giovedì, 21 Marzo, 2019

Zingaretti alla sfida dell’alternativa democratica

0

L’esito delle primarie, dopo la parziale ripresa in Abruzzo ed in Sardegna e le manifestazioni popolari dei sindacati e della società civile, la più recente quella di Milano, segnala che la cura ricostituente per il PD è cominciata e che il centrosinistra ha beneficiato più che della sua azione politica ancora in fase di elaborazione nell’esasperata e spesso autolesionistica conflittualità tra le forze al Governo.

Bene ha fatto Zingaretti a fare la prima uscita a Milano è battere il ferro quando è caldo dello scontro interno al governo sulla TAV con l’assunzione di responsabilità di metterlo al riparo dalle ritorsioni degli oltranzismi da chiunque messi in atto sui singoli provvedimenti. Altri temi sono sul tappeto su cui il PD può mettere in atto il suo cuneo politico. Due su tutti: lo scontro tra la solenne affermazione del Presidente della Camera Fico sulla centralità del Parlamento ed il controcanto di Casaleggio sull’evanescenza e la fine prossima del Parlamento con il conforto della variante di Grillo di scegliere i parlamentari con l’estrazione a sorte, il massimo dell’espropriazione che possano subire i cittadini elettori.

L’altro punto strategico come affrontare il problema del sud, della crescente divaricazione rispetto al nord, accelerata con la scellerata proposta autonomistica che farebbe sempre più ricche le regioni ricche e sempre più povere le altre Il primato dell’interesse generale del Paese va affermato senza ambiguità dando priorità assoluta alle soluzioni più persuasive piuttosto che cedere alla tentazione autolesionista “del tanto peggio tanto meglio” figlia della vedovanza del potere. Il quadro di riferimento prioritario ritorna ad essere la costruzione delle condizioni di un’alternativa democratica credibile per l’omogeneità degli obbiettivi da raggiungere da chi si candida alla guida del Paese.

Qualunque intento liquidatorio della passata esperienza in modo indiscriminato all’insegna di un cambiamento di facciata deve mirare a nuovi equilibri da far maturare nel vivo di un serrato confronto su di un doppio piano: quello istituzionale e quello della guida del Paese senza condizionamenti reciproci. Quello costituzionale dopo oltre 30 anni di fallimenti esige di mettere al riparo dalle convenienze contingenti la costruzione della casa comune di tutti gli italiani stroncando sul nascere l’importazione strisciante di modelli autoritari oltre che a minare alle fondamenta un’Europa più solidale non più rinviabile. Ed è per questo che insisto sulla vecchia proposta avanzata già ai tempi della gestione Veltroni di dare modo a tutti di dare il proprio apporto eleggendo un’assemblea costituente per riformare in un anno la Carta costituzionale e far venir fuori le contraddizioni tra e dentro i gruppi parlamentari con alcune condizioni:incompatibilità tra membro dell’Assemblea e quello parlamentare per non incappare nel cumulo degli incarichi e nelle indebite pressioni derivanti dagli equilibri di governo e dalle convenienze occasionali; possibilmente favorire l’abbinamento delle elezioni per europee con quelle per l’assemblea, senza aggravio di costi e con lo stesso criterio proporzionale.

In una parola traguardare alto per il presente e per il futuro evitando l’avvitamento su sé stesso del sistema com’è accaduto in Spagna. La preminenza della riforma istituzionale per uno sbocco in avanti del sistema Paese rispetto agli altri Paesi europei, a partire dall’abolizione del bicameralismo paritario, quella sorta di ping-pong esasperante che costringe a deliberare per tenere il passo a colpi di fiducia, umiliando il Parlamento espropriato delle sue funzioni vitali nella sua interezza,opposizione e maggioranza. In conclusione se si vuole cambiare e rinnovare senza faziosità con un orizzonte di lungo periodo quale è richiesto dal fine primario dell’alternativa democratica su di un aggiornato riequilibrio istituzionale bisogna dare atto che alcuni punti di forza per riuscire nell’impresa sono costituiti da altrettante scelte compiute dalla stagione Renzi da rinnovare e rilanciare nel segno della collegialità tra tutte le forze impegnate nel progetto ambizioso e stabilizzante di rendere possibile un’alternativa democratica in cui l’avvicendamento è tra schieramenti omogenei nel loro interno e non fondate sul collante del potere. Due punti di forza del nuovo corso di Zingaretti, Gentiloni e Mattarella, non sono piovuti dal cielo ma frutto di scelte finalizzate alla fisiologia del ricambio democratico così come l’ introduzione del ballottaggio strappato alla destra nell’Italicum con un vincitore certo dopo la tornata elettorale, nonché con la marcia in più della fine del bicameralismo perfetto, unico sopravvissuto in Europa, mettendo fine ad un paralizzante ping-pong che costringe i governi ad abusare dei voti di fiducia tagliando fuori non solo le opposizioni ma anche la maggioranza.

Altro che recupero della centralità del Parlamento invocata e promessa dal Presidente della Camera Fico.

Roca

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply