venerdì, 16 Aprile, 2021

8 marzo, a rischio 25 anni di conquiste

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E’ passato un anno da quando, temendo il peggio, invocavamo le istituzioni di farsi carico della condizione di disuguaglianza della donna rispetto agli effetti del virus che dilagava nel Paese.
Non immaginavamo potesse evolversi nella pandemia che ha messo in ginocchio la nostra nazione e che verosimilmente cancellerà 25 anni di conquiste nel campo dell’uguaglianza di genere.
Scuole chiuse in zone in cui è invece consentito lavorare con conseguente impossibilità di usufruire di congedi e permessi. Nel contempo centri per l’infanzia chiusi e nonni da tutelare e da accudire.
Casa, famiglia e salute, un carico troppo grande unito alla perdita di lavoro.
A ciò si aggiunge il sentimento comune che complica un equilibrio mentale e fisico ridotto all’osso.
In questo scenario si collocano le istituzioni che si arrogano il diritto di decidere la sera per il mattino quale e per quanto tempo sarà la pena da espiare.
Secondo l’Onu, già prima della pandemia le donne contavano circa tre quarti dei 16 miliardi di ore di lavoro non retribuito che vengono svolte ogni giorno in tutto il mondo per faccende domestiche e cura della famiglia. In altre parole, le donne finora hanno svolto 3 ore in più per ogni ora di lavoro di cura non retribuito degli uomini. Adesso, come illustrano le Nazioni Unite, quella cifra è diventata ancora più alta.
I dati dei paesi più industrializzati mostrano che il lavoro non retribuito delle donne spesso copre i costi delle cure che sostengono le famiglie e l’economia, colmando la mancanza di servizi e welfare sociale, ma di rado è ufficialmente riconosciuto come lavoro dalla società.
Il dato che spaventa maggiormente riguarda la disoccupazione: dopo il primo lockdown molte donne non sono tornate a lavorare ed in Italia, secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2020 si contano 470mila occupate in meno rispetto allo stesso trimestre del 2019 (323mila in meno tra le impiegate con contratto a tempo determinato) e il tasso di occupazione femminile fra i 15 e i 64 anni si attesta intorno al 48,4%, contro il 66,6% di quello maschile. Questo quadro colloca l’Italia “al penultimo posto della graduatoria europea, appena sopra la Grecia”, ha sottolineato il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo a Rai News. E ciò “nonostante il livello di istruzione femminile sia sensibilmente maggiore rispetto a quello maschile”.
Chiediamo alle istituzioni, a tutti i livelli, di non sottovalutare i dati indicati. Non si tratta di vittimismo, ma di una realtà dilagante e che rischia di compromettere i risultati delle innumerevoli battaglie che noi donne abbiamo combattuto per raggiungere la parità. Una parità labile se si considera che oggi è oltremodo compromessa.
Ben vengano le misure di cui si discute nella legge di bilancio per incentivare alla riassunzione delle donne e favorire l’occupazione e l’imprenditoria femminile; tuttavia arriveranno tardi perché ciò che era importante e che preannunciavamo esattamente un anno fa noi socialisti, era evitare la catastrofica situazione descritta.
La verità è che ogni possibile strumento a sostegno non è nulla se non si abbandona il retaggio culturale per cui la  donna debba sacrificare istruzione e lavoro per la famiglia.
Cultura diffusa che rende di fatto impossibile l’uguaglianza!
Noi donne socialiste siamo schierate in prima linea perché vengano abbattuti i pregiudizi che le rendono – di fatto e senza timore di smentita – vittime.

 

Nella giornata internazionale dei diritti delle donne

Il Partito Socialista Italiano – Regione Abruzzo e le compagne che lo rappresentano

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