domenica, 25 Ottobre, 2020

Usa e Cina, la nuova guerra fredda dai danni incalcolabili

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Le clamorose accuse americane contro il laboratorio di Wuhan non possono per il momento essere verificate e ciascuno ha in materia le sue opinioni. Una sola cosa però è certa. C’è il rischio che una polemica esplosiva spinga Washington e Pechino sino sull’orlo di un conflitto militare, avviando una nuova guerra fredda che porterebbe danni economici enormi, da aggiungere a quelli del virus. Danni per l’incremento delle spese militari; per il freno (tra sanzioni e contro sanzioni) al libero commercio; per la costruzione ormai quasi inevitabile da parte della Cina di un sistema finanziario mondiale alternativo a quello basato sul dollaro, che porterà a nuove incertezze. L’allarme è suggerito da un precedente. La catastrofe economica del 2008 fu provocata da un virus fuoriuscito da Wall Street e dalla City di Londra: la sfrenata libertà senza regole della finanza anglosassone.

Quasi tutti i Paesi si sono ripresi (meno l’Italia), ma ciò si deve anche e forse soprattutto alla Cina: una economia sostenuta da un miliardo e mezzo di persone che si è sviluppata da allora tra il 10 e il 6 per cento all’anno e ha funzionato perciò come un formidabile motore per la ripresa mondiale.
Contestualmente allo scontro Washington-Pechino, è emerso sulle prime pagine dei quotidiani un altro elemento: che deve far riflettere sulle nostre alleanze e che stranamente è poco noto (quasi oggetto di una silenziosa censura). Si è scritto sul patto UKUSA e sulla sua rete di intelligence, perché il giornale australiano Daily Telegraph, autore dello scoop su Wuhan, sostiene che proprio questa rete ha scoperto la presunta creazione in vitro del virus. Sono arrivate le smentite, non sappiamo quale sia la verità (e su questi temi in genere non lo si sa mai). Tuttavia, cosa sia UKUSA va ricordato, anche perché i media non hanno sinora compiuto nessun approfondimento, limitandosi a scrivere vagamente (e in modo inquietante) dei “cinque occhi”.

Questa mancanza di informazione è curiosa, perché in effetti su UKUSA si sa molto, si sono scritti libri, articoli e soprattutto, nel 2001, un volume di migliaia di pagine frutto di una inchiesta del Parlamento europeo. UKUSA significa “United Kingdom, United States of America”. È un patto per gestire in comune una rete di intelligence, siglato nel 1948 tra i soli Paesi anglosassoni: Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda (United Kingdom, appunto) e Stati Uniti. Il patto è stato incredibilmente tenuto segreto per decenni perfino alla Nato (oltre che naturalmente all’Unione Europea). Anzi. La rete ha spiato gli stessi Paesi della Nato, a cominciare dalla Francia e dalla Germania. Forse anche per questo, il presidente e generale De Gaulle, a suo tempo, uscì dalla Nato e creò un servizio segreto francese autonomo. UKUSA ha generato Echelon, ovvero un network di intercettazione satellitare tale da coprire l’intero globo (grazie alla collocazione geografica dei cinque Paesi membri) e tale perciò da controllare tutte le comunicazioni telefoniche e via computer.
Il caso UKUSA è esploso nel 1996, quando il giornalista neozelandese Nicky Hager ha scoperchiato la pentola con una inchiesta diventata famosa. Lo scandalo politico è stato tale che il Parlamento europeo ha creato la commissione di inchiesta sopra ricordata. Non ho dati aggiornati, ma quelli disponibili allora sono riportati in un mio libro del 2002 (“La politica globale”) e non c’è ragione per credere che i numeri si siano ridotti. Anzi. Echelon aveva a quel tempo 21 centri di ascolto, facenti capo al quartier generale del Maryland, gestito dalla NSA (National Security Agency) americana. Nel solo centro di ascolto periferico di Menwith Hill, in Gran Bretagna (uno dei 21) lavoravano 2.000 persone. E le dimensioni del quartier generale (la sede della NSA) erano proporzionate.
Situato tra Baltimora e Washington, a Fort Meade, era una città nella città, con 65 miglia di strade asfaltate e 1670 edifici. Ospitava 9.200 militari e 29.000 civili (ingegneri, fisici, matematici, linguisti, tecnici di software). Il Parlamento europeo calcolava che lo spionaggio delle comunicazioni (comint: communication intelligence) costasse tra i 15 e i 20 miliardi di euro all’anno. Per lo più spesi dagli Stati del patto UKUSA.

Il rapporto della commissione di inchiesta del Parlamento europeo sottolineava anche che le multinazionali americane dell’elettronica sono considerate strategiche e collaborano con l’intelligence (anche così si spiega il problema sollevato da Trump a proposito della cinese Huawei). “Ne consegue-aggiunge il rapporto- che quasi ogni computer in Europa ha, come una caratteristica standard e congenita, un sistema (Work Factor Reduction) che consente alla NSA (e a essa sola) di penetrare nel codice dell’utente e di leggere i messaggi protetti”.

Tra i Paesi occidentali non c’è una potenziale conflittualità militare, ma economica. E infatti il rapporto della commissione parlamentare europea così prosegue. “I servizi informativi degli Stati Uniti non si limitano a far luce su questioni economiche di ordine generale, ma ascoltano nei dettagli anche le comunicazioni tra imprese al momento dell’assegnazione degli appalti, giustificandosi con la lotta contro i tentativi di corruzione. Si rischia che le informazioni non vengano utilizzate per lottare contro la corruzione, ma a fini di spionaggio nei confronti della concorrenza”. Qualche mese fa, ho fatto una lunga intervista per Mondoperaio a Sergio Romano in occasione del suo novantesimo compleanno e abbiamo parlato anche di Echelon che, dall’alto della sua antica esperienza, conosceva benissimo. Mi ha riassunto la sostanza politica del problema in questo modo. “Si sottovaluta il fatto che nell’ottica americana, in materia di intelligence, ci sono tre scalini. Il primo scalino (lo scalino più alto) è il loro: ci sono ovviamente notizie che non escono dalla casa americana. Poi c’è lo scalino dei Paesi di lingua inglese. Non bisogna dimenticare che i cinque Paesi di lingua inglese hanno un sistema satellitare in comune. Mi pare che lo chiamino anche il ‘sistema delle cinque dita’. Poi c’è il terzo scalino, dove stanno tutti gli altri.” “Cinque dita” o “cinque occhi”, o UKUSA, o Echelon, abbiamo capito tutto e c’è poco da aggiungere. Un tempo Churchill diceva che “l’Atlantico e più stretto della Manica”. I nostri vecchi diplomatici aggiungevano che lo spionaggio è un momento della verità, come il cibo: “dimmi con chi spii e ti dirò chi sei”. Anche così si spiegano la Brexit e l’appoggio entusiasta del presidente americano a Johnson. Trump ha portato all’estremo l’ostilità degli Stati Uniti verso l’Unione Europea e l’euro, ma una base di diffidenza verso Bruxelles a Washington c’è sempre stata (già Kissinger la manifestava). C’è chi pensa che la finanza anglosassone, Wall Street e la City di Londra, possono prosperare meglio senza la concorrenza dell’Euro al dollaro e senza le possibili regole europee che frenino la finanza anglosassone senza frontiere, sostenuta da una forza militare e da un apparato di intelligence che abbraccia tutti i continenti.

Anche questa è la posta in gioco mentre l’Unione Europea si trova con la crisi Covid 19 a un bivio: o un salto di qualità nella integrazione politica o la disgregazione. Anche questa è la partita aperta con le elezioni americane, perché la maggioranza dei democratici, a cominciare da Obama, non punta affatto a una contrapposizione all’Europa, bensì a cerchi concentrici di solidarietà e cooperazione, dove l’asse Washington – Bruxelles costituisca, appunto, il primo, il più ristretto e il più coeso dei cerchi: quello sul quale costruire un nuovo ordine mondiale.
Tutto si tiene. E l’Italia dovrebbe sapere senza esitazione da che parte stare. In questo mese di maggio, si è celebrato 70° anniversario del trattato per la Comunità Europea del Carbone dell’Acciaio (CECA): il primo nucleo dell’Unione Europea nato nel 1950. Dovremmo ricordare cosa diceva allora il suo artefice principale Robert Schuman, perché sembra stia parlando proprio delle scelte oggi sul tavolo per il Covid 19. “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme, sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.
Dovremmo ricordare anche cosa diceva il più stretto collaboratore di Schuman: Jean Monnet, eminenza grigia della costruzione europea. E’ utile perché il suo “illuminismo autoritario” può essere molto criticato (anche giustamente) e può sollevare un dibattito non ipocrita. “Le nazioni europei –diceva- dovrebbero essere guidate verso un superstato senza che le loro popolazioni si accorgano di quanto sta accadendo. Tale obiettivo potrà essere raggiunto attraverso passi successivi ognuno dei quali nascosto sotto una veste e una finalità meramente economica”. Diciamo la verità: sono parole forti. Ma un disegno tecnocratico europeista è sempre esistito. E’ vero che oggi c’è maggiore maturità e consapevolezza dell’opinione pubblica. E’ vero che c’è innanzitutto un Parlamento europeo, che ai tempi di Monnet soltanto si sognava. Tuttavia la stessa creazione dell’euro può essere vista come uno dei “passi” economici indicati da Monnet. Jacques Delors d’altronde (tre volte presidente della Commissione Europea e architetto dell’euro) mi disse una volta che i creatori della moneta unica avevano scommesso sulla futura unità politica, perché sapevano che senza tale unità non avrebbe retto. Una scommessa azzardata. Ma erano burocrati questi? A mio parere, erano idealisti immensamente al di sopra della grettezza manifestata da tanti politici ora di successo.

Vedevano per tempo una realtà che oggi si può così semplicemente riassumere. L’intera Unione Europea ha il 5,7 per cento della popolazione mondiale; persino la Nazione più importante, la Germania, supera a stento l’1 per cento. E il peso economico del vecchio continente continua a scendere inesorabilmente da decenni. Nessun singolo Paese europeo, da solo, ha pertanto un futuro. Se non quello della subalternità o alla Cina, o alla finanza anglosassone, o a Washington o persino a Putin. Solo l’unità ci darà indipendenza e sovranità popolare. Sì, proprio sovranità popolare, perché l’Europa politicamente unita sarà pur sempre democratica. E certamente già oggi lo è più di quanto lo siano la Cina o la Russia. Per un dibattito non ipocrita, come si vede, c’è molto spazio. Ce lo mostrano anche i tre eventi prima ricordati, che sono certo immensamente distanti tra loro, ma collegati: il possibile scontro tra Washington e Pechino, lo spionaggio anglosassone che esclude la Nato, la celebrazione del 70° anniversario del trattato CECA.

 

Ugo Intini
Il Dubbio

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