martedì, 25 Febbraio, 2020

Vito Riviello, il poeta delle manipolazioni linguistiche

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“Un poeta molto originale, irriducibile alle scuole, sfuggente per indole e per programma agli inquadramenti, dotato di dolcezza e ruvidità, malinconia e verve comico-satirica, capace, ben oltre la maturità, di subire incanti e tuttavia sempre lucidissimo e pungente nell’analisi del reale. Un autore che ha senz’altro appreso da poeti, storici ed artisti del Sud, così come dagli ermetici e post- ermetici, senza però mai rinunciare a se stesso”.
Con queste parole Cecilia Bello Minciacchi, docente di Letteratura italiana contemporanea alla Sapienza Università di Roma, introduce il libro “Vito Riviello Tutte le poesie” edito da Sapienza Università Editrice, volume di cui è la curatrice e che per la prima volta raccoglie l’intera opera poetica di Riviello già apparsa a stampa, in libri, plaquette, edizioni d’arte, periodici, e oggi di difficilissima reperibilità, se non introvabile.

Vito Riviello (Potenza 1933 – Roma 2009) è considerato tra i più originali poeti italiani del Secondo Novecento. Artista fertilissimo e molto presente a festival e letture, pubblica numerosi libri di poesia con pluralità di intonazioni, da movenze riflessive, elegantemente neocrepuscolari, a sperimentazioni in odore di dadaismo, a manipolazioni linguistiche, ad accenti satirici e comici.
“La finalità è quella di avviare una rilettura critica. Insofferente a regole e tendenze – spiega Cecilia Bello Minciacchi – ha esordito in clima neorealistico non rifiutando accenti lirici, adottando impertinenze e moralità, satira e inquietudini. Occorreva, intanto, raccogliere tutte le sue poesie, renderle disponibili in un’edizione quanto più possibile completa, che desse ragione del suo lungo percorso creativo e fosse insieme di vasta circolazione. L’auspicio, ora, è che la sua poesia finalmente trovi – o ritrovi – i suoi giusti lettori, e soprattutto la sua giusta valutazione e collocazione
storico-critica, ma una valutazione che sappia essere vivace e aperta, oltre che rigorosamente fondata, duttile e curiosa. Che riesca a raggiungere, malgrado schermi e diversioni, finte e fughe, questa «lepre/ con occhi ammutinati / capace di correre più avanti / d’ogni parola, più della / parola fine». Nel volume (spiega la curatrice) si parte con la lettura delle opere di esordio Città fra Paesi del 1954-1955, fondamentale per ricostruire onestamente il suo percorso poetico (ed introvabile per mezzo secolo) e 53, dialogo in versi scritto, nel 1962, con la poetessa, amica e conterranea, Beatrice Viggiani. Seguono le 10 poesie scritte (dopo il trasferimento a Roma) per l’amico artista Lucio Bulgarelli, vive di slittamenti e rapidi trapassi di immagini, con dettagli ancora regionali. L’opera successiva Astuzia della realtà (1967-1974) esprime una visione dialettica e contemporanea antielegiaca e critica. Del 1978 è Dagherrotipo dove introduce il gioco arguto del nonsense (la critica vi ha ravvisato una vena e una ascendenza dadaiste), la satira è protagonista di Sindrome dei ritratti austeri (del 1980) ricchi di sprazi irriverenti, scevri da finalità polemiche. In Tabarin del 1985 conti, vassalli e messieurs si muovono in un testo che linguisticamente costituisce un nuovo esperimento, giocando con la lingua francese. Assurdo e familiare, del 1986, rivela verso la realtà accuratezza di sguardo e disposizione a vederne gli aspetti più complessi e stridenti. Un titolo cui sarà particolarmente legato, tanto da servirserne di nuovo per rubricare la raccolta in cui farà confluire tutta la sua produzione poetica dal 1975 alla metà degli Anni Novanta.
Nel 1989 pubblicherà una breve silloge, Apparizioni, che riflette sulla opposizione tra vivere ed apparire, con un grande protagonista, lo sparire. In Kukulatrìa, del 1991, è primo attore la battuta arguta ed illuminante. Fanno seguito, nel 1992, le poesie di Monumentànee, nel 1993 Il Passaggio della televisione e nel 1996 Fotofinish del Millennio, opere nelle quali il tono è spesso amaro, dolente, e dove è presente una riflessione critica dello stile di vita contemporaneo. Nel 2001 Plurime scissioni, nel 2003 Fumoir e nel 2006 Livelli di coincidenza, rivelano una poesia comica con funzione rivelatrice, aderente alla realtà, o scaramatica.
La raccolta, integrata con immagini, cataloghi, manifesti, altre poesie sparse, interviste, una antologia della critica e dichiarazioni di poetica dello stesso Riviello, supera le 1000 pagine ed ha il sicuro pregio di dare una visione complessiva dalla quale emerge una grandissima molteplicità di accenti poetici, ma non solo, un filo narrativo che lega l’intera attività dell’artista, quello di un humus che affonda le sue radici nella realtà pur trascendendola ed ironizzandola.
Illuminante una frase dello stesso Riviello:“Io sono nato in una civiltà, cosiddetta, epicedica, dove se ti giravi, a destra o a sinistra, piangevano tutti; purtroppo questa situazione corrispondeva ad un vittimismo reale ed oggettivo, alla fame, al fallimento storico, di una popolazione (quella lucana) che piangeva ma che possedeva anche l’altra faccia della medaglia: quella comica. In un mondo pieno di problemi è nato in me un riso, come una fonte che nasce in un deserto, un riso per dare sollievo. […] Un riso come difesa dalla seriosità, dal pianto, dal codice dogmatico, e quindi anche dalla morte”.

In ricordo di Vito
Aggiungo un personale ricordo. Su indicazione di Aldo Mastropasqua (docente di letteratura italiana presso La Sapienza, ora scomparso e a cui è dedicato giustamente il libro) chiedo a Vito Riviello un incontro per una intervista su Alberto Moravia, sul tema dell’indifferenza. L’appartamento, in zona San Lorenzo, è uno studio ‘invaso’ di libri e documenti. Vito mi accoglie ospitale (con la moglie Daniela Rampa) ma insieme come difeso/conquistato dalla sua scrivania. E’ un intellettuale permeabile al mondo e interamente assorto dalla sua missione/professione, una missione per il poeta quella di cogliere la realtà, trascenderla ed esorcizzarla, nel suo caso con l’ironia. Già malato si percepiva in lui la sofferenza, ma la mente, brillante, era libera di volare oltre le finestre di quella Roma popolare, in parte così vicina alla sua Lucania. Prima di parlare nello specifico dello stile moraviano, discutemmo a lungo di poesia e del legame tra poesia e società, e del valore e dell’importanza del linguaggio, ma anche di Apparizioni. Ci teneva molto alla pubblicazione dell’intervista, mi chiamò al telefono più volte per informarsi, purtroppo l’editore fece uscire il mio libro dopo la sua scomparsa (ed ora è quasi del tutto introvabile). Devo ringraziare Riviello per queste sue parole al telefono, che riporto solo a dimostrazione della sua modestia/umiltà: “Accade a volte che non ci si conosce, poi lei alza il telefono, mi chiama, e succede questa cosa importante, e poi su Moravia, non me lo aspettavo proprio…”. Grazie Vito.

Maria Grazia Di Mario

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