lunedì, 30 Marzo, 2020

Zingaretti ovvero la politica nel limbo. Craxi torna ad essere un problema?

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La politica può ridursi ad una parodia di sé stessa. Basta che invece di produrre decisioni diventi conservazione dell’esistente, cioè immobilismo.
Temo di dover dire che la gestione del Pd da parte  del segretario Nicola Zingaretti sembra non di rado corrispondere a questo fenomeno.
Tutto è la ripetizione di un lessico intriso di speranze e velleità di cambiamenti epocali, cioè  un’ardita (e risaputa) fiera di parole. È questo il modo in cui si pensa di arginare l’impetuoso successo dell’estrema destra (cioè di Salvini) in tutte le regioni italiane in cui finora si è votato.
In Emilia la Lega non ha vinto, ma l’incremento elettorale è stato enorme e si è consolidato in un’area estesa che da Piacenza a Ferrara arriva fino alla costiera adriatica.
Zingaretti non sembra essersi reso conto del significato di queste elezioni. Hanno dimostrato  che per la sinistra non c’è speranza se a mobilitarsi e chiedere i voti è una macchina spenta come il Pd. È il messaggio eloquentissimo mandato da Bonaccini.
È l’intera sinistra a non aver capito che una parte consistente dell’elettorato emiliano-romagnolo non ha sguarnito la vecchia casa del Pci e del Psi (dai quali si è sentita rappresentato dalla fine della seconda guerra mondiale  a qualche anno fa) per attestarsi sulle posizioni di una destra liberale, moderata (come Forza Italia o gli ambigui  Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. L’ha lasciata per  riconoscersi nella petulante, rissosa e aggressiva campagna elettorale  di Salvini che annuncia sfracelli e catastrofi in ogni dove. Ma questa è inevitabilmente la biada di un politicante a tempo pieno. Dopo le elezioni in Emilia Romagna il Pd ha fatto il pieno. Ha cioè subito tutte le iniziative dilatorie e i continui veti dei Cinque Stelle e di Italia viva, cioè del sulfureo Matteo Renzi.
Agli occhi degli iscritti e degli elettori il Partito democratico si presenta come una forza senza idee e senza azione. Il suo segretario si è ridotto alla figura di uno che ogni volta si piazza dietro un microfono per sciorinare la stessa litania.
La proposta di costruire un partito nuovo è la metafora del desiderio di mettere insieme programmi e dirigenti di una nuova sinistra. Purtroppo non se vede alcun segno. Anzi se ne vedono dei pessimi.
Il principale è quello di cercare di imporre al presidente emiliano Bonaccini la nomina di un’ex ministra senza arte nè parte, pellegrina di molteplici piazze politiche, cioè Beatrice Lerenzin, alla testa dell’assessorato regionale alla sanità. Ma dov’è finito il pudore, la discrezione, caro Zingaretti?
Se venisse accontentato, per essere al massimo della sfiga, come si dice a Bologna, basterebbe che il segretario del Pd a questo atto invasivo insensato ne accompagnasse un secondo, cioè facesse fuoco e fiamme per imporre Laura Boldrini (da lui stimata molto per ragioni incomprensibili) come presidente della Regione.
Gli scarti della politica nazionale, che incarnano il fallimento della sinistra bersaniana, il Nazareno cerca di alloggiarli  nei palazzi bolognesi del Cardinal Legato.
A parte questa politichetta clientelare, Zingaretti si è segnalato per avere messo il silenziatore sui seguenti impegni programmatici: la riduzione delle tasse su imprese, lavoratori e pensionati; l’abrogazione delle leggi di Salvini sulla sicurezza; la lo ius loci per gli immigrati non recentissim; la riforma del sistema elettorale ecc.
Invece di vararli con dei decreti legge, cioè di renderli operativi immediatamente, li ha affidati  ad un’estenuante mediazione, diluendoli in incontri, tavolate, aggiustamenti, scorci e tagli. La solita politica romana dell’allunga mento del brodo.
L’esempio più recente è la legge sulla prescrizione. Il progetto predisposto dal ministro Alfonso Bonafede è stato fatto a pezzi da numerosi magistrati, docenti universitari di diritto penale e dalla stessa avvocatura (rappresentata da un abilissimo e convincente legale come Caiazzo). Ha solo il consenso  di uno sfasciacarrrozze come Di Maio (in quarantena alla Farnesina), del suoi fans de  Il FattoQuotidiano e di un esponente (assolutamente minoritario) del CSM come Piercamillo Davigo.
Anche in questa occasione Zingaretti avrebbe dovuto varare con un decreto-legge il provvedi mento e lasciare ai Cinque Stelle la decisione se convertirlo in legge dopo 90 giorni sede parlamentare
Al Nazareno, dove si è spesso tremolanti e sedentari, hanno invece offerto il fianco al ricatto grillino della crisi di governo.
Non si sono ancora resi conto che si tratta di un’arma spuntata. Se infatti si andasse alle urne Di Maio e compagnia cantante non avrebbero più del 5%. Pertanto la maggioranza assoluta degli attuali senatori e deputati non ha alcun interesse a  chiudere le Camere.
Si può davvero  aver paura  e lasciarsi condizionare da uno zombie, un morto che cammina come i  grillini?
A questa debolezza politica e allo scarso potere  contrattuale Zingaretti ne ha aggiunto un’altra che proviene sempre dal vagone cimiteriale di Cinque Stelle e dalle vedove inconsolabili del berlinguerismo ancora molto forti nel Pd. Mi riferisco ai conti a quanto pare non fatti, ancora aperti col riformismo sociali sta, cioè con Craxi.
Spetta ai giudici accertare se nella gestione del finanziamento al Psi siano stati compiuti storni e appropriazioni maldestre e illecite. Paghino i responsabili.
Ma non si può identificare l’unica grande politica riformatrice nata in Italia dopo il 25 aprile 1945 per iniziativa del Psi nella kermesse sulla eventuale destinazione privatistica dei fondi del finanziamento.
Che un quotidiano a rimorchio dei grillini viva di queste speculazioni e falsificazioni storio grafiche è comprensibile. La libertà di stampa non ne presuppone la qualità.
Ma la posta in gioco sulla quale si misurarono Berlinguer e Craxi è stata un’altra, e cioè se il comunismo potesse continuare, dopo le esperienze totalitarie e i dispotismi del partito-Stato (che dal l’Urss si sono estesi ai paesi dell’Europa orientale fino a Cuba),a rappresentare un’alternativa realistica e di maggiore civiltà alle socialdemocrazie.
Non va a deporre un garofano al  cimitero di Hammamet   sulla tomba di Bettino Craxi e avversa la proposta di  dedicargli una pubblica via chi ritiene che il comunismo sia stato un regime compatibile con i principi elementari della   democrazia politica e,quindi, riformabile. Ci va chi crede fermamente nella superiorità del liberal-socialismo.
Bisogna prendere atto che, al pari di Berlinguer, Zingaretti guarda da un’altra parte o ha le idee poco chiare.
Se il partito e la sinistra   di tipo nuovo che ha in testa si torce ancora con questi dubbi e si alimenta di incertezze, bisogna dire che  non c’è partita. Un socialista sta con Turati e con Craxi.

Salvatore Sechi

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