domenica, 19 Maggio, 2019

Woody Allen e l’arte degenerata. L’influenza della stampa

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A Rainy Day in New York”, il nuovo film di Woody Allen, uscirà in Italia il prossimo 3 ottobre. La notizia, già nota da qualche tempo agli addetti ai lavori, rende un importante servizio alla libertà di pensiero e di espressione nel nostro Paese. Negli Stati Uniti, al contrario, il film è nel cassetto da oltre un anno: da quando cioè Dylan Farrow, figlia adottiva del regista, ha ribadito le accuse di molestie nei suoi confronti, riaprendo un dibattito di quasi trent’anni fa. Il resto è cronaca recente: Amazon Studios ha cancellato l’uscita statunitense del film a causa delle “nuove accuse e le controverse affermazioni sul movimento #MeToo” di Woody Allen e quest’ultimo le ha fatto causa, chiedendo un risarcimento di 68 milioni di dollari.
Qualche mese fa, con un appello su La Stampa.it rilanciato dallo stesso Allen, abbiamo posto all’attenzione un problema che ci riguarda sempre più da vicino: quello delle nuove forme di censura cui la creazione cinematografica sta andando incontro. È un tipo di censura ibrido, poco studiato, che muove da obiettivi e presupposti diversi da quelli tradizionali. Di questa censura abbiamo descritto due possibili motivi centrali. Il primo è la sovrapposizione di opera e artista, cioè quel vecchio atteggiamento, vituperato da Proust, Croce e tanti altri, che individua nella biografia degli artisti un criterio fondamentale per il giudizio delle opere. Il secondo, ancora più inquietante, è il rifiuto di affrontare temi perturbanti o controversi, da cui il cinema sarebbe chiamato ad astenersi: “A Rainy Day in New York”, infatti, racconta la relazione fra un uomo adulto e una ragazza che lui crede minorenne. Quasi che i tempi dell’ “arte degenerata”, di un’arte immorale per i suoi contenuti, dovessero affacciarsi di nuovo.
Il nostro appello non ha mancato di suscitare polemiche. Emiliano Morreale, in un articolo su Repubblica, ha scritto che il discorso andava formulato diversamente: secondo lui il punto centrale era che Allen è legalmente innocente, che le accuse contro di lui sono state archiviate all’inizio degli anni Novanta (anche se le parole di Dylan Farrow hanno a loro volta un peso nel dibattito). L’obiezione di Morreale, condivisa anche da alcuni di noi firmatari, aveva dalla sua delle buone argomentazioni. In tempi di post-verità, di macchine del fango, di scandali veri e presunti, la verità giudiziaria è uno dei pochi punti fermi su cui ancora possiamo contare. Ho l’impressione, tuttavia, che quanto sta accadendo a “A Rainy Day in New York” possa chiarirsi alla luce di un contesto più ampio, nel quale la censura torna inaspettatamente a farsi strumento di controllo sociale.
Negli ultimi dieci anni il cinema statunitense è cambiato molto, sono cambiate la critica e la ricezione dei film. Solo nel 2014, ai tempi della prima lettera di Dylan Farrow sulle presunte molestie, si discuteva animatamente sull’interferenza di un “quoziente etico” nell’assegnazione degli Oscar. Giulia D’Agnolo Vallan notava in quell’anno che “il cinema, i film, sembrano sempre più vulnerabili a degli oscillamenti di opinione che dipendono da fattori esterni”, come l’accettabilità sociale dei contenuti o l’ “accountability” dei registi. Michael Cieply sul New York Times stigmatizzava i casi di “Zero Dark Thirty” – snobbato agli Oscar per alcune polemiche legate alle scene di tortura – o di “Alone Yet Not Alone” – a cui ritirarono una nomination per i suoi attacchi al cristianesimo. Ciò che oggi ci sembra normale – un cinema appiattito sullo stato di cose esistente, sull’apologetica, sull’assenza di conflitti – faceva ancora, timidamente, discutere. La stessa Academy, chiamata a commentare la vicenda di Dylan, dichiarava di voler premiare “i meriti del cinema, non la vita privata di filmmaker e artisti” (ovviamente non era vero).
Inutile dire che la questione va ben oltre gli Oscar, che hanno sempre avuto a che fare poco con la qualità dei film e molto con il mercato, le mode, il costume e la politica. Qualcosa sta cambiando nella fruizione del testo filmico e dell’arte in generale. È un fenomeno che ha origini molto più lontane del #MeToo, è cominciato con il postmoderno o forse ancora prima. Ha a che fare, probabilmente, con una crescente difficoltà ad accostarsi criticamente sia ai contenuti dell’opera d’arte che al suo ruolo nella società. In primo luogo si attribuisce al contenuto delle opere una funzione prescrittiva, declamatoria, rifiutando di metterlo in relazione dialettica con la forma: un po’ come faceva il Codice Hays quando scambiava la rappresentazione filmica per una sorta di abbecedario morale. Ricordate? Le situazioni contrarie alla pubblica morale dovevano – almeno in teoria – subire una condanna esplicita nel corso del film; non c’era spazio per l’erotismo, il perturbante, la droga, tantomeno per gli stupri.
In secondo luogo si confondono le intenzioni del testo con quelle dell’autore, togliendo all’opera il suo diritto a vivere e parlare autonomamente. Si fa dunque dell’artista una sorta di pedagogo sociale, chiamato a un compito di educazione e di moralizzazione della società. La sua vita e quella dell’opera si confondono – assai più di quanto non accadesse in passato – in un’ambigua narrazione massmediatica, in uno sfacciato disegno pubblicitario.
Immersa in questa dimensione extratestuale, l’opera perde la sua capacità di provocare, di scandalizzare, di creare conflitti. Tutto ciò che le resta è il tono elogiativo dell’arte di propaganda: i giovani ariani dei santini nazisti, gli operai al lavoro di quelli stalinisti, ma anche (perché no?) le famiglie perfette di Norman Rockwell.
Quando Ryan Gilbey scrive sul “Guardian” che Michael Haneke ha rivelato un “lato oscuro” con le sue critiche al #MeToo, che la presenza del nome di Almodóvar nei Panama Papers getta delle ombre sulla sua figura di autore; quando A. O. Scott “riesamina” criticamente l’opera omnia di Allen alla luce delle presunte molestie; quando Polanski viene espulso dall’Academy perché “eticamente non idoneo”… beh, è il segno che qualcosa di strano e di inquietante sta accadendo. Credo dunque che anche la vicenda di “A Rainy Day in New York”, che pure sotto molti aspetti è diversa da quella di Polanski e gli altri, sia il prodotto di un preciso clima culturale, di un approccio dogmatico a cui il cinema sta soccombendo.


Giulio Laroni

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