martedì, 20 Agosto, 2019

Wimbledon 2019: Djokovic e Federer memorabili

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La storia del torneo di Wimbledon 2019 l’hanno fatta due uomini, due campioni, due numeri uno, due leggende del tennis: Novak Djokovic e Roger Federer. Rispettivamente la testa di serie n. 1 e 2 del seeding, hanno dato vita a una finale epica e storica. Non ci sono aggettivi tali per descrivere lo spettacolo di puro tennis di talento che hanno offerto. Straordinari, strepitosi, stratosferici, vederli affrontarsi è stato uno di quegli eventi epocali, memorabili, che capitano quasi una sola volta nella vita. Diversi i motivi che ne hanno fatto i dominatori indiscussi del tennis nel panorama maschile. Una battaglia, la loro, durata cinque ore di gioco, terminata solamente grazie al tie-break sul 12 pari al quinto set, quello decisivo; è accaduto per la prima volta nella storia del torneo che fosse previsto tale tie-break su tale punteggio. La differenza l’hanno fatta solamente quattro punti, quelli decisivi del 7 a 3 a favore del serbo, nel tie-break conclusivo, che lo hanno decretato vincitore per la seconda volta consecutiva qui a Wimbledon (e la quinta in carriera, mentre Federer inseguiva la nona). La famiglia dello svizzero sugli spalti, con i quattro figli e la moglie Mirka molto tesa, il che ha ben evidenziato la dura lotta che c’è stata e l’equilibrio tangibile tra i due; i genitori di Nole e il piccolo Stefan (ormai diventato la sua piccola e preziosa mascotte qui all’All England) per il campione di Belgrado. La regolarità del numero uno ha permesso a Djokovic di andare sempre in vantaggio, con l’elvetico a rincorrere. Tuttavia lo svizzero ha avuto anche dei match points. Nell’ultimo set il serbo era avanti di un break, ma Roger lo ha subito recuperato. La perfezione a rete di Federer, le corse, le cadute in recupero in tuffo (alla Becker per intenderci, che è andato anche a salutare a fine match) per Nole. Se quest’ultimo si è dimostrato campione di regolarità e solidità (basti pensare che contro Bautista Agut aveva vinto uno scambio lungo ben 45 colpi), la lezione migliore è venuta da Roger, che ha dimostrato a tutti che si può essere dei campioni assoluti vincenti anche a 37 anni – quasi 38 tra un mese -. Lo svizzero non sembra per niente vicino a un addio e ad un ritiro, anzi ha mostrato una forma strepitosa forse inaspettata per molti. Anche la forza mentale di Nole non ha stupito meno, in grado di reggere lo scambio così bene e di mettere pressione all’avversario, costringendolo a giocare sempre un colpo in più ed a respingere ogni tiro. Record dei record per una finale che verrà ricordata a lungo e di cui molto ancora si parlerà. Hanno fatto da cornice l’incontro con la famiglia regale (per la famiglia reale c’erano William & Kate, duchessa di Cambridge) e l’incontro con la folla affacciandosi dal balcone, su cui regnava l’epitaffio di Kipling dalla sua poesia del 1985 “If” (“Se”): “If you can meet with Triumph and Disaster And treat those two impostors just the same”, ovvero “Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina E trattare allo stesso modo questi due impostori”; essere dei campioni, dei vincitori e soprattutto dei vincenti, ma in particolare degli uomini veri, significa essere capaci di fare fronte, di sostenere l’alternanza di successi e sconfitte, di vittorie e perdite, di gioie e dolori, di soddisfazioni e di sconfitte cocenti nella vita. In questo Federer è stato tra i due quello che più ha dimostrato la costanza, la perseveranza, il sacrificio, la fatica, di essere sempre lì, nonostante l’età e le difficoltà. Così come accaduto a Nole al ritorno dall’infortunio al gomito. O come successo anche alla finalista del femminile, Serena Williams, al ritorno dalla maternità e dal problema al ginocchio; o come avvenuto per la vincitrice della sezione femminile di Wimbledon: Simona Halep, dopo i problemi alla schiena. E la finale femminile non ha fatto parlare meno di quella maschile, ma la affronteremo a breve.
Prima un’ultima parentesi la meritano tali campioni, che hanno dimostrato una maturità e di avere qualcosa in più rispetto a tutti gli altri, giovani compresi, che hanno letteralmente ‘strapazzato’. Se i giovani emergenti preoccupavano, e alcuni temevano potessero creare qualche ‘sorpresa’, sono stati subito smentiti dai fatti. Una superiorità enorme li distacca da chiunque altro. Roger ha impartito una dura lezione a Matteo Berrettini negli ottavi, ‘gelandolo’ con un severo 6/1 6/2 6/2 in un’ora e un quarto. All’esordio sul Centrale, di fronte al suo mito di gioventù, il tennista romano non ha retto all’emozione e non ha saputo gestire la tensione se non nel finale, in simpatia, chiedendo a Federer quanto gli dovesse per la lezione che gli aveva rifilato. Così come Djokovic ha molto ridimensionato l’entusiasmo del giovane francese di talento Ugo Humbert (che aveva vinto facilmente su Felix Auger-Aliassime per 6/4 7/5 6/3), imponendosi in maniera magistrale (in totale controllo del match) con il punteggio categorico di 6/3 6/2 6/3, senza esserne mai impensierito più di tanto.
Se la finale maschile si è conclusa con il punteggio di 7/6(5) 1/6 7/6(4) 4/6 13/12(7-3), non meno entusiasmante è stata quella di doppio maschile. Per quanto riguarda lo scontro tra titani, tra giganti del tennis, risulta curioso e particolarmente significativo e centrale il fatto che Nole abbia vinto tutti e tre i tie-break. Ottima la qualità del servizio di entrambi, il match ha mostrato tutta la precisione del serbo, nonostante lo svizzero abbia fatto più punti. Ha sorpreso il lieve calo nel secondo set del numero uno, che lo ha ceduto senza storia per 6/1; poi una pausa – fuori dal campo, negli spogliatoi – lo ha fatto riconcentrare e gli ha fatto recuperare energie, anche mentali oltre che fisiche. Inarrestabile Federer, Nole non ha esitato a correre su ogni palla anche quando sembrava stanco e stremato e questo ha sorpreso il suo avversario costringendolo a più errori forzati, soprattutto sulla diagonale del suo rovescio in slice e lungolinea, che non hanno impensierito più di tanto il serbo, deciso a non concedere nulla. Forte la delusione per lo svizzero che, però, non si può recriminare nulla se non una manciata di errori di troppo. Forse è stato decisivo e significativo il primo set: lottato fino all’ultimo, in perfetto equilibrio, ma alla fine l’ha spuntata Nole.
Nel doppio femminile, invece, hanno dato spettacolo le coppie dei francesi e dei colombiani che si affrontavano. La prima (formata da Mahut e Roger-Vasselin, un altro Roger!) ha perso al quinto e decisivo set dal duo composto da Cabal e Farah (testa di serie n. 2). La testa di serie n. 11 del tabellone ha lottato molto, ma ha dovuto incassare con molta amarezza – sempre in cinque ore e in un match con ben quattro set finiti al tie-break – un parziale duro da digerire di 7/6 6/7 6/7 7/6 3/6 per i colombiani. Una partita molto avvincente e lottata, entusiasmante per i colpi e gli scambi visti molto concitati a volte.
Nel femminile, invece, la finale di doppio è stata vinta dalla testa di serie n. 3, che potrà diventare n. 1 al mondo, costituita dalla Hsieh e dalla Strycova (che hanno dato un netto 6/4 6/2 ai quarti a Sabalenka e Mertens). Per quest’ultima una gioia immensa, da semi-finalista in singolare a ben 33 anni ha dato dimostrazione come Federer di come l’età non conti. Sconfitta da Serena Williams per 6/1 6/3, in doppio ha conquistato il titolo con la cinese per 6/2 6/4 in poco più di un’ora sulla coppia (e testa di serie n. 4 del seeding) che vedeva giocare insieme Xu e Dabrowski. Così come ha impiegato circa un’ora Simona Halep per sconfiggere Serena Williams in finale. Sugli spalti l’amica dell’americana Meghan Markle, accanto a Kate Middleton ad assistere. Serena è apparsa visibilmente emozionata, ma non ha negato il suo sorriso al pubblico che l’ha sostenuta e una giravolta su se stessa. La rumena in semifinale aveva eliminato la Svitolina in un’ora e un quarto di gioco, con un parziale netto di 6/1 6/3. Simona ha sorpreso per la sua forma fisica, per la sua grinta e tenacia, ma soprattutto per la sua capacità di respingere ogni colpo (anche le palle forti e potenti di Serena) e di far spostare in continuazione le avversarie, facendo commettere loro molti gratuiti. Prima della finale lo aveva detto di sentirsi bene e che avrebbe lottato sino all’ultimo punto con chiunque e, con coraggio, lo ha dimostrato. Nessuno, neppure lei, si sarebbe aspettato tanto (in lacrime i parenti accorsi ad assistere al match nel suo angolo). Se la Strycova aveva stupito nel match contro la Konta (che aveva sconfitto la Kvitova per 4/6 6/4 6/2 in rimonta) – vincendo facilmente per 7/6 6/1 (conquistando con sorpresa di tutti quel tie-break e poi stracciando la britannica), Serena ha dato sfoggio del suo prestigio in coppia in doppio misto con Andy Murray (hanno vinto prima contro Martin e Atawo, per perdere poi da Soares e Melichar in tre set).
Donna che fa sempre la differenza Serena, tanto che in doppio ha quasi deciso lei le sorti dei match; ma non meno uomo di prestigio e fascino è Roger Federer. Anche nella finale contro Nole, il pubblico era per la maggior parte dalla sua parte. A parte il gioco di parole, basta riportare un esempio per capire quanto sia considerato glorioso questo tennista, quanto sia apprezzato e stimato: nel match contro il nostro Matteo Berrettini, non appena l’atleta romano è uscito dal campo per riordinare un po’ le idee, il pubblico è partito in una ola spontanea quasi nei confronti del giocatore svizzero e in una standing ovation in tributo al tennista elvetico scaturita genuinamente.
Certo la sua semifinale contro Rafael Nadal (vinta dall’elvetico per 7/6 1/6 6/3 6/4) non è stata meno entusiasmante della finale contro Djokovic, ma forse non altrettanto eclatante. Lo scontro tra Roger e Nole può essere paragonato (per chi volesse trovare una replica di quella partita memorabile) alla storica finale del 1980 tra Borg e McEnroe, vinta dal primo per 1/6 7/5 6/3 6/7(16) 8/6. Certo è un’impresa non da poco per lo svizzero quella di aver battuto lo spagnolo sulla regolarità, spostandolo molto e facendolo correre tanto da fargli commettere dei gratuiti, lui che fa della resistenza fisica e della mobilità le sue carte vincenti: questa è una dimostrazione dello stato fisico eccezionale di Federer.
Sicuramente per Djokovic ha funzionato il supporto di Goran Ivanisevic (tra l’latro questa settimana si giocherà ad Umago in Croazia dove c’è un campo dedicato al campione – dove sono impegnati italiani quali Caruso e Sinner vincitori, mentre ha perso in due set da Bedene Marco Cecchinato purtroppo, che avrebbe potuto affrontare Sinner). I due tennisti (Nole e Roger per l’appunto) sono come due divi del cinema, due star, tanto che non si esclude possa venir fatto un film su questa finale come per “Borg-McEnroe”, sulla finale del 1980.
Tra i momenti più commoventi di Wimbledon non può essere trascurato l’addio al tennis di Baghdatis, che si è ritirato dopo aver disputato l’ultimo match giocato contro Matteo Berrettini (che lo ha sconfitto in tre set, per 6/1 7/6 6/3). Il romano è stato protagonista con sportività, lasciando la scena nel finale all’avversario per il congedo e i saluti al pubblico, cui ha regalato le sue racchette. Lacrime di commozione sentite da parte del tennista.
Così come resterà esemplare per Berrettini il match giocato con maturità contro Schwartzman, portato a casa al quinto set, dopo uno scontro durissimo soprattutto dal punto di vista mentale. L’argentino prendeva e respingeva tutto, molto regolare, e stava mandando fuori giri Matteo che, con caparbietà, astuzia e bravura, ha iniziato a giocare con lo slice e il back d rovescio, per far sì che l’avversario non potesse spingere sui colpi ed essere offensivo, non riuscisse a spostarlo, ma giocasse centrale e di rimessa e di difesa, così che lui potesse contro-attaccarlo. 6/7 7/6 4/6 7/6 6/3 il punteggio finale, che mostra tutta la capacità e l’abilità di Matteo di giocare bene i punti decisivi, con grande autorità e autorevolezza (prendendosi anche grandi rischi e servendo bene), nei passaggi fondamentali del match e nei tie-break in particolare. Nell’ultimo set, infatti, ha dilagato per questa sua imposizione sul campo, in un incontro duro terminato dopo quattro ore e venti minuti. Peccato invece per Fabbiano che, al terzo turno, si è arreso a Verdasco in tre set netti (con il punteggio di 6/4 7/6 6/4 a favore dello spagnolo). Peccato anche per Andreas Seppi, fermato dall’argentino Pella (più fresco fisicamente): 6/4 4/6 4/6 5/7 6/1 lo score a favore di Pella. Peccato anche per Fabio Fognini, uscito tra le polemiche dopo l’amara sconfitta con Sandgren per 6/3 7/6 6/3 (in un match di terzo turno disputato su un campo secondario come il 14, che non ha molto soddisfatto il tennista ligure ed entrato di recente in top ten); ma per Fognini ha significato comunque la possibilità di raggiungere ad ogni modo il suo best ranking, arrivando alla posizione n. 9 del mondo dopo Wimbledon.

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