giovedì, 19 Settembre, 2019

Verso le elezioni: le ambiguità di Mussolini e le divisioni della sinistra

0

Dalla Grande Guerra alla guerra civile – Parte 25

Per comprendere bene gli obiettivi reali e concreti di Mussolini e la sua strategia di avvicinamento al potere, è molto meglio prestare attenzione ai discorsi che egli rivolse ai suoi accoliti ed al suo partito, piuttosto che a quelli che presentò al Parlamento, perché questi ultimi servivano spesso per blandire gli avversari e illuderli di una situazione tutt’altro che vera. In particolare, è opportuno riguardare un passaggio di uno di quei discorsi, quello del 28 gennaio del 1924, in cui egli si rivolse all’assemblea nazionale del suo partito. C’è in esso una dichiarazione molto significativa che è bene considerare, per capire come tutte le sue mosse successive per allargare il consenso, mediante un listone da presentare alle successive elezioni, o per far credere ad alcuni dei suoi avversari, in particolare del sindacato CGL di voler allargare la partecipazione al potere anche a loro, fossero semplicemente fumo negli occhi.

Egli lesse in quella occasione la prima parte di un ordine del giorno che lo stesso Consiglio Nazionale del Fascismo avrebbe dovuto poi approvare: “Il Partito Nazionale Fascista per le sue origini, per i suoi metodi, per i suoi scopi ed anche per la sua esperienza vissuta dal 1921 in poi, respinge nettamente ogni proposta di alleanza elettorale e meno ancora politica, con vecchi partiti di qualsiasi nome e specie, anche perché il loro atteggiamento non è stato mai univoco nei confronti del Partito e del Governo Fascista; decide tuttavia, in conformità coi suoi metodi, di includere nella lista elettorale uomini di tutti i Partiti, ed anche di nessun Partito, i quali per il loro passato, specie durante l’intervento, la guerra e il dopoguerra o per le loro eminenti qualità di tecnici, di studiosi, siano in grado di rendere servigi alla Nazione.” La dichiarazione è particolarmente significativa per far comprendere in primo luogo come il fascismo ritenesse di essere un “unicum” e quindi non soggetto ad alleanze politiche elettorali (forse questo potrà ricordarci qualcos’altro del presente in cui viviamo) e in secondo luogo come esso puntasse però a scardinare gli schieramenti avversari, sottraendo loro risorse valide ed utili al fascismo stesso, e cioè a Mussolini, indipendentemente dalla loro provenienza politica, per legarle alla strategia di potere da mettere in atto. Fu così che venne poi costruito il “listone”.

Il mese successivo a quel discorso, la sera del 24 febbraio del 1924, a Parigi, Nicola Bonservizi, interventista, combattente in guerra in qualità di tenente di artiglieria, uno dei primi sansepolcristi del 23 marzo 1919, redattore del Popolo d’Italia, venne colpito con una una rivoltellata dal comunista Ernesto Bonomini. Egli era, tra l’altro, anche stato il fondatore del Fascio di Parigi e si spense dopo ben 35 giorni di agonia, il 26 marzo. Mussolini in quella occasione ebbe a dire: “I responsabili non sono solo gli assassini di Parigi…Altri responsabili sono coloro che vanno raccogliendo in tutti i villaggi d’Italia più o meno oscuri la cronaca di violenze insignificanti per montare l’opinione pubblica e per armare il braccio ai criminali, che in questi ultimi tempi hanno ucciso cinque dei nostri migliori amici, cinque dei nostri migliori gregari” L’allusione a Matteotti e a ciò che egli stava documentando con il suo libro era nettissima, tanto che i suoi stessi sicari ammetteranno in seguito che avevano intenzione di catturarlo proprio per farlo parlare in merito a tale delitto, ritenendo che ne fosse il mandante.

Da subito dopo la marcia su Roma e ancora, prima e dopo le elezioni del 1924, Mussolini lanciò, in ogni caso, segnali vari in special modo ai dirigenti della CGL tali da incoraggiarli ad entrare in un rapporto di attiva collaborazione con lui, in vista di una sorta di unificazione sindacale e di una più stretta collaborazione tra governo e sindacati. Verso la fine di agosto del 1923 si svolse il Convegno Nazionale della CGDL a Milano e in quella occasione D’Aragona, che ne era un leader di spicco, si spinse a dichiarare apertamente che “..se in futuro il governo dovesse chiamare alcuni iscritti alla CGDL ad una partecipazione ministeriale il sindacato non avrebbe da augurarsi altro che costoro non dimenticassero il proprio passato e continuassero la loro opera in difesa del proletariato”.
Ma il segretario del maggiore sindacato italiano si spinse anche oltre dicendo: “Se i vari partiti, cui è riservata la collaborazione politica, dovessero dimostrarsi incapaci o impotenti a soddisfare il loro compito, potrebbe sorgere un Partito del lavoro, come una necessità del movimento operaio” La pressione verso il PSU per ammorbidirne le posizioni intransigenti verso Mussolini esercitate soprattutto dal segretario Matteotti, erano piuttosto evidenti e il fantasma dell’ennesimo partito socialista cominciò ad aleggiare in quella torbida atmosfera di fine estate, anche per opera di un gruppo che manifestò apertamente l’intenzione di staccarsi dal PSU, per dare vita ad un nuovo partito socialista nazionalista di chiaro supporto al governo di Mussolini. Venne fondato a tal scopo, anche grazie a sovvenzioni governative, un giornale: La Gironda, con chiara allusione al partito antigiacobino della rivoluzione francese, ma il progetto fallì perché non arrivò l’appoggio del gruppo dirigente confederato, data l’opposizione ancora viva di vari suoi dirigenti a Mussolini. Questo però dimostra che già da allora, in busta paga del Duce, come poi venne confermato anche dalla inchiesta condotta dopo il delitto Matteotti dal coraggioso giudice a cui vennero affidate le indagini, c’era più di un esponente tra i socialisti.

Chi invece si parò sempre davanti a questa collaborazione ambigua, che tra l’altro sarebbe dovuta avvenire mentre le violenze fasciste erano ancora pienamente in atto, anche se spostate volutamente contro esponenti cattolici e liberali, fu Matteotti e questo, unito a ciò che abbiamo detto in merito alla sua raccolta di documenti che screditassero il regime in costruzione e insieme alle sue numerose denunce parlamentari che documentavano con il suo libro la deriva filocapitalista di Mussolini e del fascismo, di cui abbiamo in parte già parlato in una puntata precedente, non va dimenticato quando si cerca tuttora di trovare una pista unica o un solo movente per il suo assassinio. Ci fu invece come vedremo una convergenza di interessi ad eliminare questo scomodo oppositore.
Matteotti, quando nel settembre si tenne anche il convegno nazionale del suo partito, denunciò apertamente i motivi per cui era del tutto fuori luogo collaborare con Mussolini, così disse in merito al fascismo: che fu “l’acquisizione più viva del senso di classe della borghesia che prima non ne aveva. Essa si valse dei ceti medi, che nel 15-20 si erano sentiti profondamente offesi dall’atteggiamento del Partito al loro riguardo”. Si poneva dunque il problema di “staccare dalle classi capitalistiche e plutocratiche quegli elementi che si son dati al fascismo soltanto per paura dei nostri veri o immaginari eccessi, ma i cui interessi stanno in antitesi con quelli del fascismo” Il giovane segretario del PUS proseguì con molta determinazione contro ogni eventualità di collateralismo, deciso più che mai a spegnerlo su nascere, una volta per tutte.

Secondo lui era quanto mai necessario invece fare appello a tutte le forze sane della democrazia, legando ad esse le sorti del socialismo italiano, perché nessun compromesso poteva rivelarsi utile né possibile con una dittatura nascente; così alluse anche alla questione sindacale a cui abbiamo già accennato: “Qualcuno dubita che vi sia interesse diverso dell’organizzazione economica. La verità è che in una dittatura non esiste più né il comune, né la cooperativa né l’organizzazione sindacale” In una prospettiva dittatoriale in cui tutto viene imposto e rimosso dall’alto, concluse Matteotti: “Vi sono delle necessità contingenti che dobbiamo comprendere. Ma vi sono delle necessità che non possono assolutamente mai rinnegarsi senza danno definitivo”. Modigliani in quella occasione replicò a Matteotti che, se era necessario proseguire l’azione antifascista, altresì sarebbe stato opportuno fiancheggiare l’opera del sindacato delle classi lavoratrici per cercare, in una prospettiva laburista, di sottrarre il consenso delle masse al regime.

Treves e Turati appoggiarono Matteotti, convinti più che mai che non dovesse essere il sindacato a guidare il partito, ma caso mai il contrario, in una condizione di piena autonomia ed opposizione al regime. Questa posizione dei due padri nobili del socialismo italiano fece vincere quella di Matteotti, spostando il consenso della maggioranza verso le sue posizioni. Il giovane ed energico segretario però non aveva solo l’intento di opporsi con intransigenza crescente a Mussolini, ma cercava anche di lanciare segnali e di costruire una sponda con i vecchi compagni di partito restati nella formazione massimalista i quali, con la costruzione del Partito Comunista, erano rimasti sempre di più ai margini dell’azione politica. Era quindi una lotta all’ultimo sangue quella che si prefigurava tra Mussolini e Matteotti; mentre l’uno cercava di dividere il fronte riformista dell’opposizione, o costruendo il suo listone in nome dell’ordine e della stabilità politica oppure dividendo il fronte socialista, l’altro, invece, era proiettato ad unire lo schieramento dell’opposizione proprio a partire da una riunificazione delle varie componenti socialiste, ed in nome della democrazia e dell’antifascismo.

E’ più che evidente che queste posizioni, indipendentemente dall’esito e dallo svolgimento delle elezioni che erano ormai prossime e da altri moventi più o meno occulti, su cui tanto hanno speculato e speculano tuttora gli storici di varia ispirazione, sono il motivo evidente di tale inesorabile irriducibilità e del profondo ed inevitabile scontro frontale tra questi due personaggi, molto carismatici nel loro ambito, che sarà la causa vera e fondamentale dello stesso omicidio dell’eroico deputato socialista. Il partito di Serrati, in ogni caso, pendeva più verso i comunisti che verso i riformisti anche se ad opporsi ad una eventuale fusione con essi, fu uno dei suoi esponenti più giovani ed illustri: Pietro Nenni che aveva aderito al Partito Socialista due anni prima, dopo avere a lungo militato nel Partito Repubblicano; fu notato dallo stesso Serrati durante gli scontri con i fascisti e nell’assalto alla sede de L’Avanti, la stessa sera dell’attentato al Diana.

Fu allora che Serrati, ammirando il suo coraggio, gli propose di diventare corrispondete del giornale da Parigi. Nenni però non nascose mai le sue perplessità e la sua opposizione ad una adesione alla III Internazionale e ad una eventuale fusione con i comunisti e, dopo la marcia su Roma, la sua intransigenza divenne ancora più acuta. Quando nel gennaio del 1923 l’Avanti pubblicò un articolo di Serrati estremamente favorevole a tale fusione, Nenni, in qualità di caporedattore e di direttore “reggente”, al posto di Serrati che si trovava a Mosca, rispose con una dura polemica dal titolo emblematico, con cui poneva un interrogativo fondamentale: “La liquidazione del partito socialista?” Nenni era sostanzialmente d’accordo con l’intento di unificare le forze rivoluzionarie però, da buon mazziniano, non intendeva che ciò potesse essere fatto dall’alto, da parte cioè di una direttiva proveniente da Mosca, quanto piuttosto dal basso, mediante cioè una potente mobilitazione popolare. Tra l’altro, era stato lo stesso Serrati, che in quel momento seguiva pedissequamente gli orientamenti della III Internazionale, a teorizzare ciò, quando si era presa in considerazione la scissione dei riformisti.

Nenni sosteneva che tutto doveva decidersi mediante una consultazione popolare e quindi con un referendum tra gli iscritti. Era il suo un attacco frontale, ma non gli procurò alcun problema ed egli continuò a dirigere l’Avanti! Proseguendo così imperterrito la sua compagna contro una eventuale fusione che raccolse sempre maggiori consensi nel suo partito. Tra alterne vicende e al ritorno di Serrati, le posizioni tra fusionisti ed indipendentisti continuarono a confrontarsi in maniera più o meno aspra, ma senza un esito sostanziale, sia Serrati che Nenni però furono costretti ad abbandonare la direzione de l’Avanti! Poi vennero addirittura incarcerati, l’uno perché sospettato di complottare con Mosca e l’altro insieme ad altri, per averlo difeso con un manifesto, ma la cosa durò poco.
Il XX Congresso si svolse così senza sostanziali prese di posizione e sempre nell’ambito di una stanchissima polemica tra massimalisti, in gran parte dietrologica, sul merito delle decisioni e degli argomenti già considerati che riguardavano l’adesione al Comintern. Il Partito Socialista si consumava così, avvitandosi su se stesso, in una perenne spirale tra massimalismo e indipendentismo. L’astro nascente di Nenni però non mancò di brillare anche nelle sue considerazioni critiche successive, le quali, dalla prospettiva storica che abbiamo già tracciato anche in maniera sintetica in precedenza, risultano pienamente confermate, disse infatti: “Se nel 1919-20, invece di pretendere di trapiantare il sovietismo in Italia, si fosse meno sorriso sulla Costituente e si fosse meno ironizzato sulla Repubblica di Modigliani, il proletariato italiano avrebbe avuto oggi ben altre possibilità di azione”. Un decreto reale del 25 gennaio del 1924 portò allo scioglimento della Camera eletta nel 1921 e dette indicazioni per le successive elezioni politiche, che si sarebbero svolte il 6 aprile del 1921. I partiti, e prima di loro Mussolini, che le aveva progettate e volute con la nuove legge elettorale, si stavano preparando già dalla metà dell’anno precedente.

I maggiori problemi per preparare una lista erano per socialisti, ormai spaccati in tre partiti: i comunisti scissi nel 21, i riformisti del PUS e quel che restava del PSI. Prima ancora “di” partecipare, si poneva il problema “se” partecipare ad una competizione elettorale il cui esito, con la legge maggioritaria, rischiava di essere scontato. La possibilità di astenersi in massa venne prima considerata, poi superata dal tentativo di creare una lista comune, ma le difficoltà si presentarono da subito con molta evidenza, soprattutto per l’impossibilità da parte della componente massimalista e comunista di affrontare l’eventualità di un impegno elettorale che comportasse qualcosa che fosse diverso da una soluzione classista o piuttosto puramente democratica.

Evidente fu anche l’accusa rivolta da Matteotti ai comunisti di voler boicottare l’accordo e di non voler considerare come base comune ciò che oggi è un dato universalmente acquisito: “la lotta per le liberà elementari”, come fondamento di ogni intesa possibile e necessaria. Colui che venne definito allora dallo stesso Gramsci “pellegrino del nulla”, non faceva altro che sottolineare che, al di là di una lotta comune per il pluralismo e per la democrazia, non vi era che il “nulla” delle velleità ideologiche. Vani furono i tentativi di mediazione del Partito Socialista Italiano che alla fine decise di presentarsi con una lista propria e lo stesso Matteotti, che inizialmente era stato propenso all’astensionismo in mancanza di una larga convergenza su una piattaforma democratica, si convinse definitivamente che la partecipazione e la competizione elettorale erano indispensabili perché, come egli scrisse a Turati: “ la tattica di fare il morto…finisce di uccidere un partito che fin dal suo nascere non aveva potuto farsi conoscere abbastanza…” alcuni giorni dopo, la sua rabbia crebbe fino ad affermare che “Io non non intendo più ad assistere ad un simile mortorio. Cerco la vita. Voglio la lotta contro il fascismo. Per vincerla bisogna inacerbirla. Ci vuole gente di volontà e non degli scettici”. Infine sottolineò il dovere di fare di tutto affinché le componenti riformiste e massimaliste si potessero riavvicinare dicendo che “…bisogna tornare a considerare la posizione del PSI. Purgato dai terzinternazionalisti e strettamente discorde da Mosca, ormai non è più diviso da noi che da minori divergenze teoriche, più o meno equivoche e avvenieristiche. Nella pratica e nel momento attuale non vi è più alcuna differenza rilevante”

Era però ormai troppo tardi per questo tentativo in extremis, ma rileggerlo aiuta lo stesso a comprendere sempre meglio il motivo che spinse Matteotti a pronunciare il suo veemente ultimo discorso e ad alzare sempre di più i toni dello scontro con un Mussolini che, invece, usava accenti sempre più concilianti ed il cui scopo principale era quello di tenere diviso il fronte dell’opposizione al fascismo. Si ebbero così purtroppo anche tre campagne elettorali corrispondenti alle tre liste della sinistra: quella del PSU di Matteotti, basata soprattutto su una intransigenza morale contro il fascismo, quella del PSI, con poche concessioni al parlamentarismo e tutta basata sulla contrapposizione di classe, e quella del Pcd’I che vedeva come unica soluzione l’unità degli operai e dei contadini da opporre al blocco borghese, identificato con il fascismo, fino ad abbatterlo.

Se da sempre l’unione fa la forza, mai dalla nascita del socialismo in Italia, tanta debolezza, ancor più che nel 1921, ebbe modo di manifestarsi tutta in una volta, in un momento critico e cruciale per le sorti del nostro Paese. La violenza fascista si apprestò dunque ad affondare il suo coltello, in questa divisione politica ed elettorale, come nel burro.

Carlo Felici

© 25 continua

Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
Parte sesta
Parte settima
Parte ottava
Parte nona
Parte decima
Parte undicesima
Parte dodicesima
Parte tredicesima
Parte quattordicesima
Parte quidicesima
Parte sedicesima
Parte diciasettesima
Parte diciottesima
Parte diciannovesima
Parte ventesima
Parte ventunesima
Parte ventiduesima
Parte ventitreesima
Parte ventiquattresima

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply