giovedì, 21 Novembre, 2019

Vent’anni dopo i bombardamenti su Belgrado

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Sono passati ventanni dall’inizio dei bombardamenti Nato su Belgrado. Dal 24 marzo 1999, e nei 78 giorni successivi, si intensificarono le azioni degli aerei partiti anche dalle basi italiane causando alcune migliaia di vittime, tre le quali la maggior parte di civili e 12000 feriti, con la distruzione di scuole, ospedali, infrastrutture, edifici, industrie, ponti. La decisione della Nato, che non aveva ricevuto l’ avallo dell Onu, fu presa per fermare la repressione dell’esercito serbo di Milosevic nei confronti degli albanesi in Kosovo, a loro volta responsabili di crimini contro la popolazione serba.

In questi giorni, a Belgrado, e nelle comunità serbe sparse in tutto il mondo (particolarmente numerose in Italia quelle di Trieste e Vicenza) questi drammatici fatti vengono ricordati con cerimonie e manifestazioni. Nessuno, o un’ infima minoranza, rimpiange I tempi di Milosevic, ma unanime rimane la condanna di quei bombardamenti, i cui segni sono ancora presenti nelle vie di Beigrado (lasciati volutamente come memoria storica come l’edificio della televisione di stato orribilmente lesionato). Ma la Serbia vuole guardare avanti senza dimenticare.

Questo è il senso delle parole pronunciate dal Presidente Vucic e dal capo del Governo Brnabic. La Serbia ha intrapreso da tempo un concreto avvicinamento all’Europa, proseguendo sulla strada delle riforme e raggiungendo gli obiettivi su molti parametri richiesti dal suo attuale stato di preadesione all’Unione europea. In campo economico, tra i Paesi dei Balcani occidentali ancora non aderenti, è sicuramente quello più dinamico con la prospettiva di arrivare a un mercato unico che garantirebbe particolari condizioni favorevoli alla ripresa economica. Le stesse eccellenti relazioni con la Russia permettono alle imprese di evitare dazi di esportazione verso l’immenso mercato di quel Paese costituendo una grande opportunità per gli investitori esteri. Le attuali manifestazioni di protesta delle opposizioni non minano la stabilità del Governo che anzi, dai sondaggi, viene dato in aumento di consensi. Rimane sul tappeto la spinosa questione del riconoscimento del Kosovo, tra l’altro non attuata da alcuni Paesi europei.

Ma passi in avanti ne sono stati fatti molti il questa direzione il ministro degli Esteri e Vice premier, il socialista Ivica Dacic, non ha chiuso del tutto questa porta, ma pretende che la popolazione serba del Kosovo venga tutelata con un adeguata autonomia amministrativa che le permetta di mantenere i legami con la Madrepatria e che salvaguardi le memorie storiche come i monasteri serbo ortodossi più volte attaccati e messi in pericolo dagli estremisti kosovari. L’ Europa, che ha tutto l’interesse a integrare al suo interno la Serbia può e deve giocare una funzione decisiva a questo proposito. Le penalizzazioni territoriali, economiche e sociali patite dalla Serbia per aver perso la guerra con Milosevic, devono lasciar spazio a un’ attenzione concreta verso le ragioni del popolo serbo che guarda con speranza all’Occidente. L’Italia deve inserirsi con estremo interesse in questo processo divenendone parte attiva, approfittando delle condizioni particolarmente favorevoli determinate dai tradizionali rapporti di amicizia tra i due popoli.

Alessandro Perelli

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