lunedì, 18 Febbraio, 2019

Verso il punto di svolta del Bienno Rosso

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Dalla grande guerra alla guerra civile – Parte 10 

Il 1920 si aprì in maniera apparentemente più serena rispetto all’anno precedente ma la quiete transitoria non durò a lungo. A gennaio il Consiglio nazionale del Partito Socialista, mediante Bombacci che era allora il suo segretario politico, proclamò la necessità di fondare i Soviet con le seguenti parole: “Il Consiglio nazionale udito il progetto proposto dalla direzione del Partito e la esposizione fatta dal segretario Bombacci sulla costituzione dei Soviet, richiama la deliberazione del Congresso di Bologna in merito alla costituzione del Soviet, invita la direzione ad iniziare un’ampia discussione tra le masse operaie e nel Partito con rappresentanze degli organismi di classe e, dopo una ampia e sollecita elaborazione, dispone che sia sentito nuovamente, non oltre due mesi, il Consiglio nazionale perché provveda alla definitiva costituzione dei Consigli dei lavoratori”

Se mai ce ne fosse bisogno, questa è la prova lampante della schizofrenia socialista di allora: da una parte si partecipava ai lavori parlamentari, dall’altra si teorizzava il superamento della stessa struttura rappresentativa democratica parlamentare mediante la costituzione dei Soviet. In precedenza abbiamo rilevato come, nonostante certi intenti, il pericolo e la possibilità di una rivoluzione bolscevica in Italia fossero allora pressoché nulli, sia per mancanza di adesione su tutto il territorio nazionale alle idee socialiste, in particolare nel Meridione, sia per il blocco compatto dell’esercito e dei ceti medi profondamente avversi a tale prospettiva, e sia infine per la stessa demagogia dei capi socialisti che non andava oltre gli slogan e le dichiarazioni altisonanti, nascondendo un vuoto pauroso di prospettive di azione, anzi, dimostrando palesemente, come si è visto con gli scioperi e i tumulti di piazza, di non potere contenere con un serio servizio d’ordine le numerose smargiassate, le devastazioni e persino gli omicidi che li accompagnavano. Così come era palese l’incapacità di trasformarli in una vera e propria operazione militare coordinata in tutto il territorio per arrivare ad una vera e propria insurrezione nazionale.

Evidentemente Mussolini cominciò a trarne vantaggio, anche se non aveva ancora i finanziamenti, per agire di converso. Egli, in ogni caso, alla dichiarazione di formazione dei Soviet da parte dei socialisti, così rispose: “Passano i giorni e passano i mesi e il Soviet non viene, e Bombacci si ingarbuglia e Nicola grande di Russia spalanca le porte della terra al capitalismo di tutti i Paesi; e allora che meraviglia se le masse illuse e deluse, assaltano la Camera del Lavoro, rinnegano l’Avanti! Gridano al tradimento e “vanno più innanzi”?..E non è forse male che dopo l’esperienza socialista, le masse, sempre crudeli ed ingenue, provino l’esperienza anarchica. Dopo verrà la nostra ora. Noi che abbiamo il coraggio di dire alle masse le verità più aspre, e di disperdere le illusioni stolte fomentate dai perversi politicanti di tutte le specie, noi possiamo attendere tranquillamente il crollo di tutte le chiese, la liquidazione di tutti i preti e il trionfo della nostra eresia”.
Mussolini era impaziente di passare all’azione, ma non aveva ancora gli strumenti e i finanziamenti adeguati, poteva ancora raccogliere fondi per la causa di Fiume e non pochi erano i soldi destinati da molti a quella che appariva allora come l’unica vera prospettiva rivoluzionaria e sinceramente patriottica di quel periodo. Mussolini da una parte ammirava e lusingava D’Annunzio, sapendo che il suo valore e la sua popolarità allora non erano minimamente paragonabili alla sua, dall’altra lo temeva perché sapeva bene che una eventuale azione decisiva da parte del Vate rivoluzionario in Italia lo avrebbe completamente surclassato, una marcia su Roma di D’Annunzio per Mussolini sarebbe stata la fine completa. Quindi fece di tutto per portarlo dalla sua parte, raccogliendo fondi e cercando di inserirlo nel nascente movimento fascista. D’Annunzio non fu mai fascista e non ci risulta che aderì mai al PNF quando esso nacque nel 1921, però come altri, per esempio Nenni, ai Fasci di combattimento aderì e ne abbiamo la prova fotografica. Esperienza del tutto effimera e superata con il tempo e soprattutto con l’esito tragico dell’impresa fiumana.

Mussolini quindi allora un bel malloppo già lo aveva, ma aveva anche l’esigenza di stornare una parte dei fondi destinati a Fiume per i suoi squadristi, per dotarli cioè di mezzi efficaci per contrastare l’invadenza della cosiddetta “teppa rossa”. Lui doveva mantenere economicamente i suoi squadristi, soprattutto per presidiare la sede del Popolo d’Italia e ancora non disponeva di entrate cospicue derivanti dai finanziamenti degli agrari e degli industriali. Venne così fuori la notizia, diramata proprio da due ex redattori del giornale di Mussolini, il Popolo d’Italia, che lui stesso si era appropriato di una somma di circa 3 milioni di lire, allora molto ingente, destinata a sostenere i volontari fiumani, proprio per finanziare le sue squadre di azione.

Mussolini però non si fece prendere in contropiede, si sottopose ad un interrogatorio condotto dall’avvocato Oreste Poggio per conto del Collegio dei probiviri, in cui rivelò anche i retroscena del movimento fascista nei primi mesi della sua esistenza, disse anche che aveva sconsigliato D’Annunzio di marciare verso l’Italia con i suoi 70.000 volontari e che si era messo di traverso nei confronti di quei repubblicani che avevano seguito il Comandante a Fiume e che invece gli consigliavano di farlo al più presto. Minimizzò sul ruolo delle sue squadre di azione dicendo che erano servite più che altro alla sua incolumità personale e che in gran parte le aveva liquidate anche se erano pagate dalle 20 alle 25 lire al giorno (somma di un certo riguardo in quel periodo di magra) e infine, a giustificare lo storno di fondi che comunque ammise, portò due lettere autografe dello stesso D’Annunzio che lo scagionavano dall’essersi appropriato indebitamente di quei soldi e che provavano che lo aveva piuttosto autorizzato lui a farlo.

La lettera di D’Annunzio però è datata 15 febbraio, circa un mese dopo che l’Avanti aveva denunciato lo scandalo e di conseguenza è del tutto probabile che fosse stata scritta su richiesta dello stesso Mussolini al Comandante affinché lo scagionasse e lo aiutasse ad uscire da uno scandalo che per lui sarebbe stato pericolosissimo. La lettera è importante anche per altri motivi, sia perché aiutando Mussolini, che per altro lo stesso Comandante aveva redarguito molto animosamente all’inizio della sua impresa per non averlo seguito, dimostra che in lui D’Annunzio vedeva il suo unico possibile alleato concreto, e anche perché menziona solo marginalmente il corpo degli Arditi, i quali in quel periodo erano quasi completamente mobilitati a Fiume. Gli Arditi erano stati il corpo d’élite della Grande Guerra, votato alle imprese più rischiose e pericolose, sfidando la morte ogni giorno e convivendo con la violenza più efferata fino alla fine del conflitto, quasi come fosse una droga. Per altro essi stessi erano anche consumatori saltuari di cocaina, come il Comandante, anche se ovviamente non tutti cocainomani. Essi erano i più convinti sostenitori della necessità della rivoluzione in Italia, anche se poi, una volta fallita l’impresa di Fiume, si divisero in Arditi mussoliniani, che spinsero più di tutti verso un esito eversivo della presa del potere del Duce, e Arditi del Popolo di matrice socialista-anarchica, che rinfacciavano a Mussolini di essersi messo dalla parte dei padroni del vapore e degli agrari.

Mussolini attribuì le dichiarazioni dei suoi ex redattori ad una sorta di loro livore personale nei suoi confronti e al giornale socialista la volontà di diffamarlo, ma non poté non ammettere almeno in parte la verità, evidentemente minimizzando i fatti con le seguenti parole: “E’ dunque chiaro, palese, pacifico che i fondi, minimissimi in confronto del totale, stornati dalla sottoscrizione pro-Fiume, previa autorizzazione del Comando di Fiume, servirono a sussidiare i marinai, gli arditi, i fascisti, i volontari di guerra venuti a Milano fra il 10 e il 19 dicembre.”. Poi evidentemente seguivano le solite frasi stentoree: “Giudichi chi vuole. Ma traditori e nemici s’ingannano se credono di indebolirmi e di fiaccarmi. Anzi! Ostilità, diffamazioni, delazioni e tradimenti, esasperano la mia volontà, temprano la mia tenacia, danno a tutte le corde del mio spirito la tensione più acuta”
Questa, comunque, anche se in senso molto eufemistico e seguita dalla solita retorica autocelebrativa, è una evidente ammissione di colpa. Il movimento fascista nascente e lo stesso Mussolini avevano bisogno di soldi per proseguire la loro opera, soldi con cui pagare i loro mercenari per contrastare militarmente il pericolo rosso. Ma quest’ultimo si prodigò da solo per fornire elementi adeguati affinché la paura crescente fornisse sempre più fondi ai fascisti di Mussolini; lo vedremo con altri scontri, con altri morti, con altri linciaggi e con altre innumerevoli velleità rivoluzionarie immancabilmente finite nel pauroso vuoto di azione politica.

Come dicevamo, i primi mesi del 1920 passarono in una sorta di calma apparente ma, nella tarda primavera, gli scioperi, le manifestazioni ripresero stavolta trascinando con loro anche le organizzazioni “bianche”, le leghe cattoliche in particolare nel Cremonese. Tutto ciò arrestò in gran parte la produzione nelle zone rurali per mesi, ma senza che una adeguata sponda politica potesse raccogliere e consolidare tali rivendicazioni, sebbene in vari casi la produzione passasse sotto il controllo degli stessi lavoratori che determinarono così in buona parte prezzi e salari. Ancora una volta a Milano avvennero fatti luttuosi, nel giugno del 1920, con nove morti e particolarmente orribile fu il linciaggio di un Brigatiere dei Carabinieri: Giuseppe Ugolini. Lo narra il Corriere della Sera del 24 giugno riferendo i fatti di due giorni prima.

Il vicebrigatiere Giuseppe Ugolini passava per piazzale Loreto, che diventerà poi tristemente famosa per altre scene di macelleria analoghe, dentro una carrozza chiusa, armato di pistola e moschetto, la vettura fu fermata, i vetri rotti, la folla si scagliò contro di lui, ma egli sostenne che era di passaggio e stava solo eseguendo un ordine di servizio. All’improvviso, gli aggressori si accorsero che aveva le armi e gli intimarono di scendere, non fece a tempo a replicare di non essere ostile che una coltellata lo ferì al collo. Lui allora, cerò di ripararsi presso degli alberi e di difendersi, sparando alcuni colpi e colpendo vari aggressori. La folla sbandò ed egli cercò una fontanella per bere; avendo perduto molto sangue, cercò pure di entrare in un bar ma le saracinesche si abbassarono, dopo che ne furono usciti alcuni giovinastri che si diressero verso di lui, non fece a tempo a bere che la folla inferocita gli fu addosso.

La macabra conclusione la lasciamo all’articolo del Corriere: “I primi tre o quattro arrivati impedirono al ferito un ultimo tentativo di difesa. Uno gli sparò una rivoltellata sul viso, un altro, un giovanotto alto e robusto, gli appoggiò, mentre il disgraziato si voltava, la canna della rivoltella sulla giubba e tirò freddamente. Altri due o tre gli furono diretti da vicino. Abbracciato al feritore più prossimo l’Ugolini è caduto a terra rantolando; l’assassino si è rialzato subito e coi compagni ha continuato ad infierire sul moribondo. Il moschetto abbandonato a terra diventò una mazza e il calcio fu rotto sulla testa del carabiniere; i colpi gli scesero sul viso feroci e serrati; qualcuno lo ferì nuovamente con un pugnale, altri lo calpestarono, gli ultimi gli batterono sul capo con le biciclette. La scena orrenda, seguita con la gola stretta da molti che non osavano intervenire, finì come finiscono i malviventi le uccisioni: con un furto. L’agonizzante fu spogliato di tutto, un solo taccuino gli fu lasciato addosso e un mazzo di chiavi gli fu gettato con sdegno di presso”

Il vicebrigatiere però non era ancora morto, agonizzava orribilmente straziato e con il viso maciullato; nessuno si avvicinò, solo un giovane mosso a compassione dal fatto che il sole batteva a picco su quella povera maschera sanguinolenta, gli pose un fazzoletto su quel che restava del suo volto che fu immediatamente intriso di sangue, un altro però lo strappò gridando: “Spia del governo! Finalmente gli hanno fatto la pelle!” Per un’altra mezzora quel povero corpo rimase per terra abbandonato e guardato in cagnesco come se fosse una carogna, solo verso le 11 arrivarono i soccorsi che lo trasportarono all’Ospedale Militare dove il povero Carabiniere morì circa un’ora dopo il suo arrivo, aveva solo 35 anni e si era distinto per avere sventato varie rapine ai treni.

E’ particolarmente interessante leggere queste cronache di quei fatti per comprendere che allora i giornali erano letti soprattutto dalla borghesia impiegatizia e da persone facoltose, non crediamo che tali cronache potessero essere falsificate, anche perché una cosa del genere avrebbe generato smentite, querele o addirittura ritorsioni violente, riteniamo piuttosto che questi racconti abbiano notevolmente allarmato chi poi passò decisamente dalla parte della reazione fascista. Abbiamo raccontato questo fatto nei dettagli perché avvenne in un luogo emblematico che sarà purtroppo teatro di altre macellerie perpetrate contro i partigiani e contro lo stesso Duce, la sua amante e i suoi accoliti, quasi che quel luogo richiamasse il sangue come tributo permanente ad una ferocia inutile iniziata proprio lì 35 anni prima. Simbolo macabro della continuità della guerra civile.

I moti insurrezionali di Ancona furono ancora più sanguinosi tra il 26 e il 27 giugno, concludendosi con un bilancio di 22 morti, e un centinaio di feriti. Carlo Silvestri, allora il più brillante giornalista del Corriere che in seguito accuserà Mussolini del delitto Matteotti, per poi cercare di scagionarlo, inascoltato, nell’immediato secondo dopoguerra, descrive quei fatti sulle colonne del suo giornale con grande efficacia, narrando l’ammutinamento dei bersaglieri a Falconara: “la rivolta incominciò alle 3 del mattino di sabato. Gli ufficiali che si trovavano in caserma furono disarmati; altri che giungevano per dirigere le operazioni di partenza subirono la stessa sorte; e numerosi graduati, dei quali i rivoltosi non si fidavano, furono messi alla porta. Intanto dei popolani si presentavano nella caserma e dai promotori della rivolta, che finora non aveva avuto nessun episodio clamoroso, vennero provveduti di armi. Un maresciallo dei carabinieri fece atto di opporsi allo sviluppo del tentativo rivoltoso, ma dovette darsi alla fuga a fucilate…” Seguì poi uno scontro con altri carabinieri accorsi e le mitragliatrici crepitarono da entrambe le parti, fino a che gli stessi carabinieri minacciarono di usare anche i cannoni. Alla fine ci fu la resa in cambio di una amnistia e vennero poi messi in carcere solo 21 uomini identificati come capi della rivolta. Anche Forte Savio venne assaltato e i rivoltosi si impadronirono anche dei cannoni senza però trovare nel magazzino delle munizioni proiettili adatti al loro calibro e di conseguenza i puntatori che erano pronti a respingere l’attacco delle navi da guerra, dovettero rinunciare alla loro opera. Anche a Roma il 24 maggio, anniversario dell’entrata in guerra, si ebbero gravissimi scontri in cui la guardia regia sparò ad un corteo di nazionalisti ex combattenti e fascisti che sfilavano minacciosi per le vie della capitale per celebrare quella data, ci fu poi una tale confusione che le guardie regie finirono per spararsi tra di loro. Tali scontri furono preceduti da precisi e cruciali eventi politici istituzionali che analizzaremo in seguito.

Non a caso le prime squadre di azione fasciste si costituirono nel maggio del 1920 a Trieste, in reazione ad una potente organizzazione slava anti-italiana che si era alleata con i rivoltosi rossi, quasi fossero una anteprima dei partigiani titini. La città fu così divisa in varie zone e ciascuna fu affidata ad una squadra di azione armata, il cui comando era delegato ad ex ufficiali. Tale modello di organizzazione sperimentato a Trieste, divenne poi quello seguito da tutti i Fasci di Combattimento e fu quella l’occasione in cui esordirono le camicie nere, non solo perché indossate da reparti di Arditi di notte, ma anche perché era la divisa dei braccianti ferraresi che già stavano confluendo nelle file del sindacalismo nazionale fascista. La rivolta di Ancona era destinata al fallimento e come riferisce Silvestri: “A tre giorni dall’ammutinamento dei bersaglieri, la situazione dei rivoltosi è virtualmente decisa. Gruppi di sovversivi non risparmiano imprecazioni ai capi, accusati di essersi imboscati, mentre essi erano mandati allo sbaraglio”
Questo tracollo segnò la vera e propria svolta nel “biennio rosso”, perché dimostrò da un lato la disorganizzazione ed inconsistenza dei moti insurrezionali con la incapacità di creare e mobilitare i Soviet che solo a parole si dichiarava di voler creare, e dall’altro lato evidenziò come si facesse strada, con tutt’altra organizzazione ed efficacia, il movimento fascista che si riassemblò militarmente in maniera capillare nelle varie regioni attraverso un suo nuovo Comitato centrale composto da 21 membri, dei quali 10 residenti a Milano e 11 nelle altre regioni. Il punto di svolta era ormai quasi raggiunto.

© 10 continua

Carlo Felici

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