mercoledì, 21 Ottobre, 2020

Via le province?

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Il cosiddetto ddl Delrio, che prende il nome dal ministro delle Regioni e dello Sport, non abolisce le province, come erroneamente è stato scritto. Per abolire le province è pronto un altro disegno di legge costituzionale, per la cui approvazione, secondo l’articolo 138, occorre tuttora il voto favorevole e in doppia lettura dei due terzi di Camera e Senato o un successivo referendum confermativo. Si tratta di un semplice provvedimento, quello approvato ieri alla Camera coi voti della sola maggioranza, per riordinare le province, sopprimendone consigli, giunte e presidenti, dunque gli organi politici. Nello stesso provvedimento legislativo si organizzano le cosiddette città metropolitane, sono 9 (Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Reggio Calabria, con Roma che avrà uno status speciale) e si istituiscono le unioni dei piccoli comuni.

Il tutto dovrebbe portare, secondo il ministro, a un risparmio di circa 1 miliardo di euro. Manifesto due ordini di perplessità. Uno rispetto ai favorevoli. E’ evidente che tale provvedimento serve per evitare le elezioni provinciali di Primavera. Già esistono venti province commissariate e non rielette, ma rieleggere i consigli provinciali in tutta Italia e poi abolirli sarebbe davvero improponibile. Non capisco, però, perchè si parta per le province proprio dall’abolizione degli organi democratici, i Consigli, eletti direttamente dalla popolazione, e non dai poteri, che dovrebbero essere trasferiti ai comuni e alle regioni. Si dice che lo si fa per abolire stipendi e compensi vari a 5.000 amministratori. Non si potrebbe ottenere lo stesso risparmio mantenendo tali organismi democratici senza pagare consiglieri e assessori?

Perchè, dopo le Camere dei nominati, i listini regionali dei raccomandati, l’abolizione delle circoscrizioni nelle città con meno di 200mila abitanti, si passa adesso alle province senza elezione diretta? Non esiste il problema di non diminuire, oltre alle spese, anche la democrazia? Una seconda perplessità la manifesto ai contrari. Possibile che in Italia appena si mette in discussione un ente, tutti coloro che ne fanno parte ne rivendichino l’insostituibilità? Così oggi è l’Upi, Unione delle province italiane, assieme ai presidenti delle singole province, vedasi quella di Bologna così attiva, ad alzare gli scudi. Troppo comodo, anche se comprensibile. Nessuno ha mai visto i tacchini far festa per il Natale.

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