domenica, 24 Ottobre, 2021

21 gennaio, una data particolare per la sinistra

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Nel giorno dei funerali di Emanuele Macaluso, l’addio ad un grande personaggio della sinistra italiana, uno dei pochi comunisti che ebbe il coraggio di riconoscere la giustezza della prospettiva socialista. Da qui l’amicizia con molti di noi che vedevano in lui non solo l’esponente “migliorista” del vecchio PCI, ma il riformista convinto dei gravi limiti della Seconda repubblica e “costruttore” di una sinistra socialista nuova.
Quel socialismo largo che ci ha avvicinato a lui soprattutto dopo il 2007, quando non aderì a quell’aggregato “senza identità” del Partito Democratico.
Erano gli anni di una possibile “costituente socialista” che portò Macaluso ad avere attenzione particolare a molti di noi che nel Psi manifestavano già allora i pericoli di un’azione senza prospettiva.
Emanuele parlava con tutti, era disponibile, si faceva trovare e dimostrava amicizia anche quando non si era d’accordo con lui.
Perché aveva un’idea precisa, come risulta da un inedito pubblicato ieri dalla stampa italiana: “Mi inquieta il fatto che ci sia un distacco della sinistra dagli interessi immediati e reali del popolo, motivo per cui viene vissuta quasi come un vecchio club.”. Un’inquietudine che abbiamo condiviso in questi ultimi decenni. Un’inquietudine però che non ci ha fatto rinunciare alle nostre idee e alla convinzione che il nostro compito rimane quello di ricostruire un movimento socialista che parta dalla società e dai bisogni delle persone. Il socialismo come necessità.
Il 21 gennaio 2021 a cent’anni dal Congresso di Livorno. Che segnò la nascita del Partito Comunista e la rottura con il movimento socialista, agli albori del fascismo. Quindi oggi, non un anniversario da festeggiare, ma l’anniversario di una grande tragedia che ci siamo portati dentro per tanti anni, nonostante si voglia far credere che l’azione del nuovo partito fosse “l’unità dei lavoratori” anziché la loro divisione. E si voglia far credere oggi, per voce di esponenti autorevoli di quel partito, che il PCI sia sempre stato riformista, che avesse fatto da subito, negli anni a venire, autocritica.
Che avesse rinnegato la sostanza tragica di quella separazione.
No, quella scissione e la nascita del PCI fu pagata dall’Italia, dalla sinistra e dal movimento dei lavoratori. E non reggono neppure le tardive dichiarazioni secondo le quali la nascita del PCI, allora, non fosse un atto di assoluta complicità con l’idea che l’Italia potesse essere sottomessa da una conquista bolscevica.
Un mito che abbiamo sentito sulla nostra pelle per lunghi decenni, un mito che ha caratterizzato la storia del PCI (al di là del suo atteggiamento riformista negli Enti locali e al di là della sua costante disponibilità al compromesso con la Democrazia Cristiana). L’Unione Sovietica fu per il PCI un punto di riferimento intoccabile e unificante. Un mito che non è venuto mai meno e che ha retto persino in molti suoi eredi quando il comunismo era già morto.
Anche la manipolazione politica di queste ore non è meno sottile. Vorrebbe che la storia comunista non fosse esistita, per appropriarsi dell’idea socialista e persino della figura di Filippo Turati, considerato da Togliatti “tra i più disonesti dei capi riformisti, perché tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo”.
Senza ammettere che la sinistra non nacque con il PCI il 21 gennaio del 1921 ma il 15 agosto 1892 con la nascita del Partito Socialista Italiano.
Una manipolazione politica che consentirebbe di appropriarsi dell’involucro, senza capire il valore della sostanza.
Spetta ai socialisti difendere la storia e la verità, avendo il coraggio di denunciare il falso storico. Altro che celebrare! Il 21 gennaio 1921 rimane uno dei giorni più infelici della storia italiana. E bisogna evitare che “fini intellettuali” utilizzino il socialismo per riabilitare il comunismo.

 

Roberto Biscardini

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