lunedì, 17 Giugno, 2019

Venezuela, ad un passo dalla guerra civile

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Si aggrava, ogni giorno di più, la crisi in Venezuela.
Ieri notte, Roberto Marrero, capo del gabinetto di Juan Guaidò, il presidente dell’Assemblea Nazionale che ha assunto i poteri del capo del governo, è stato arrestato dai servizi di intelligence venezuelani fedeli al presidente in carica, Nicolas Maduro.
Con un messaggio su Twitter, Guaidò ha scritto: “all’attenzione del popolo del Venezuela e della Comunità Internazionale. Alle 2.24 della notte dei funzionari del Sebin (servizi segreti) hanno assediato la casa del deputato di Voluntad Popular, Sergio Vergara e l’abitazione del capo di gabinetto, avvocato Roberto Marrero. In questo momento li tengono sequestrati in casa”.
Nel cuore della notte, una ventina di uomini armati e incappucciati hanno fatto irruzione, sfondando la porta, nell’appartamento di Roberto Marrero, il più stretto collaboratore di Guaidò.
Dopo pochi minuti, altri agenti dei servizi hanno raggiunto, a bordo di dieci Suv, l’abitazione di Sergio Vergara, capogruppo in Parlamento di Voluntad Popular, il partito dell’”autoproclamato” presidente dell’esecutivo Guaidó, che si trova a pochi metri di distanza dalla casa di Marrero.
La notizia è stata confermata dallo stesso Vergara, su Twitter: “Questa mattina il regime usurpatore ha perquisito illegalmente la mia casa e quella di Roberto Marrero, che hanno sequestrato. La lotta per un Venezuela migliore continua. Questo nuovo oltraggio ci dà la forza di andare avanti”. Il capogruppo di Voluntad Popular ha aggiunto che la polizia avrebbe piazzato nella casa di Marrero due fucili e una granata come prove utili ad arrestarlo.
Sempre Vergara, che non è stato arrestato, ha raccontato, nel dettaglio, come sarebbero andati gli eventi relativi alla sua perquisizione: “Hanno sfondato la porta e quando i primi funzionari sono entrati in casa puntandomi le pistole in faccia ho ricordato loro che sono un membro dell’Assemblea Nazionale e che godo dell’immunità parlamentare. Mi hanno sbattuto a terra e mi hanno tenuto la testa schiacciata sul pavimento mentre rovistavano in casa e rompevano un armadio”.
Gli arresti e le perquisizioni, seguono di qualche giorno la decisione dell’Assemblea Nazionale, controllata dall’opposizione, di approvare una legge che permette ai soldati “che decidono di agire in favore del rispetto dell’ordine costituzionale”, di essere nuovamente assunti nelle forze armate venezuelane e che “non saranno più obbligati alla militanza politica né sottomessi a nessuna potenza straniera. L’esercito (FAN) sarà al servizio della Nazione”.
In queste ore, il presidente chavista Nicolas Maduro, non è intervenuto sugli arresti e le perquisizioni, piuttosto ha mostrato orgoglioso l’inaugurazione di nuove industrie per la produzione dei farmaci (molto rari da trovare in Venezuela) costruite con il determinante contributo economico dei funzionari e dei tecnici provenienti, in particolare, da Cina e Russia.
Tuttavia, al netto della propaganda, le condizioni della popolazione continuano a peggiorare: manca il cibo, le cure mediche, i servizi essenziali, un livello minimo di sicurezza e anche la corrente elettrica, come dimostra il recente blackout di più di 100 ore che ha portato alla morte diversi pazienti negli ospedali venezuelani. Strutture che, ovviamente, necessitano di energia elettrica per far funzionare i macchinari e le apparecchiature mediche.
Continua l’emigrazione di massa (sono più di cinque milioni i venezuelani sfuggiti alla miseria e alla violenza, nel corso dell’ultimo biennio), cosi come aumenta sempre più l’iperinflazione che ha ridotto il valore dei salari dei venezuelani a carta straccia.
A questo proposito, secondo l’analisi rilasciata dalla Commissione parlamentare di finanza e sviluppo economico dell’Asamblea Nacional, il livello dei prezzi ha toccato nel solo mese di settembre 2018 il 233,3%, contribuendo all’innalzamento generale annuale dei prezzi a oltre il 342%.
“L’inflazione annuale, da settembre 2017 a settembre 2018, è pari al 342,161%, una cifra davvero schiacciante”, ha affermato il parlamentare Juan Andrés Mejia, che denuncia le gravi responsabilità del presidente Maduro.
Con l’arresto di Roberto Marrero e, negli scorsi mesi, di altri oppositori è arrivata la denuncia dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu. Michelle Bachelet, in rappresentanza dell’Alto Commissariato, in Venezuela su invito di Nicolás Maduro, ha sostenuto che le forze della Polizia bolivariana, appoggiate dalle squadracce dei colectivos e le Forze speciali della polizia (FAES) legati al regime, hanno “represso l’opposizione con un uso eccessivo della forza, omicidi e torture”. Nello stesso tempo si è dichiarata “profondamente preoccupata” per la detenzione di noti giornalisti locali, come Luis Carloz Diaz.
Nelle prossime ore, si potrebbe verificare una preoccupante escalation di tensione: in uno stesso territorio convivono due Presidenti e due governi; il governo di Guaidò ha il riconoscimento della Comunità internazionale ma non ha il controllo delle forze armate rimaste fedeli a Maduro; la popolazione è allo stremo ed esasperata; la violenza nelle strade ha superato i livelli di allerta e, soprattutto, gli Stati Uniti hanno sempre ammonito Maduro a non arrestare Guaidò né i suoi uomini più vicini.
L’arresto di Marrero potrebbe rappresentare il classico casus belli che giustifica un intervento armato, più volte minacciato dall’amministrazione statunitense.
Un conflitto che andrebbe evitato come viene proposto, da qualche tempo, da diversi interlocutori molto autorevoli.
In questo senso si è mosso il Gruppo di contatto internazionale, sotto la guida dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, e del presidente uruguaiano Tabaré Vazquez.
Al vertice del febbraio scorso, a Montevideo in Uruguay, hanno partecipato otto Stati membri dell’Unione Europea (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito) e cinque paesi dell’America Latina (Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Uruguay e Messico). In rappresentanza del nostro Paese, il capo della Farnesina Enzo Moavero Milanesi.
La Mogherini, in rappresentanza del Gruppo di contatto internazionale ha dichiarato che: “l’obiettivo non è imporre processi o soluzioni ai venezuelani, né stabilire una mediazione diretta. Piuttosto intendiamo contribuire ad accompagnare il Paese verso un’uscita dalla crisi attraverso elezioni libere, trasparenti e credibili. Possiamo avere diversi punti di vista, ma tutti condividiamo la stessa finalità: contribuire a una soluzione politica pacifica e democratica”.
Anche Papa Francesco, il primo pontefice latinoamericano, ha diverse volte dichiarato che occorre ricercare “una soluzione giusta e pacifica per superare la crisi rispettando i diritti umani e cercando il benessere di tutti i cittadini del Paese”.
Dunque, occorre una soluzione politica e diplomatica che avvicini le parti in causa e non aggravi ulteriormente le condizioni di vita dei cittadini venezuelani.
Tuttavia, la realtà potrebbe essere differente perché esistono tutte le condizioni oggettive per l’esplosione di una guerra civile.

Paolo D’Aleo

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