mercoledì, 23 Ottobre, 2019

Le tifoserie organizzate italiane tra estrema destra e clan

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La nostra storia inizia il 3 maggio 2014 allo Stadio olimpico di Roma dove sta per iniziare la finale di coppa italia tra Napoli e Fiorentina.
Le squadre entrano regolarmente alle 20,40 ma qualcosa di strano sta succedendo tra gli spalti, dalla curva Nord iniziano forti contestazioni con lancio di oggetti in campo, petardi sediolini e bombe carta.
I tifosi del Napoli, urlano e contestano non vogliono che inizi la partita. Il motivo di tale contestazione nasce da quel maledetto pomeriggio del 3 maggio. Un pullman di tifosi napoletani viene bloccato, in viale Tor di Quinto con un vero raid da parte di ultras della Roma, iniziano scontri in pieno centro tra le due tifoserie. Durante i tafferugli l’ultrà romanista Daniele de Santis, detto “Gastone” estrae una pistola sparando diversi colpi ad altezza uomo che colpiranno diversi tifosi napoletani ma soprattutto feriranno mortalmente il giovane tifoso partenopeo Ciro Esposito.

Quella sera nella curva che ospitava i tifosi napoletani girava la voce di quel maledetto agguato, notizie confuse l’unica certezza era che un tifoso azzurro era stato colpito da uno sparo. Per quel motivo contestavano e non volevano che la patita cominciasse. Ma alle 21.30 qualcosa cambia. Un giovane capo ultras napoletano sale sulle barriere divisorie che delimitano la curva dal campo, con una vera e propria padronanza zittisce i contestatori partenopei, a lui è bastato solamente girare lo sguardo verso la sua curva ed alzare le mani e tutti in silenzio. Ma la cosa ancora più strana è stato che alcuni poliziotti ed alcuni giocatori del napoli iniziarono a dialogare con lui convincendolo a dar inizio alla partita. Quella trattativa durò per ben 15 minuti sotto gli occhi di un paese. Alla fine il giovane capo ultrà diede l’ok e alle ore 21,45 la finale della tim cup 2014 ebbe inizio. Quella sera l’Italia vide il potere di un capo ultras e scoprì il potere che gestiva Gennaro De Tommaso detto Genny “a carogna” l’uomo che diede inizio alla finale di coppa italia 2014.

A Napoli I Clan si dividono le curve e gli affari
Genny prima del match organizza la tifoseria che orchestra per rumoreggiare quanto basta per non permettere l’inizio del match. L’Italia è incredula, l’allora capitano del Napoli Marek Hamsik è chiamato a rapporto per trattare con De Tommaso l’avvio della partita. “È vivo Ciro” gli spiega lo sloveno, “Se menti ti vengo a pigliare” gli risponde da vero boss Genny. De Tommaso, in bilico sulle transenne che dividono la curva dal campo con una mano spiega le sue rimostranze ad Hamsik, addetti della Federazione e forze dell’ordine, con l’altra tranquillizza e riferisce alla curva; e con la maglietta, impossibile da non notare con centinaia di telecamere addosso, chiede la scarcerazione di Antonio Speziale, il giovane catanese indagato per la morte del poliziotto Filippo Raciti, Quando, dopo un’ora, arriva il via libera del Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, l’impressione vivida è che l’ok in realtà sia arrivato dallo stesso Genny ‘a Carogna. È lui che pare abbia messo sotto scacco tutti, in diretta televisiva, piegandoli al suo volere, e solo quando ha deciso lui che le trattative potevano chiudersi il pallone della finale della Coppa Italia ha potuto cominciare a rotolare in campo. Ma chi è realmente Genny “a carogna” oltre ad essere leader della curva A ? Gennaro De Tommaso è figlio di Ciro De Tommaso, affiliato al clan camorristico del Rione Sanità dei Misso, le indagini sul suo conto ci riveleranno che Genny stava a capo di un traffico internazionale di cocaina dal Sudamerica a Napoli e da Napoli ad Amsterdam proprio per il clan Misso.

Genny gestisce per il clan sia lo spaccio in curva A che il fenomeno del racket del bagarinaggio dei biglietti altro affare milionario per le casse del clan. Attualmente Gennaro De Tommaso è un collaboratore di giustizia e sta rivelando alla magistratura i rapporti tra criminalità organizzata e tifoseria e la vera geografia dei clan presenti nelle curve del San Paolo. Proprio grazie alle dichiarazione di Genny gli investigatori hanno potuto stabilire che la curva A del Napoli è gestita dai clan storici centrali mentre la Curva B è letteramente gestita dai clan di Secondigliano e Scampia, ricordiamo lo scandalo di Antonio Lo Russo, oggi collaboratore di giustizia ed ex boss del clan dei Capitoni di Secondigliano, a bordo campo durante la partita Napoli-Parma del 10 aprile 2010. E così capitò anche in altre partite di quella stagione. Com’è stato possibile? Semplice: Lo Russo riceveva un pass come giardiniere. Ma attenzione: come confermato dalla Dda di Napoli, a mettere in contatto la società che si occupava della manutenzione del campo e il boss, ancora una volta «un capo ultrà successivamente deceduto». Un episodio, questo, indice di una presenza fitta della criminalità in curva. Una presenza «territoriale», come la definisce la stessa Antimafia. Il motivo? Presto detto: all’interno dello stadio San Paolo esiste una precisa suddivisione tra la curva A la curva B, che rispecchia «non solo ma anche, purtroppo, i gruppi camorristici» di provenienza.

La morte di Raciti fa scoprire i clan mafiosi che gestiscono le tifoserie del Catania
Due febbraio 2007 derby tra Catania e Palermo negli scontri tra le due tifoserie fuori lo stadio l’ispettore di polizia Filippo Raciti viene ucciso da alcuni ultras del Catania . Le Procura portò alla sbarra il giovane tifoso del Catania Antonino Speziale ma durante le indagini si riuscì a costruire anche una geografia dettagliata della tifoseria organizzata rosso blu , mostrando agli inquirenti un quadro realmente spaventoso. Le indagini «avevano dimostrato a Catania l’esistenza di gruppi ultras organizzati secondo metodi e strutture analoghe a quelli delle associazioni per delinquere», come dichiarato in audizione dal sostituto procuratore della Dda, Alessandro Sergio Sorrentino. E non solo perché c’era una partecipazione corale agli episodi di violenza da parte degli ultras del gruppo «Anr» specie contro le forze dell’ordine, ma è emerso anche «il mutuo soccorso tra gli stessi a seguito degli arresti operati dalla Polizia di Stato dopo questi episodi di violenza, con vere e proprie raccolte di fondi tra gli stessi per sostenere le spese legali delle famiglie». Esattamente come avviene negli ambiti mafiosi. Senza dimenticare altre inchieste da cui è emerso come «la custodia di armi e di droga per conto terzi (parliamo anche di armi da guerra come kalashnikov, ndr) lasciavano ritenere che si trattasse di gruppi legati alla criminalità mafiosa». Ma non c’è da sorprendersi, perché inchieste successive hanno reso ancora più evidente come ci siano «rapporti diretti» tra ultras e criminalità.

Nel dossier dell’Antimafia si fanno due nomi: «il leader indiscusso del gruppo degli Irriducibili, Rosario Piacenti, appartenente alla omonima famiglia mafiosa del quartiere Picanello […] e un altro leader dello stesso gruppo, Stefano Africano». Entrambi, nel 2016, sono stati condannati per tentata estorsione aggravata dalla finalità di agevolare l’associazione mafiosa dei Cursoti ai danni del giocatore del Catania Marco Biagianti. Ma non è l’unico esempio: dalla relazione emerge, ad esempio, che il leader di un altro gruppo è ritenuto vicino al clan Careteddi-Cappello, mentre il capo del gruppo Schizzati-Passarello «è figlio di un elemento di spicco del clan mafioso dei Cappello». E, come se non bastasse, «sempre vicino al clan dei Cappello è il leader di un ulteriore gruppo, con precedenti penali per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti». Insomma, una vera e propria «colonizzazione», come viene definita nella relazione, pericolosa perché, dice ancora Sorrentino, «questi rapporti […] non si esclude che possano tradursi in tentativi di ingerenze della criminalità organizzata insieme nelle dinamiche calcistiche, intese queste ultime sia come scelte di amministrazione e di gestione societaria, sia come tentativi di vessazione e di costrizione».

Juventus vecchia signora e storiche famiglie
A fine campionato scorso viene arrestato Andrea Puntorno, agrigentino, capo del gruppo ultras “Bravi ragazzi” della Juventus che secondo le indagini svolte dalla Dia gestiva un imponente traffico di droga in combutta con il boss Antonio Massimino,. Purtorno è’ la dimostrazione che il rapporto tra mafia e ultras «è la porta d’ingresso» che consente alla malavita di avvicinarsi alle società e utilizzarle per fare affari. Puntorno è lo stesso che a Report aveva dichiarato che il bagarinaggio illegale fuori dallo Juventus Stadium era approvato dalla dirigenza bianconera: “Io non lo nego, anche perché vendere biglietti non è reato. – disse – Io personalmente non lo facevo, c’era chi lo faceva per me. Lo sapete i biglietti da dove arrivano? Dalla società, è stato sempre così”.  La vicenda juventina è senz’altro quella che più ha fatto scalpore, vista la presenza della ‘ndrangheta nella gestione del bagarinaggio. Ma il quadro, anche qui, è molto più ampio. Dalle audizioni, infatti, emerge come i primi segnali di interessamento emergano già nel 2012, nel corso di un’indagine su un’associazione mafiosa di origine rumena. Un collaboratore di giustizia aveva dichiarato che tra gli affari del sodalizio rumeno vi era «anche un’attività relativa alla cessione a terzi di abbonamenti per partecipare alle partite della Juventus», attività però già allora condotta «previa autorizzazione di criminali di origine calabrese, con i quali il sodalizio mafioso rumeno trattava stupefacenti». Tanto che dalle intercettazioni emergeva come il boss rumeno fosse andato in Calabria per chiedere il “permesso” prima di fondare un gruppo di ultras della Juventus, «i Templari». Una rete più vasta di quel che si potrebbe pensare e che ha portato, in ultimo, all’inchiesta «Alto Piemonte» da cui emerge il ruolo centrale di Rocco Dominello, figlio di Saverio (già in passato condannato per associazione di stampo mafioso). Rocco sarebbe stato introdotto nell’ambiente societario della Juventus da Fabio Germani («fondatore di un’associazione di tifosi, anch’egli indagato – per concorso esterno in associazione mafiosa – assolto nel processo di primo grado e per il quale pende appello»). Un nome, quello di Germani, che ricorre spesso poiché, a detta della commissione, sarebbe il «facilitatore» nel difficile rapporto tra società e ultras pregiudicati per gravi reati come Dino Mocciola, leader dei «Drughi» (già condannato per concorso in omicidio) e Loris Grancini, leader dei «Viking». Tutto, però, sotto l’egida e il controllo criminale. Non è un caso che anche per la costituzione di un nuovo gruppo ultras fossero necessarie due autorizzazioni: «una da parte degli ultras storici, una da parte della ‘ndrangheta». Plastica, in questo senso, la riunione tra Dominello, il capo dei Drughi e uno dei capi di un neo gruppo, «i Gobbi». Una rete fitta, dunque, finalizzata al controllo reticolare della tifoseria. Emblematica la conclusione dell’Antimafia: «La criminalità organizzata si è inserita in tale contesto assumendo di fatto il controllo della tifoseria organizzata e quindi i relativi benefici economici derivanti dall’attività illecita di bagarinaggio, quantificati in circa 30mila euro a partita per uno solo dei gruppi di tifosi, e quindi in proporzione anche di molto superiori».

Le curve romane tra estremisti di destra e criminalità organizzata.
A Roma esiste un patto segreto tra estremismo di Destra e criminalità organizzate che spesso unisce anche i colori delle due storiche tifoserie. Prendiamo Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik. L’ultrà è stato condannato per estorsione nei confronti del patron della Lazio, Claudio Lotito, insieme a un altro capo tifoso, Paolo Toffolo. Ma, ecco il punto, il nome di Diabolik emerge anche dall’inchiesta su Mafia Capitale: «Tutti erano concordi nell’affermare – si legge nelle carte giudiziarie – che su ponte Milvio opera una batteria particolarmente agguerrita e pericolosa con a capo Piscitelli Fabrizio alias Diabolik e della quale facevano parte soggetti albanesi quali Kolaj Orial alias «il pugile», Zogu Arben alias «Riccardino» e Shelever Yuri». La banda, come se non bastasse, era secondo l’accusa al servizio dei «napoletani» ormai insediatisi «a Roma nord», facenti capo al boss Michele Senese. Ma la rete, anche qui, è molto più ampia. Legato a Piscitelli, si legge ancora nella relazione, è anche Marco Turchetta, «Orso», leader degli Irriducibili della Lazio e «collegato a esponenti di spicco della destra estrema di Roma come Giuliano Castellino, leader della formazione “Roma ai romani”, più volte arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, sottoposto all’applicazione della misura della sorveglianza speciale». Non solo: Turchetta sarebbe legato anche a Maurizio Boccacci, «pluripregiudicato esponente neofascista, amico di Massimo Carminati». Ecco che il cerchio si chiude. Con un ultimo legame che non ci si aspetterebbe. Dopo la nota e triste vicenda delle immagini di Anna Frank (per cui la commissione avanza dubbi anche sull’operato di Lotito), gli ultras laziali hanno potuto registrare la solidarietà di Forza Nuova e, ancora, di Giuliano Castellino, tifoso giallorosso. «A testimonianza del fatto – ecco il punto – che la contrapposizione fra le tifoserie è più apparente che reale, e trova momenti di significativa unità e condivisione su temi come la violenza e il razzismo. Insorge il dubbio che tra le tifoserie della Roma e della Lazio esista allo stato una sorte di armistizio-collaborativo». Che, tuttavia, c’entra poco, molto poco, con il calcio.

Le nuove leve delle curve milanesi tra Casapound e clan
Ed è un potere che attraversa senza soluzione di continuità la Curva Nord e la Sud di San Siro, e i delicati equilibri della criminalità milanese dove ‘ndrangheta, cosa nostra, sacra corona e clan serbi s’intrecciano a quelli dei gruppi ultras di Milan e Inter. E che negli ultimi anni ha visto il monopolio assoluto dell’estrema destra con l’ascesa prima di Lealtà Azione e oggi di Casapound. Per raccontare questa storia possiamo partire da una nota apparsa su una pagina Facebook vicina alla Curva Nord interista il 12 aprile: «La Curva Nord dopo i fatti di Santo Stefano ha fatto un profondo esame di coscienza e, come già capitato in passato, si è impegnata per rifondarsi su stessa e rilanciare lo spirito di gruppo che la contraddistingue da 50 anni». In sostanza, nel comunicato, si parla di un cambio del direttivo del tifo organizzato interista dopo l’assalto ai tifosi napoletani costato la vita in via Novara all’ultrà varesino Dede Belardinelli e che aveva portato all’arresto di alcuni esponenti di vertice come Marco Piovella e Nino Ciccarelli. Una discontinuità che, appunto, secondo la regola del cambiare tutto per non cambiare niente, ha portato in realtà a una restaurazione del vecchio direttivo interista. Tra i nomi di ritorno quello di Renato Bosetti, fondatore degli Old Fans, poi Ultras 1975, ma soprattutto nel frattempo diventato un esponente di primo piano di CasaPound a Milano. Ma nel nuovo-vecchio direttivo, oltre all’onnipresente Franchino Caravita (e al figlio Alessandro) c’è anche l’ombra pesante di un nome storico del tifo interista e della criminalità: Vittorio Boiocchi, 66 anni, condannato negli anni Novanta a 30 anni di carcere per narcotraffico e rapine in un’inchiesta che ha visto coinvolti anche i Fidanzati (cosa nostra), i fratelli Mannino e il narcos Salvatore Papandrea. Boiocchi è un nome pesantissimo nella curva nerazzurra. È stato capo dei Boys San, il gruppo più numeroso degli ultrà nerazzurri, ma anche vicino ai clan palermitani «Di Marco» e «Guzzardi» di Trezzano sul Naviglio. Negli anni Novanta viveva a Cesano Boscone ed era strettamente legato a Mario Pisu, detto Marco, (altro capo dei Boys, poi pentito) e allo stesso Ciccarelli. Si vocifera anche di rapporti con i Calaiò della Barona, a suo tempo vicini al leader dei Viking Juve Loris Grancini. Sull’influenza di Boiocchi si parla molto negli ambienti del tifo nerazzurro. Soprattutto chi ha poco gradito la svolta verso l’ultradestra della Nord e la presenza di personaggi legati a doppio filo con la criminalità organizzata. Non che certi legami mancassero, visto il ruolo di un personaggio come «Mimmo hammer», al secolo Domenico Bosa, qualche guaio con la giustizia, ex capo degli Hammerskin milanesi e in rapporti (anche se mai indagato) con trafficanti serbi e italiani come il clan Flachi. Ma «Mimmo hammer» negli ultimi tempi sembra aver assunto una posizione marginale sugli spalti interisti. Sempre fortissima, invece, la componente di Lealtà Azione, già presente negli scontri di Santo Stefano con i napoletani. E da sempre anima nera delle manifestazioni neofasciste al Campo X del cimitero Maggiore organizzate dall’associazione «Memento» per i reduci della Rsi. E dei blitz dell’ultradestra avvenuti in questi anni in «sfida» alle disposizioni e ai divieti di Questura e Prefettura. Nomi che si legano anche a quanto sta accadendo ormai da anni sull’altra sponda del Naviglio, nella «Sud» milanista. Una curva dove, dopo gli arresti per l’estorsione a Galliani e gli agguati dei Guerrieri ultras ai Commandos Tigre, la gestione è stata più fluida, con il ruolo via via sempre più egemone di Luca Lucci e del fratello Francesco. A dicembre, durante la festa all’Arena per i 50 anni della Sud, giorno della celebre foto tra Lucci (pregiudicato per lesioni e droga) e il ministro Matteo Salvini, sul palco è ricomparso anche «Sandokan» Lombardi, il vecchio padrone della Sud, condannato nella vicenda Galliani e coinvolto in un’indagine per riciclaggio con il clan Fidanzati.

Nel tifo rossonero, da qualche anno, è spuntato anche il calabrese Mimmo Vottari, che ha scontato 16 anni per droga e omicidio e oggi fa l’imprenditore (ha un’azienda di distribuzione di bevande) e il titolare del locale «Black devil lounge» di Solaro. Lui ha occupato parte del primo anello blu (quello sotto la Sud) con il gruppo «Black devil». Vottari è strettamente legato all’avvocato e socio di Enzo Anghinelli (anche lui frequentatore dei Black devil), fondatore del gruppo «Sconvolt» negli anni Novanta e ferito nella sparatoria di via Cadore del 12 aprile scorso. Enzino Anghinelli, condannato a 11 anni per narcotraffico, era legato ai Magrini di Settimo (sacra corona) e alla famiglia Canito di via Quarti. Un milieu criminale nel quale si incontra anche una famiglia sarda, i Puddu, coinvolta indagini sul traffico di cocaina nella zona di San Siro una decina di anni fa. Curve, cocaina e agguati che con il calcio c’entrano poco o nulla. Se non per un fatto: il business dello spaccio (e la gestione di merchandising e biglietti) in curva resta un affare enorme. E a questo sta guardando ora l’inchiesta sull’agguato ad Anghinelli. Con la curva dei rossoneri ha anche un rapporto ed un dialogo continuo il leader leghista Matteo Salvini che spesso partecipa anche a cene organizzate dalla curva sud, ricordiamo la foto e gli abbracci a bordo campo tra Salvini, e Luca Lucci, uno dei capi della curva, arrestato solo pochi mesi fa in un’inchiesta per traffico di droga, grazie alle telecamere degli investigatori sistemate fuori dalla sede degli ultrà rossoneri a Sesto San Giovanni: per quella vicenda, Lucci ha patteggiato una pena di un anno e mezzo di reclusione ma questa è un’altra storia.

Francesco Brancaccio

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