mercoledì, 24 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Voglio andare a scuola

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L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re, mi diceva sempre mia mamma quando chiedevo le cose e, non ottenendole con la persuasione, nel punto massimo del capriccio battevo i piedi sul pavimento e dicevo: no, lo voglio, solitamente mi riferivo ad un giocattolo! Erano tempi diversi, erano i tempi dove quando nevicava era festa perché non si andava a scuola. A scuola oggi non è possibile andare non per i fiocchi di neve, ma a causa delle goccioline invisibili della pandemia Covid-19 diventata padrona di ogni cosa e anche della vita dei giovani: i giovani a cui impedisce di frequentare le lezioni e socializzare.
Sono mesi ormai che il Coronavirus rende complicata la normalità, la rende complicata a tal punto che un fatto così scontato come andare a scuola è diventato difficile. Anche in tempo di guerra era possibile istruirsi e stare insieme, in un modo o nell’altro, e i ragazzi portavano a termine i propri studi. Un trauma, non entrare in classe per gli studenti di oggi, soprattutto un trauma perché è già il secondo anno in cui, giorno dopo giorno, spostiamo orari delle lezioni, frequenza alternata talora in frequenza e talora da remoto. Insomma, un trauma tanto grande da spingere questa generazione non a fare la danza della neve per rimanere a letto, al calduccio, il giorno dopo, ma vedere gli studenti sfilare, come tanti piccoli soldatini di piombo, davanti agli istituti scolastici chiusi, e in un certo senso anche preclusi, a coloro che per primi ne hanno diritto così come sancito dalla Costituzione. Voglio andare a scuola, è diventato un grido impensabile solo fino a ieri, voglio andare a scuola e stare meno collegato su ‘ TikTok’ è il grido che fa venire la pelle d’oca e il nodo alla gola.
Vediamo gli adulti confrontarsi per trovare una soluzione, pochi, però, riescono davvero ad identificarsi nel disagio di questi ragazzi, per assurdo credo sia difficile anche agli psicologi; psicologi che, peraltro, vedono riempire i loro studi di clienti che non avrebbero mai immaginato: gli studenti. Situazioni nuove e difficili per tutti, nessun dubbio, ma forse potremmo tentare di coinvolgere di più i giovani studenti…dato che si tratta della loro vita! A tal proposito mi viene in mente che tanti anni fa, durante un congresso di pediatria, inserii tra i relatori un ragazzino di 12 anni; grande sconcerto provarono i luminari. Poi, quasi a dimenticarsene, è iniziato il convegno, dove lo scontro titanico tra ‘paroloni’ faceva emergere le teorie più illuminate. Quando toccò al ragazzino, preso il microfono in mano, iniziò dicendo: “è della mia vita e della mia salute che state parlando, vorrei essere coinvolto ed informato…”. La platea dei convenuti tacque qualche secondo, per applaudire subito dopo in maniera scrosciante tanta verità è tanta spontaneità. Per tornare al tema della scuola, forse, dovrebbero essere gli stessi studenti i veri rappresentanti di classe: cosa dite dell’idea di coinvolgere più loro dei genitori? Pensateci!

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Zefiro

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