venerdì, 23 Agosto, 2019

VULNUS PERICOLOSO

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La Conferenza dei capigruppo, riunitasi oggi alle 16, non ha trovato l’unanimità. Pertanto, il Senato è stato convocato domani alle 18 per decidere sul calendario dei lavori per votare le mozioni di sfiducia al Premier Giuseppe Conte ed al ministro Matteo Salvini.
Riccardo Nencini, presidente e senatore del Psi, ha detto: “Si apprende che la presidente Casellati intende convocare rapidamente il Senato senza tener conto della espressione di voto che potrebbe configurarsi quest’oggi nella riunione dei Presidenti dei Gruppi. Se così fosse, si tratterebbe di una prevaricazione del presidente rispetto alla conferenza dei presidenti dei gruppi. Spetta infatti alla conferenza (art. 55 comma 1 del regolamento) fissare il calendario. Se il voto non è unanime, l’aula può modificare il calendario ma solo nella seduta fissata dai Capigruppo. Il presidente tra le funzioni assegnatigli non ha questo potere (art. 8). Che la seconda carica dello Stato si presti a interpretazioni illogiche e di parte del Regolamento del Senato, tanto più in situazioni così delicate, provoca un vulnus pericoloso”.

Il segretario del Psi Enzo Maraio ha accolto positivamente “l’invito rivolto da Roberto Speranza a tutti i segretari dei partiti della coalizione del centrosinistra. Abbiamo ancora il tempo di costruire una grande alleanza che si contrapponga ai nazional-populisti e alla visione dell’uomo solo al comando”.
“Ripartiamo dai temi, ricominciamo a parlare con serietà al nostro elettorato di lavoro, di giustizia, di scuole e di infrastrutture declinando le nostre proposte concrete e realizzabili, sulle quali impegnarsi. Sdoganiamo le nostre posizioni sull’immigrazione e sulla sicurezza sociale”- ha sottolineato. “Riappropriamoci dei temi che erano di sinistra e che gli anti democratici hanno fatto propri facendo leva sulla paura del nostro popolo”.
La presidente del Senato, Elisabetta Casellati, ha avvertito: “Se la Conferenza dei capigruppo non arriverà a una decisione condivisa e unanime sui tempi del voto alle mozioni di sfiducia per il premier Giuseppe Conte ed il ministro Matteo Salvini, la parola allora spetterà all’Aula”.
Elisabetta Casellati, ha spiegato: “La convocazione dell’Assemblea, nell’ipotesi in cui il calendario dei lavori non venga approvato in capigruppo all’unanimità, non costituisce forzatura alcuna, ma esclusivamente l’applicazione del regolamento”. L’articolo 55, comma 3, aggiunge, prevede infatti che sulle proposte di modifica del calendario decida esclusivamente l’Assemblea, che è sovrana. Non il Presidente, dunque. In un momento così delicato per il Paese, l’unico metro possibile da adottare a garanzia di tutti i cittadini è il rispetto delle regole”.
Se l’Aula dovrà votare, i numeri e gli equilibri di forza al Senato saranno decisivi per gli sviluppi della crisi di governo, e sopratutto, per la tempistica. In Aula, conterà il ‘peso’ di ogni singola forza politica e conteranno, tanto più, le eventuali ‘alleanze’.
La riunione dei capigruppo di Palazzo Madama convocata oggi alle 16 avrebbe dovuto decidere in primis su cosa dovrebbe dibattere l’Aula e quindi votare: comunicazioni di Conte e conseguente voto su risoluzioni, mozione di sfiducia a Conte, mozione di sfiducia a Salvini. Quindi, passo successivo, la capigruppo dovrà decidere la data di convocazione dell’assemblea.
In entrambi i casi, conteranno i numeri. E non è affatto escluso che l’ultima parola spetti proprio all’Assemblea di Palazzo Madama. Infatti, il regolamento del Senato, all’articolo 55, recita: “Il calendario, se adottato all’unanimità, ha carattere definitivo e viene comunicato all’Assemblea. In caso contrario, possono essere avanzate proposte di modifica da parte di un senatore per Gruppo. Sulle proposte di modifica decide l’Assemblea con votazione per alzata di mano”.
Dunque, senza unanimità nella capigruppo, sarà l’Aula ad essere sovrana. E qui scatterà anche la questione tempi: quando sarà possibile convocare l’assemblea consentendo a tutti i senatori ora in ferie di essere presenti? Fondamentali, poi, sono i numeri: sono 7 i capigruppo al Senato. M5s, Lega, Pd, FI, FdI, Misto e Autonomie. Il voto di ciascun capigruppo ‘pesa’ in base alla percentuale ottenuta dal rispettivo partito alle elezioni. Ne consegue che la Lega da sola, sin dall’inizio, non ha alcun peso incisivo sulle decisioni della capigruppo.

Non solo. Anche se al voto della Lega dovesse unirsi quello dei capigruppo di FI e FdI, se tutti gli altri presidenti di gruppo si ‘coalizzassero’ contro, avrebbero la meglio. E ancora: se in capigruppo dovesse registrarsi uno scontro e un conseguente stallo, sarà appunto l’Aula ad avere l’ultima parola. E anche in questo caso, Lega con FdI e FI, che possono contare su un totale di 138 voti (sempre che FdI e FI si schierino compatte con la Lega), non avrebbero i numeri sufficienti per imporre una loro tempistica alla crisi di governo, contro i circa 170 voti di M5s(107), Pd (51), Autonomie (8) e circa 8 del Misto (che conta in tutto 15 senatori).
Dopo che lo scorso anno, l’ex segretario del Pd, Matteo Renzi, si espresse negativamente per una maggioranza con M5s, adesso vorrebbe un’alleanza con tutte le forze interessate ad allontanare le elezioni. L’on. Rosato ha chiesto che si esprimano i gruppi parlamentari: una conta sancirebbe una divisione netta all’interno del partito e potrebbe essere il preambolo di una scissione.
Riunita l’assemblea dei gruppi penta stellati, Buffagni ha frenato sull’intesa con i democratici affermando: meglio il voto subito.

Il leader della Lega, al direttore de ‘Il Giornale’, Alessandro Sallustri, ha detto: “L’orizzonte potrebbe essere anche più ampio: è il momento di includere, non tutti i grillini sono come Di Maio e Di Battista. Nelle prossime ore vedrò Berlusconi e la Meloni alla luce del sole. E in quell’incontro si parlerà sia di elezioni regionali che di quelle politiche per proporre un patto che avrà per tema l’Italia del sì contro l’Italia del no”.
A Salvini le vecchie classificazioni non lo appassionano più e forse anche non lo interessano, quindi propone di andare oltre il vecchio centrodestra dove c’è sia Forza Italia che Fratelli d’Italia puntando a nuove realtà “fatte da buoni sindaci e amministratori”. Così offrirebbe opportunità aggregative sia a dissidenti del Pd che del M5S.
Quindi, il leader della Lega non intenderebbe escludere nessuno pur di conquistare la maggioranza in Parlamento.

Su un possibile accordo tra Grillo e Renzi, il capo della Lega ha detto: “Dove pensano di andare? Non oso immaginare una manovra economica scritta da quei due e penso che la sola idea faccia paura a tutti gli italiani. Riportate al governo la sinistra non sarebbe un male per me ma per l’Italia”.
A Sallusti che gli fa notare che sull’opposto fronte politico sta per nascere un accordo generale anti-Lega, al fine di durare altri 4 anni, Salvini ha replicato: “Che provino pure a giocare sporco e vediamo che succede, le furbate hanno le gambe corte (il proverbio dice: ‘le bugie hanno le gambe corte’) e anche in una simile ipotesi la Lega avrebbe tutto da guadagnarci: non durano quattro anni e al prossimo giro sparirebbero dalla scena politica”.
Matteo Salvini, dunque, continua a confidare in Mattarella affermando: “Perché il capo dello Stato non è Scalfaro poi non siamo più nel ’94, il paese è profondamente cambiato, la gente ha preso coscienza, sarebbe la prima a opporsi a un simile tradimento della democrazia”.
Salvini non teme di essere messo all’angolo, ed atteggiandosi ad ‘uomo forte’ ha detto: “Perché se solo osassero una simile operazione, vediamo chi viene messo all’angolo nelle tante elezioni regionali che stanno per arrivare dall’Umbria alla Calabria, dalla Toscana all’Emilia-Romagna. Andrebbero tutti a schiantarsi sull’altare di Renzi per il quale l’ultima sua mossa è la mossa della disperazione”.

Poi, una profezia sull’ex premier e segretario del Pd: “Se si va a votare subito, dubito che rientri in Parlamento”.
In un’intervista a ‘La Repubblica’ l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, oggi esponente di Leu, ha affermato: “Cambiamo la legge elettorale, il ‘Rosatellum’ è sbagliato, e togliamo il boccino dalle mani di Salvini”.
Sta facendo decisamente passi avanti il ‘lodo Grasso’ per far cadere Conte senza passare da una sfiducia. Anche senza l’adesione di Forza Italia, i passaggi a questo punto dovrebbero essere questi: comunicazioni di Conte in Senato e, prima del voto, dimissioni presentate al Quirinale in modo da rendere possibile un nuovo governo. Questa soluzione lascerebbe aperti tutti gli scenari possibili sulle elezioni, ma di certo toglierebbe a Salvini lo scettro della crisi per restituirlo alle mani di Conte e, soprattutto, di Mattarella, arbitro e garante di tutti.
Pietro Grasso ha anche aggiunto: “A forza di girare per le spiagge, Salvini rischia di finire ‘spiaggiato’. È stato molto interessante leggere gli articoli di stamattina in merito alla riunione dei capigruppo che si terrà oggi pomeriggio in Senato. Se Cinque Stelle, Pd e Misto sono scaltri, Salvini non potrà vincere questa partita e umiliare il Parlamento col suo 17% di voti. Partiamo dalle certezze: Salvini vorrebbe votare la mozione di sfiducia prima di ferragosto, gli altri intorno al 20, per dare modo a tutte le senatrici e i senatori di poter partecipare ad un voto così importante. Con ogni probabilità a prevalere in quella riunione sarà la data del 20, ma siccome non ci sarà unanimità potrebbe essere convocata l’Aula per domani in modo che si voti sul calendario, magari sfruttando le possibili assenze e provando a ribaltare il risultato ottenuto in capigruppo”.
Grasso avrebbe concluso: “Come evitare il blitz salviniano sul calendario, un ulteriore sfregio al Parlamento? È abbastanza semplice, partendo da un semplice calcolo matematico: Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia in Senato non hanno la maggioranza di 161 voti necessaria per imporre nulla. Basterà contarsi prima: se i senatori di centrodestra sono meno degli altri si potrà votare il calendario in Aula, e fissare la discussione per il 20 agosto (o il 21, o il 22…). Se invece sono di più, semplicemente se gli altri non entreranno in Aula il centrodestra non avrà mai il numero legale per il blitz, e saranno costretti a rimandare di giorno in giorno l’Assemblea. In questo modo Salvini, ogni giorno più nervoso e contestato, capirà che il Parlamento non è a sua disposizione, per ora”.
Maria Elena Boschi, in un’intervista al Messaggero, ha dichiarato: “Sappiamo che la Lega preferisce più la tattica ‘prendi i soldi e scappa’. Lo abbiamo visto con la vicenda dei 49 milioni di euro ma anche con il governo del Paese: prima hanno fatto buchi nel bilancio e promesse da marinai, poi sono scappati prima di dover affrontare la prossima legge di Bilancio. Se ci sono le condizioni in Parlamento per poter immaginare un governo istituzionale dovrà essere il capo dello Stato a individuare la persona più adatta a guidarlo”. A sostegno di Renzi ha poi invitato: “Superare le liti con i 5Stelle perché il Paese ci sta più a cuore del Pd”.

Ma sul fatto che il segretario del Pd, Zingaretti, abbia già detto che non ci sta a scorciatoie, ricordando poi che appena quindici giorni fa la direzione ha votato chiudendo la porta a possibilità di dialogo con i 5s e che l’insistere su questo potrebbe portare alla rottura del Pd, Boschi ha sostenuto: “Infatti, non proponiamo un accordo con M5s ma un governo istituzionale con tutti. La direzione del Pd comunque si è espressa prima della crisi di governo, quindi penso che oggi, con un nuovo scenario, dovremmo discutere di possibili soluzioni”.
Resta tuttavia aperto il nodo 5Stelle. Non solo le differenze di sostanza, ma anche un governo istituzionale dovrà dire si o no a tutta una serie di dossier su cui Pd e 5stelle sono su fronti contrapposti. Alla domanda l’ex sottosegretario del governo Gentiloni ha risposto: “Il governo istituzionale dovrebbe durare poco e avere solo alcuni punti chiari nel programma perché non nasce come accordo politico”. Poi, ha sottolineato: “Sulla Tav il M5s ha già mollato ed è il presidente del Consiglio Conte ad aver detto che va fatta a tutti i costi, non io. Così come su Tap e Ilva hanno già cambiato idea in questi mesi”.

Insomma, per Boschi, Renzi avrebbe: “Solo rivolto un invito trasparente, chiaro a tutte le forze politiche in parlamento a mettere da parte gli interessi di bottega e tatticismi e a mettere in sicurezza il Paese prima di tornare al voto. Nessun inciucio, nessun accordo nelle ‘segrete stanze’ ma tutto alla luce del sole. L’obiettivo è evitare l’Iva al 25% deprimendo i consumi e andando a gravare sui soldi delle famiglie più povere, smettiamo di bruciare i risparmi degli italiani. Dunque, un governo di buona volontà per lavorare nell’interesse degli italiani  dopo ci occuperemo della campagna elettorale”.
Ma un governo siffatto avrebbe anche per obiettivo quello di varare una nuova legge elettorale, dopo che il Parlamento ha votato la riduzione dei propri deputati?
Maria Elena Boschi ha risposto: “È inevitabile, perché il rischio, in caso contrario è un forte deficit di rappresentanza perché le soglie per entrare in Parlamento sarebbero altissime in molte regioni”.
Ma tutto questo non rischia di portare acqua  voti al mulino di Lega e a Fratelli d’Italia, anche perché prima o poi al voto ci si dovrà tornare…?
Boschi ha risposto: “Non c’è dubbio che si debba ritornare a votare, ma magari ci arriveremo senza aver alzato le tasse e spinto sul baratro il Paese”.
Carlo Calenda ai microfoni di ‘Circo Massimo’ su Radio Capital, ha detto: “Il Pd è finito. Così com’è, è finito sicuramente. Dopodiché può decidere di andare oltre sè stesso, rilanciarsi, ricostruirsi in qualcosa di diverso. Ci sono due Pd: uno ha i gruppi parlamentari e un altro ha il partito. Nell’ultima direzione ho proposto di creare una segreteria politica in cui la gente si guarda in faccia e prende una decisione comune. I primi a non volerlo sono stati i renziani. Renzi non si siede con nessuno, non prende la telefonata di nessuno e non discute con nessuno. Questa è la verità. La scissione nel Pd già c’è. Ormai è un dato di fatto. Renzi ha fatto un’intervista, non solo facendo zompare per aria il Pd ma anche facendolo diventare argomento di conversazione al posto della crisi di governo. Il tutto senza fare una telefonata a nessuno. E questo aveva detto che avrebbe fatto il senatore semplice e che non avrebbe parlato per due anni… pensa se parlava. Il governo istituzionale proposto da Renzi, che vedrebbe insieme i parlamentari democratici ed i 5 stelle, rischia di farsi, perché l’impulso all’auto-preservazione del ceto politico è gigantesco. E l’ex premier ha bisogno di più tempo per fare il suo partito. Ma così offriremo un’occasione gigantesca a Salvini”.
Calenda, l’ideatore di ‘Siamo Europei’, ha continuato: “Non vuol dire che non si lotterà fino alla fine. Io cercherò di costruire un fronte repubblicano, come sto dicendo da mesi, ma insieme al Pd. Si può anestetizzare questa ferita solo rilanciando un grande progetto politico che al momento anche Zingaretti mi sembra non stia lanciando. Se vuole fare il segretario del Pd e non l’amministratore straordinario della liquidazione, deve rilanciare facendo un grande progetto che coinvolga e vada oltre il Pd. Se avrà il coraggio di farlo, esisterà qualcosa che non sarà il Pd come lo conosciamo oggi. Se non lo farà, il Pd scenderà al 15% e poi ci sarà una sinistra frammentata. E questo significherà consegnare l’Italia a Salvini. Mi batterò contro questa prospettiva. Magari sarò solo come un pirla…”.

L’ex ministro vedrebbe una sola via maestra: “Il confronto democratico con le elezioni. E la costruzione del fronte democratico e repubblicano. Abbiamo una battaglia da fare contro chi ci vuole portare fuori dall’Europa, e questa battaglia si fa a viso aperto, non facendo accrocchietti per qualche mese”.
Nicola Zingaretti per tentare di ricomporre le divisioni del PD, da detto: “Voglio fare un appello all’unità del Pd. Di fronte ai pericoli che ci sono per la democrazia sarebbe sbagliato in questo momento dividersi, perché significherebbe consegnare l’Italia alla destra. Dobbiamo combattere forti e uniti. Siamo agli inizi di un percorso difficile, ci sarà una crisi di governo i cui tempi e modi saranno decisi nelle prossime ore. Poi ci sarà il Presidente della Repubblica Mattarella, non Salvini, che deciderà tempi e scadenze. Per quel che ci riguarda, ci saranno i luoghi previsti dalle nostre regole per discutere insieme le scelte da fare. Proprio ora che ci sono pericoli per la democrazia la cosa più importante è l’unità”.
Luigi Di Maio, nel corso dell’assemblea dei parlamentari del M5S, ha detto: “Matteo Salvini si fa chiamare capitano ma ha abbandonato la nave nel momento del coraggio. Salvini agli italiani ha detto ‘state sereni’. Pagherà un caro prezzo per come ha tradito il Paese. Mattarella è l’unico che decide quando e se andare a votare. Già è surreale che ci debba essere crisi a Ferragosto. Ai cittadini viene scaricata addosso la preoccupazione non delle elezioni ma di una crisi che colpirà misure per loro importanti. Un governo non si insedierà prima di dicembre: salterà tutto quello che abbiamo fatto, quindi reddito, quota 100…Stiamo parlando del futuro del nostro Paese”.
Le cause della crisi istituzionale sono molto più complesse di quanto appaiono. Bisognerà cercare di salvare il salvabile. C’è l’esigenza di una classe politica credibile che sappia governare il Paese e dare prospettive future di benessere sociale ed economico.
La formazione ed il sostegno di un governo tecnico, potrebbe far comodo a tutti tranne che a Salvini.

Il governo Giallo-verde non ha certamente brillato. Nato su basi ‘sovraniste’ ha miseramente fallito nei suoi scopi non per merito dell’opposizione ma per implosione su logiche di potere tra Lega e M5S.
Della caotica situazione politica attuale, sta approfittando Matteo Salvini proponendosi agli italiani come il nuovo ‘Duce’ e chiede il loro voto per porre fine alla democrazia colpevole di non aver saputo fare gli interessi del Paese.
Se si andrà a votare, cosa decideranno gli italiani? Lo sapremo soltanto dopo le elezioni, ma il rischio è assai elevato. Soprattutto, non sappiamo come si esprimeranno tutti quegli italiani che non ripongono nessuna fiducia nell’attuale classe politica, senza distinzione tra destra e sinistra, e che da tempo non si sono più recati alle urne elettorali. Una maggioranza silenziosa che rischia di aumentare rinunciando inconsapevolmente alla propria sovranità esercitata attraverso il diritto di voto. Una rinuncia che si ripercuote negativamente nell’esercizio della democrazia politica.

Salvatore Rondello

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