mercoledì, 30 Settembre, 2020

Valter Vecellio: “Addio Antonio Giagni giornalista e socialista”

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Antonio Giagni, per molti anni capo redattore dell’Avanti!, ci ha lasciato. Grande professionista, era un giornalista attento e un militante socialista, ma con sempre una vena ironica e disincantata. Sebbene talora non allineato allo spirito del tempo, era persona sempre appassionata.

Cronista di lungo corso nel giornale del PSI, negli anni in cui i quotidiani dei grandi partiti di massa erano letti da centinaia di migliaia di persone, per ricordare Giagni incontriamo Valter Vecellio, giornalista del Tg2 Rai, direttore di Notizie Radicali e già all’Avanti!, e che lo ebbe per amico e lavorando assieme a lui per qualche anno. Vecellio, tra l’altro, appena avuta la notizia della scomparsa, ha scritto di getto dei frammenti di ricordi sempre molto intensi.

Valter Vecellio, hai ricordato con parole commosse Antonio Giagni, appena saputa la notizia della scomparsa. Lo hai conosciuto all’Avanti! negli anni ’70, e hai raccontato di un caporedattore che “scrive poco, ma controlla tutto, sempre sorridente e allegro, passa la sua giornata praticamente in redazione; fuma come una decina di turchi e sembra non prendere nulla molto sul serio”.
E nel bailamme della chiusura serale del giornale: “Lui è imperturbabile e sistema tutto, con l’aria di chi dice: ‘Dovete fidarvi di me’ e per calmare la tensione cumulata, non trova di meglio che raccontarti di quella volta che a Parigi con Nenni, o a Belgrado, con Riccardo Lombardi… Come per magia tutto si stempera, va per il meglio…”.
Ma quali altri tuoi ricordi professionali e personali di Antonio?

Io l’ho conosciuto tardi, rispetto al suo percorso umano e professionale. Lui era già all’Avanti! ed era un professionista affermato. Aveva avuto le sue soddisfazioni nel lavoro e aveva vissuto il giornale fin da quando, nei primi tempi, come mi raccontavano, la redazione era in via della Guardiola, vicino Montecitorio.
Antonio viveva il momento glorioso sia del giornale che dei giornali di partito, in generale. Era la stagione degli anni ‘50 e ’60, ma fino agli anni ’70, quando si leggevano i giornali di partito, non solo l’Avanti!, ma anche l’Unità, La Voce Repubblicana, per dirne solo di alcuni più “frequentati” da giornalisti di vaglia, di molto peso, che poi ho trovato disseminati in molti altri quotidiani, quelli cosiddetti “indipendenti”.
Io arrivo all’Avanti! alla fine degli anni ’70-inizio anni ’80, ero un ragazzo che ancora deve fare il praticantato e che ha voglia di fare questo mestiere.

Desidero sottolineare l’ambiente e l’aria che si respirava al giornale: io non ero socialista e non ero mai stato iscritto al Partito Socialista. Semmai le mie simpatie andavano, e vanno tuttora, soprattutto al Partito Radicale e a Marco Pannella. Quindi, un ambiente che è sempre stato simile, anzi tangenziale al PSI.
E aggiungo che in questo Paese le cose più belle e le riforme più significative sono avvenute quando c’è stata una convergenza, un marciare in unione tra radicali e socialisti, che hanno fatto molte cose assieme. Riforme che oggi sembrano normali e ordinarie, mentre invece sono costate lacrime, sudore e sangue.

Ricordo l’Antonio impegnato e le battaglie del giornale e del partito: quella più grande, per il divorzio, combattuta in primo luogo da Loris Fortuna, parlamentare socialista che era anche iscritto anche al PR. Poi, la depenalizzazione dell’aborto, la riforma del diritto di famiglia, ma anche l’obiezione di coscienza e l’abolizione dei regolamenti manicomiali.

 

Respiravi il lavoro al giornale, ma anche la militanza socialista di Giagni con i suoi alti ideali e la sua amicizia. Racconti di un giornale organo di partito, ma libero e autentica “palestra”.

Antonio Giagni faceva parte di quella generazione che aveva vissuto un Avanti! glorioso. Quando io sono arrivato al giornale si può dire che era un po’ la stagione in cui si pativa, così come iniziavano a patire il gravame del tempo anche gli altri giornali di partito, che si pubblicavano ed erano letti. E con i partiti che ancora c’erano.
Gli organi di partito avevano ancora importanza; c’era sempre il partito alle spalle ma non erano più quella “palestra”, quella fucina di idee che erano negli anni del dopoguerra.

 

Era però ancora il tempo in cui gli editoriali, magari del segretario del partito o non firmati, o interviste-clou, ancora molto rare rispetto al profluvio odierno, facevano anche sfiduciare e cadere i governi, Valter.

Sì certamente, avevano una loro importanza, un loro significato nettamente politico. Non dobbiamo dimenticare che, se si sfogliano le pagine dell’Avanti! o degli altri quotidiani di partito, potremmo scoprire e trovare delle belle intelligenze. Averle adesso! Avevamo persone che nello scrivere fornivano al lettore, e non solo, strumenti ed elementi di riflessione, di confronto, di dibattito. Ed anche di critica e magari di scontro. Ma ben venga lo scontro in quei termini, aggiungo.

 

Qualche anno fa, Antonio Giagni in una conversazione con te, Emanuele Macaluso e Giuseppe De Leo a Radio Radicale, affermò che i giornalisti dell’Avanti! erano formati molto bene ed anche maturi politicamente, quindi erano «completi» e perciò spesso venivano assunti dai grandi quotidiani.

Sì, ricordo bene la conversazione cui hai fatto cenno. Antonio aveva appena pubblicato il suo libro ‘Generazione tradita’, edito da Rubbettino, e che dovrebbe essere letto da molti.
Antonio, in quel libro, racconta molto di sé e molto dei giorni e degli anni che ha vissuto, delle idealità e dei sogni che potevano essere coltivati. Sogni e speranze coltivati da tanti giovani e che erano importanti.
In quel colloquio c’era appunto uno degli oramai pochi grandi, direi quei “grandi vecchi” della Repubblica che ancora abbiamo per fortuna con noi, Emanuele Macaluso. E come lui Rino Formica e Giorgio Napolitano, cioè persone che hanno vissuto con una reale tensione ideale quel tempo e che possono tramandarci davvero lo spirito di quegli anni, così come mi è accaduto anche in quell’incontro.

Antonio Giagni era allora, dicevo prima, mio caporedattore e al giornale stavo facendo il praticantato. Ma, per come la ricordo io, seppur eravamo in un quotidiano di partito, con quei legami che evidentemente questo comporta, come giornalista ho avuto qui molti più spazi di libertà e di autonomia rispetto ad altri giornali a cui ho collaborato, i cosiddetti giornali “indipendenti”.

L’Avanti! non aveva grandi mezzi, ma, nonostante tutto, era una bella squadra, fatta sia di giovani sia di persone un po’ meno giovani con un vissuto, e che avevano quindi una storia importante all’interno del Partito socialista. E che ci raccontavano spesso di Nenni, di Lombardi, di Morandi, di Pertini. Ricordo con molto piacere quegli anni.
All’Avanti! ho trascorso tre, forse quattro anni, e sono stati anni da una parte molto formativi, dall’altra molto belli e molto esaltanti. Mi hanno insegnato molto anche dal punto di vista professionale.
E uno di quei miei maestri – lui ne sorriderebbe sentendomi adesso, e direbbe: «Cosa stai dicendo?» – è stato appunto Antonio Giagni.

Mi conduceva in tipografia, mi diceva come tagliare i pezzi troppo lunghi senza farsi troppi problemi, o come tagliare un aggettivo o tagliare un periodo. Gli spazi erano quelli e quello si doveva fare. Non bisognava essere troppo affezionati agli articoli che si scrivevano. Antonio lo faceva sempre con uno spirito “leggero”. Non vorrei essere equivocato: con uno spirito “leggero”, intendo dire intelligente, cioè lavorando e vivendo il tutto in maniera leggera, scanzonata. In modo disincantato, ma assolutamente non in modo cinico. Antonio Giagni era molto professionale e tutto era meno che cinico.

Ed era un uomo che sapeva come andavano le cose del mondo e sapeva, quindi, mantenere la sua quota di autonomia. All’Avanti! si poteva pensare con la propria testa, e magari anche dissentire, talvolta, dalle decisioni della maggioranza o dalle decisioni che poteva assumere, per una ragione o per l’altra, lo stesso partito cui l’Avanti! faceva riferimento. E’ stato, lo ripeto, davvero un buon maestro.

 

Antonio è un giovane che parte da Potenza, dalla sua Lucania, fuggendo dal conformismo Dc, per venire a Roma, per seguire la sua strada, come ha raccontato nel suo libro, che è una cronaca personale e politico-professionale. Ma anche tu sei stato in Basilicata e ne parlavate spesso.

Sì, abbiamo anche avuto in comune di essere vissuti in Lucania. Antonio era più montanaro, del potentino, mentre io ho vissuto ho vissuto più a valle, nel materano. Ho trascorso cinque anni in Basilicata, lui un pochino prima, io dopo, e ci si prendeva in giro per questa cosa: ci chiamavamo ‘I Basilischi’, come il film della Wertmüller.
La situazione era molto diversa da oggi, anche se, pur essendo stata Matera capitale della cultura solo di recente, è ancora uno dei capoluoghi di provincia dove è estremamente complicato arrivare e non c’è una ferrovia degna di questo nome.

All’epoca la Basilicata era il feudo di Emilio Colombo e ricordo bene come erano i paesi, più che le città. Quando noi vi abbiamo vissuto, in inverno il buio arrivava presto e la situazione era opprimente. Al massimo c’era il cinema, ma nessun teatro e si passeggiava avanti e indietro per il corso principale. Nei miei anni, le ragazze al massimo portavano la gonna al ginocchio.
Antonio aveva, invece, anche vissuto lotte sociali e politiche dure. I tempi erano diversi ma il grigiore dominava sempre. Solo anni dopo le cose sono un poco cambiate.

 

Valter Vecellio, in conclusione, Antonio Giagni raccontava come i suoi ideali sono stati disattesi e ha registrato in maniera severa molti aspetti della società italiana ed anche del suo partito. E’ sempre rimasto genuinamente socialista, ma per lui, già all’inizio e per tutti gli anni Settanta, la realtà non corrispondeva più a quel che pensava. Anche alcuni fatti narrati o sue inchieste di rilievo non furono apprezzati. Era per un riavvicinamento, un percorso unitario delle forze di sinistra. Come valuti questa sua delusione, approfonditasi con gli anni successivi alla svolta del Midas, per te che, invece, avevi una impostazione più radical-socialista?

Giagni era socialista molto più di tanti che si fregiavano e si mettevano in prima fila. Lui magari stava in ultima fila, ma era ed è rimasto socialista e sicuramente un socialista a tutto tondo.

Io però preferirei usare il termine “unione della sinistra” più che “percorso unitario”. E apro una parentesi, con un duello: Palmiro Togliatti negli anni ‘50 propose l’unità delle forze laiche e Pannella gli oppose l’“unione laica delle forze”. Sembra un giochino di parole, ma se uno ci pensa sono due concetti completamente diversi: non c’è l’idea dell’egemonia e si dà spazio a mille tipi di riflessioni che sono valide anche oggi. Cioè un qualcosa che salvaguarda l’individualità e ha degli obiettivi in comune da perseguire, non c’è un conformismo.

Direi che Antonio non mai subito il fascino di Botteghe Oscure, se no avrebbe avuto molti più vantaggi di quelli che poi ha avuti, anche in termini concreti e quotidiani. Giagni non fa parte di coloro che si sono arricchiti, ma fa parte di quelli del “convento povero”, se così si può dire.
Certamente deve aver avuto una quantità di delusioni, ma chi della sua e della mia generazione non ha avuto delusioni e non ha creduto in certi ideali e in quello che dicevano talune persone, mentre poi ha dovuto fare i conti con una dura realtà, spesso opposta a quello che veniva detta, oppure diversa seppur solo in parte.

Mi chiedevi sul cambio di segreteria e il Midas, che io ho appezzato, mentre Antonio aveva una visione diversa e più di una delusione da quella fase.

Per quel che riguarda Craxi, il suo tentativo di crearsi un varco e farsi largo tra il gigante della Democrazia Cristiana e il gigante del Partito comunista mi trovava sostanzialmente favorevole. C’era la questione del fine e dei mezzi. Comprendo che il fine giustifica i mezzi e, certo, i mezzi qualificano il fine, però quel tentativo era da apprezzare: ricordo due splendide battaglie fatte in comune e che ho condiviso fino in fondo. E che rifarei senza ripensarci un attimo: l’impostazione umanitaria, spezzare il “fronte della fermezza”. Quindi il caso Moro e la vicenda D’Urso.
Una battaglia finita male e l’altra bene, dove l’ostaggio, il magistrato, fu salvato dalle mani delle Brigate Rosse. Si fece tutto in nome della vita e della scienza giuridica.
Ecco, quel Craxi ancor oggi mi piace e questo senza essere iscritto al Partito socialista, ma come “compagno di strada” direi. Ugualmente sosterrei ancora la battaglia per la questione della Scala mobile. Ma dico che mai bisogna generalizzare nelle cose. Antonio ha avuto un’esperienza diversa dalla mia, era deluso, “tradito”, ma lui ha cominciato la militanza molto prima attraversando una vita e tante esperienze.

Ha cominciato a fare politica 10-15 anni prima di me e vivendo fatti che io non ho vissuto. E’ comprensibile che Antonio Giagni vivesse certi avvenimenti con maggiore amarezza rispetto a me ed ecco perché certe cose, alla fine, non gli quadravano.
Quello lo posso capire e lo trovo anche molto umano. Anche bello, se vogliamo, perché lui non è mai stato cinico ma disincantato, e sempre ed ancora sempre appassionato. E vorrei che fosse ricordato dalla FNSI, come meritava, come un giornalista di valore.

 

Roberto Pagano

 

I funerali si svolgeranno mercoledì 12 agosto a Roma presso il Tempietto egizio del Verano alle ore 10

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