lunedì, 22 Aprile, 2019

Valerio Canonico
Sovranità perduta

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Veniamo da una retorica ventennale sul progressivo indebolimento degli stati nazionali, ma vediamo esattamente l’opposto.
È un fatto che ormai ovunque nel mondo lo stato nazione continua ad essere attore centrale nella regolazione dei processi economici e sociali e la stanca retorica sull’indebolimento e fine degli stati , che avrebbe lasciato il posto ad entità sovranazionali, in realtà si è rivelata una farsa.
Ma se lo stato nazione è rimasto, ed ancora conta, cos’è che si è indebolito?
Mentre gli stati continuano ad essere forti, la capacità dei cittadini di incidere sull’indirizzo politico e ed economico dei loro stati si è rarefatta e con lei il nesso fra sovranità popolare e sovranità nazionale.
Tale nesso infatti, se saldo, garantisce di esercitare la sovranità popolare attraverso certi strumenti economici che garantiscono allo stato una certa autonomia nei confronti di certe dinamiche economiche esterne.
Ciò che si è indebolito è quindi la sovranità democratica.
Ma come è potuto accadere che tale nesso si sia spezzato sempre di più nell’universo politico?
Di fronte alla difficoltà degli stati di garantire stabilità economica, crescita e redistribuzione della ricchezza ci si è convinti che i processi di globalizzazione e internazionalizzazione sempre crescenti, indicherebbero che gli stati non hanno più potere e che la costruzione di un’area economica europea avrebbe automaticamente creato uno spazio sovranazionale in cui poter esercitare una politica economica e fiscale comune.
Ma, ahimè, l’Unione è stata solo monetaria, né economica, né fiscale , né politica.
Questo ha alimentato lo iato tra la sovranità nazionale e quella popolare aumentando la richiesta di maggiore democrazia e di avere maggior voce in capitolo sui processi economici che riguardano la vita dei cittadini.
Da qui il mix esplosivo di populismo e sovranismo, due chimere frutto di una esigenza mal gestita e mal interpretata che ha alla base il bisogno di riconnettere la pratica democratica con la sovranità.
Per ottenere questa riconnessione si dovrebbe puntare forse ad un obbiettivo meno becero di quello populista/sovranista di matrice giallo-verde volto a politiche assistenzialiste e antieuropee e allo stesso tempo più ambizioso di quello tradizionalmente keynesiano.
Tale obbiettivo dovrebbe essere estrapolato nel punto mediano che sussiste tra una politica economica liberale , che si basa sull’esercizio della libertà in campo economico , e una politica economica socialista , che si fonda su una socializzazione molto più decisa di alcuni di settori dell’economia.
Detto in altri termini, il tanto vituperato controllo/intervento diretto dello stato in una parte dell’economia potrebbe avere non solo quel vantaggio di sottrarre settori strategici da logiche private e di creare moltiplicatori di crescita economica con investimenti pubblici in un ottica di stabilità e crescita mantenimento del sistema e di garanzia del lavoro a chi ne ha bisogno, ma soprattutto potrebbe rinsaldare quel nesso precario che sussiste tra sovranità popolare e sovranità nazionale, in attesa di uno stato nazione europeo capace di orientare i processi economici del proprio spazio economico-produttivo.
Solo cosi forse si può ridare alla politica, alla democrazia e al “popolo” la loro sovranità perduta, passando dall’esercizio del potere politico-economico di cui lo stato è detentore, nel rispetto delle libertà e dei diritti individuali e sociali.

Valerio Canonico

Presidente FGS Roma Circolo C. Rosselli

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