venerdì, 23 Agosto, 2019

Venti anni dopo. L’Euro e la necessità di un’”altra Europa”

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“A vent’anni dalla sua creazione l’euro e l’eurozona sono sempre più oggetto di accesi dibattiti e di duri scontri politici”; se si volesse fare un bilancio, il meno che si posa dire, afferma Enrico Grazzini, giornalista economico ed autore dell’articolo “Perché l’euro prima o poi crollerà” (apparso su Micromega n, 2/2019), è che la moneta unica europea, adottata nel 1999 da undici Stati membri dell’Unione, cui si sono aggiunti negli anni successivi altri otto Paesi, “non ha mantenuto le aspettative”: rafforzare il mercato interno europeo, rilanciare il processo di integrazione politica attraverso la costruzione di una struttura istituzionale federalista, far convergere nella crescita e nello sviluppo i sistemi economici e le società dei Paesi aderenti e creare un’area valutaria alternativa a quella del dollaro. Per tutte queste ragioni, è impossibile non riconoscere il “fallimento” della moneta unica, che si è mostrata fragile, dopo alcuni anni dalla sua adozione, con l’inizio della Grande Depressione del 2007/2008.
L’euro, perciò, secondo Grazzini, “sembra essere un chiaro esempio di eterogenesi dei fini con conseguenze ampiamente inaspettate e molto diverse rispetto alle annunciate intenzioni iniziali”, e soprattutto molto diverse dalle finalità indicate da chi, scrivendo il “Manifesto di Ventotene”, indicava la necessita di unire l’Europa per il perseguimento di “un’equità sociale condivisa, non per una moneta unica”.
Grazzini ricorda che molti economisti, fuori e dentro l’Italia, sia di destra che di sinistra, hanno affermato, dopo lo scoppio della crisi globale del 2007/2008, che l’euro “non poteva funzionare nel lungo periodo e in caso di shock”; lo avevano detto a chiare lettere economisti premi Nobel, quali Joseph Stiglitz e Amartya Sen, e in Italia, Luciano Gallino, assieme a molti altri intellettuali ed economisti, come Paolo Savona; questi ultimi, però, pur costituendo una trascurabile minoranza, sono sempre rimasti inascoltati e, come dice Grazzini considerati “blasfemi” dall’establishment dominante.
Al riguardo, si ricorderà il rifiuto del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di nominare Savona Ministro dell’Economia, solo perché, benché non contrario all’Unione europea, era accusato di aver formulato un “Piano B” per il ritorno alla lira nel caso in cui l’euro fosse andato incontro ad una crisi irreversibile. Tutto ciò è accaduto, malgrado fosse noto il fatto che altri Paesi europei si fossero dotati di tutto quanto sarebbe stato necessario per tornare alla loro valuta originaria e che, in Germania, si discutesse apertamente (imperando il severo Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble) della possibilità che l’Italia fosse espulsa dall’area-euro.
In verità, una critica contro l’adozione di una moneta unica nel processo di integrazione europea era stata formulata tanti anni prima della fatidica data del 2007/2008; tra il 1958 e il 1961, all’inizio quindi dell’attuazione del “progetto europeo”, Tibor Scitovsky e Robert Alexander Mundell avevano messo in evidenza le insidie delle quali potevano essere portatori il processo di integrazione economica e il corretto funzionamento dei meccanismi sottostanti il governo dell’area valutaria conseguente al processo di integrazione sopranazionale.
Secondo Tibor Scitovsky, il processo di integrazione economica europea, oltre che vantaggi, poteva creare ostacoli di natura “tecnica” che, se non preventivamente eliminati, avrebbero potuto impedire il successo dell’integrazione. Da questo punto di vista, veniva rilevato il rischio che l’integrazione delle singole economie nazionali potesse generare svantaggi, se le economie avessero presentato, originariamente, strutture produttive completamente differenti. Malauguratamente, questa previsione è prevalsa sull’attesa dei vantaggi, a causa del fatto che il risultato principale della loro distribuzione tra i vari Paesi, conseguente alla liberalizzazione del commercio all’interno dell’area integrata, è stato solo l’incremento della capacità competitiva che l’integrazione, in misura differente tra i vari Paesi, ha determinato nei confronti dell’esterno.
E’ accaduto infatti che l’integrazione economica di strutture produttive differenti non abbia tardato a rivelare le difficoltà cui i singoli Paesi sono andati incontro nella gestione interna del loro sistema produttivo (in particolare, riguardo all’impiego della forza lavoro); difficoltà, queste, che si sarebbero potute rimuovere, solo se fosse stato possibile adottare una politica monetaria e fiscale comune, sorretta dall’integrazione di natura politica, oltre che economica, dei Paesi aderenti al progetto europeo. Non essendo stata realizzata preventivamente la prima, è accaduto che l’aumentata competitività, resa possibile dall’integrazione economica, abbia promosso la propensione di alcuni Paesi, come la Germania, ad orientare la propria struttura produttiva verso le esportazioni, sino a diventare un attore economico globale, e a caratterizzare il proprio sistema economico in termini di avanzo strutturale della propria bilancia commerciale; il che ha dato origine ai mancati benefici economici attesi da parte dei restanti Paesi.
Infatti, la persistenza dell’avanzo commerciale del Paese divenuto dominante all’interno dell’area europea, quindi la sua volontà a non porvi rimedio, hanno impedito che la distribuzione dei vantaggi di natura liberoscambista tra i singoli Paesi dell’Unione Europea fosse realizzata attraverso gli automatismi monetari, secondo quanto era plausibile prevedere in base alla teoria dell’ottimalità delle aree valutarie, esposta nella sua forma più completa nel 1961 da Robert Alexander Mundell.
Secondo questa teoria, l’esperienza storica era valsa a consolidare il fatto che gli squilibri delle bilance commerciali dei Paesi operanti all’interno di un’area di libero scambio sono destinati a tradursi in una crisi del “sistema dei pagamenti internazionali”, se la fissità dei tassi di cambio e la rigidità dei salari e dei prezzi all’interno dei Paesi liberoscambisti impediscono alle ragioni di scambio di svolgere il loro ruolo riequilibratore nei processi di aggiustamento delle bilance commerciali.
Per evitare le difficoltà cui sfortunatamente possono andare incontro i Paesi che decidono di organizzarsi in un’area di libero scambio, attraverso l’adozione di un sistema di valute nazionali collegate tra loro mediante tassi di cambio flessibili, oppure attraverso l’adozione di un’unica valuta, i singoli Stati devono necessariamente rispettare le “regole del gioco” che presiedono al corretto funzionamento dell’area valutaria comune; Nel caso contrario, la crisi dei loro sistemi interstatali di pagamento può trasformarsi in ostacolo, non solo alla stabilità e alla crescita dei Paesi con bilance in deficit, ma anche, più in generale, a quelle dell’intera area di libero scambio. Perché quest’ultima possa configurarsi come ”area valutaria ottimale”, occorre che, all’interno dei singoli Stati, la loro Banca Centrale (nel caso di tassi di cambio flessibili) o la Banca Centrale istituita per l’intera area valutaria (nel caso dell’adozione di un’unica valuta) svolgano la funzione di regolare la quantità di moneta circolante, provvedendo ad allargare o a restringere la circolazione, a seconda della posizione della bilancia commerciale di ogni singolo Stato nei confronti degli altri.
Ciò implica che le Banche Centrali, in entrambi i casi ipotizzati, agiscano in modo tale da consentire ai Paesi in disavanzo di ridurre la propria circolazione, al fine di diminuire il livello generale dei prezzi interni (guadagnando per tale via in competitività), quindi di aumentare le esportazioni; per contro, all’interno dei Paesi con bilancia commerciale in avanzo, le Banche Centrali devono provvedere ad immettere nuova moneta, al fine di aumentare il livello generale dei prezzi interni, promuovendo una diminuzione delle esportazioni. Così, nel tempo, le “regole del gioco” cui devono attenersi nel governo della politica monetaria le Banche Centrali, stimolando l’operatività degli automatismi di mercato, favorirebbero l’aggiustamento delle bilance commerciali di tutti i Paesi integrati all’interno dell’area valutaria comune.
Sino agli anni Settanta del secolo scorso sono del tutto mancate nell’agenda dei Paesi europei, possibili ipotesi di accordo in ambito politico. Queste hanno cominciato ad essere avanzate allorché, a causa della crisi globale dei mercati monetari e di quelli energetici, ha preso forma, nel 1978, la realizzazione del Sistema Monetario Europeo (il cui scopo è stato quello di assicurare una maggiore stabilità monetaria, una riduzione dell’inflazione e tassi di cambio meno variabili, attraverso una maggiore cooperazione tra gli Stati membri); successivamente, con gli anni Ottanta, si è giunti alla decisione di compiere passi in avanti verso l’integrazione, oltre che economica, anche politica dell’Europa, attraverso la creazione di un mercato unico interno.
Solo qualche anno più tardi, ha preso il via il processo di unificazione, con la sottoscrizione dell’”Atto Unico Europeo” (entrato in vigore nel 1987), col quale è stata decisa la realizzazione del mercato unico interno; uno spazio che, mediante l’eliminazione di barriere fisiche, tecniche e fiscali, garantisse la libera circolazione di persone, merci e capitali, in modo da prefigurare l’Europa come un solo Stato.
Per il perseguimento di tale obiettivo si è giunti alla firma, nel 1992, del Trattato di Maastricht, che ha stabilito, da un lato, la nascita di una Banca Centrale Europea (BCE), per la gestione della politica monetaria, e dall’altro lato, le “regole” che avrebbero disciplinato la circolazione della moneta unica (l’euro), da adottarsi entro la fine del millennio.
In presenza degli squilibri nelle bilance commerciali dei singoli Stati, e mancando un accordo comune che ne favorisse il risanamento, il processo di sviluppo dell’integrazione europea e la nascita dell’Unione Economica e Monetaria hanno reso più che mai attuale il dibattito sulla teoria delle aree valutarie ottimali; dibattito che si è protratto sino al sopraggiungere della Grande Recessione del 2007/2008, per continuare negli anni successivi, focalizzando l’attenzione sui motivi per cui non hanno potuto funzionare gli automatismi monetari compensativi.
Sulle ragioni di questa disfunzione, si sono affermate due posizioni contrapposte: da un lato, la crisi della mancata rimozione degli squilibri delle bilance commerciali è stata considerata il risultato delle politiche sociali (in particolare, delle politiche di welfare) di alcuni Stati membri poco “virtuosi”, che avrebbero provocato un effetto negativo a cascata sull’intera area valutaria dell’euro, amplificando le difficoltà determinate dal sopraggiungere della crisi del 2007/2008; dall’altro lato, gli squilibri delle bilance sono stati ricondotti all’ipotesi che alcuni Stati membri fossero vittime, non tanto del loro atteggiamento poco virtuoso e dell’inadempimento degli obblighi comunitari, quanto dei difetti strutturali presenti nelle istituzioni (in particolare, nella BCE) preposte alla gestione dell’eurozona.
Le fasi seguite alla crisi del 2007/2008 hanno polarizzato, fuori e dentro l’Italia, il consenso di molti intellettuali ed economisti (rimasti però inascoltati) sulla seconda posizione, cioè su quella che riconduceva il mancato funzionamento degli automatismi compensativi alla insufficiente azione della Banca Centrale Europea; in particolare, al fatto che tale azione fosse impedita dai Paesi con bilance commerciali in avanzo, i quali, adducendo ragioni ideologiche a difesa dei loro sistemi produttivi, non hanno mai accettato che i rapporti reciproci di debito e credito dei Paesi dell’area-euro potessero essere regolati attraverso l’instabilità dei propri prezzi interni. In altre parole, tali Paesi non hanno voluto che si procedesse sulla via dell’integrazione politica, per cui – come afferma Grazzini – “con Maastricht si è deciso che la creazione e la gestione della moneta – la potestà monetaria – fossero affidate a una banca centrale formalmente e completamente indipendente dai governi e dalla politica (e quindi anche dalle scelte democratiche)”.
Sta di fatto che – continua Grazzini – alla Banca Centrale Europea è stato assegnato “un potere enorme” che ha esercitato unicamente per controllare l’inflazione, senza essere condizionata e influenzata dalla politica dei singoli Paesi aderenti all’area valutaria comune; la conseguenza di tale status istituzionale della BCE è stata il suo impedimento a svolgere una politica monetaria che, da un lato, realizzasse più equilibrati rapporti tra le strutture produttive dei diversi, e dall’altro, promuovesse la crescita dell’intera area e quella dell’occupazione, attraverso un’incisiva politica della domanda aggregata europea. I Paesi, tra i quali l’Italia, che hanno patito maggiormente gli effetti negativi della Grande Recessione, con la politica deflativa imposta dall’Europa, hanno subito le conseguenze di un minor saggio reale di sviluppo e di una maggiore disoccupazione, a causa della mancata possibilità, dopo l’adesione all’eurozona, di coordinare la loro politica monetaria con la politica fiscale, per via del vincolo di subordinare la seconda alla prima. Questa situazione ha creato la paralisi di Paesi con eccesso di debito, aggravata dal “mancato riciclo” sulla domanda dei rilevanti avanzi di bilancia corrente estera da parte di Paesi come l’Olanda e la Germania.
E’ questo il motivo per cui, se non sarà realizzata un’”altra Europa”, fondata su una reale unificazione politica e sull’azione di una Banca Centrale dotata di poteri e risorse per l’attuazione di interventi democraticamente legittimati, attraverso i quali contrastare le divergenze economiche e sociali esistenti, non solo tra gli Stati membri dell’eurozona, ma tra tutti gli Stati membri dell’Unione, diventerà reale la previsione di Grazzini, che vuole che l’euro prima o poi debba crollare.

Gianfranco Sabattini

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