martedì, 20 Agosto, 2019

Velzna, la città del mistero. Nuovi scavi per fare luce

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VELZNA è la città del mistero, e di mistero è corretto parlare se ancora ad oggi le versioni ufficiali (rilasciate dagli addetti ai lavori, sia di Orvieto che di Bolsena) presentano numerose incongruenze, identificando Orvieto con l’antica Velzna ma non potendo spiegarne compiutamente le motivazioni. Una speranza viene dunque dalla nuova campagna di scavi di Poggio Moscini, a cura della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’area di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale (responsabile Maria Letizia Arancio) e della Università della Tuscia. Se prolungata nel tempo, potrebbe sostenere un percorso di ricerca che sembrerebbe essere all’inizio (vista la inesauribile diatriba sulla collocazione del Fanum) e che richiederebbe un approccio multidisciplinare, innovativo ed aperto a nuovi contributi.

Le contraddizioni nascono già dal nome: anche se Orvieto non ha nulla a che vedere con il toponimo Velzna, si sarebbe trovata una via d’uscita sostenendo che questa città, in origine denominata Velzna, una volta rasa al suolo dai romani, fu dagli stessi ribattezzata Volsinii, gli abitanti sopravvissuti sarebbero poi stati costretti/invitati a ricostruirsela sulle rive del lago di Bolsena, con analogo nome. Velzna /Orvieto era una città – stato tutt’uno con Bolsena, ma ne era il capoluogo (e non l’inverso).
Per ricostruire Volsinii gli etruschi superstiti avrebbero utilizzato i materiali della città distrutta (Velzna/ Volsinii, poi diventata, dopo le invasioni barbariche, Orvieto). Per tale ragione nell’area di Poggio Moscini sarebbero stati rinvenuti reperti e tecniche di costruzione miste etrusco-romane.

Il vero problema è che questa versione è confutata dai rinvenimenti e dagli studi, andati avanti per più di un decennio, del soprintendente in pensione Angelo Timperi (con estrema scrupolosità, ci tiene a precisare). Proprio nella zona interessata dagli attuali scavi, al di sotto dei resti romani, l’archeologo avrebbe individuato tre edifici sacri arcaici etruschi. L’area sottostante il Foro, in particolare, potrebbe nascondere il tempio dedicato al Dio Voltumna, le cui ricerche (ci spiegano alcuni addetti ai lavori) sono tutt’altro che terminate, proseguono. E allora emerge una nuova contraddizione. Nel 2014 venne ufficializzato (sui mass-media) il ritrovamento sia del Fanum, che del Tempio, che della testa del Dio Voltumna, nel sito denominato Campo della Fiera ad Orvieto, ma mentre ad Orvieto si continua a rivendicare questa progenitura, per gli operatori bolsenesi il Fanum/Tempio non sarebbe stato ancora individuato con certezza e potrebbe invece trovarsi tra Orvieto e Bolsena, la Soprintendenza invece preferisce non esporsi, ma (fino a prova contraria) dà per collaudata l’ipotesi Orvieto uguale Velzna, ammettendo però la possibile esistenza del Fanum, e dunque del tempio, altrove, anche a Bolsena stessa.

Un segnale che qualcosa stia cambiando?
E’ lo stesso Timperi ad accogliere con entusiasmo la notizia di avvio dei lavori, con la speranza che le sue scoperte (ampiamente spiegate nel libro Il “Fanum Voltumnae a Bolsena”) siano dimostrate sul campo, perché gli scavi di Poggio Moscini non avrebbero interessato finora la parte etrusca, sottostante quella romana.
“Trovo davvero macchinosa la teoria in base alla quale i resti etruschi di Poggio Moscini siano reperti provenienti da Orvieto – puntualizza l’archeologo – La scienza non deve essere una disciplina complicata, che i sopravvissuti si siano portati dietro i materiali per rifondare la città non è condivisibile. I romani, tra l’altro, quando conquistavano distruggevano e non ricostruivano. Non dimentichiamo la storia: Tito Livio racconta che, dopo aver distrutto la città (riedificata 100 anni dopo e non subito), risparmiarono solo gli aristocratici portandoli con sé a Roma, insieme alla statua del Dio Vertumne (trasferita nel quartiere etrusco dell’Aventino) e alle altre 2000 statue in bronzo. Non sarebbe più semplice ammettere che a Bolsena esistevano i resti di una città più antica, etrusca, di Velzna. Velzna era una città – stato, il centro religioso, il Fanum si estendeva a tutto il territorio, partiva da Bolsena, per comprendere San Lorenzo Nuovo, Grotte Di Castro, Montefiascone, la stessa Orvieto (avamposto militare). Ma la collocazione vicino al lago ed al cratere, le necropoli, le mura maestose, i resti di un’area sacra etrusca evidenti a Poggio Moscini, ci parlano in maniera oggettiva, reale”.

Per Timperi sarebbe importante estendere lo scavo a 50 metri circa dal piazzale del foro, in basso infatti sembrano intravedersi i resti di un teatro che potrebbe giustificare e confermare la presenza del tempio di Voltumna. In epoca etrusca, così come nell’antica Grecia, i teatri erano annessi ai luoghi di culto e venivano usati per scopi rituali. Il sito nel quale si sta scavando è interessante, ma può rivelare al massimo resti simili a quelli già rinvenuti e causati dal crollo del tempio, come terracotte architettoniche su base nera. Tutta roba “frantumata” dai romani e ricoperta con la calce per creare un basamento”.
Una conferma importante ed un aiuto alla ricerca potrebbe venire dalla linguistica.
A Bolsena (e non ad Orvieto) è rimasto il nome più antico di Velzna, Vietena. A Mozzetta di Vietena, l’acropoli dell’antica città etrusca, immediatamente al di sopra del sito sacro di Poggio Moscini.

Ce lo spiega ampiamente il linguista Angelo Di Mario nei suoi studi: “Il nome della ILIOn italica (Velzna) è rimasto nella collina denominata Vietena, che presumibilmente conserva una degradazione di VEL-s-na/VEL-t-na/VEL-z-na, attraverso la varianza FET-t-na FIE(T)-te-na VIE (L/T)-te-na”.
Di Mario lo considera come il Centro (politico/religioso), così come indica, sempre partendo dall’analisi linguistica, come altro possibile Centro, l’Isola Bisentina (FISH-e-l-t-na).
Queste ipotesi (già pubblicate su riviste specializzate) sono state confermate da alcuni ritrovamenti, a Mozzetta di Vietena, spiega Timperi, è stata effettivamente rinvenuta l’acropoli, oltre a numerosi reperti e mura, altro materiale è stato trovato proprio nell’Isola Bisentina. Piste da non sottovalutare, considerando che “Vietena” è senza dubbio un termine più antico di VOLsini, dal momento che gli etruschi non avevano la O. Che è come dire che proprio a Bolsena (distruzione e ribattezzamento romano a parte) e non ad Orvieto, è stata svelato (da Di Mario) il toponimo originario del nome Velzna. Peraltro (lo ricordiamo) la cui radice SEL FEL VEL (sole) è incompatibile con UR-F- s(-sa), Orvieto.
Ma l’importanza della Bolsena etrusca (tra le righe) viene anche dal ricordo degli stessi operatori bolsenesi, i quali ammettono l’esistenza dei tanti reperti preziosi rinvenuti e scomparsi.
“Negli anni è stato portato via tutto – ci dicono – c’è il mondo in giro! Anche ad Orvieto e a Villa Giulia! Ma chi può dire con certezza che Velzna sia stata Bolsena? Ci vorrebbero molte più prove per dimostrare che i reperti etruschi di Poggio Moscini fossero già sul posto e non provenienti da Orvieto”.
E allora ben vengano i nuovi scavi che potrebbero restituire alla “Valle del Lago di Velzna” la gloria che le apparteneva. Una ricerca non facile, dato che si sta lavorando in una “città rasa al suolo e interdetta”, in quanto simbolo religioso-politico di una egemonia che andava cancellata e ridotta al silenzio.

Maria Grazia Di Mario

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