trump, allo scopo di dipingere tutti i democratici-appunto-come pericolosi “socialisti”. Nell’approfondire l’argomento, si riscopre e rivaluta l’Europa (anche l’Italia). Il dipartimento di italianistica prima citato della Stony Brook University (ovvero di una università tra le più importanti dello Stato di New York) ad esempio ha appena pubblicato nella nostra lingua (perché la si studia non poco) un libro sulla “letteratura italiana di ispirazione socialista”. Dal quale gli studenti americani apprendono sul socialismo italiano quanto neppure io sapevo con precisione.

 

Anche questa è l’America e anche questo non mancano gli elementi che possono condurre all’ottimismo. Tuttavia, una analisi cruda va fatta. Perché la democrazia americana è in crisi. E, se lo è la più importante democrazia del mondo, il segnale, soprattutto per noi, risulta allarmante.

 

Ugo Intini

Il Dubbio

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