martedì, 26 Ottobre, 2021

A Kabul è in gioco non la credibilità (a pezzi) di Biden, ma della civiltà liberale

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Si stenta a comprendere quale sia stato, e sarà prossimamente, il prezzo degli errori plateali commessi da Biden nel chiudere la guerra in Afganistan. Questa difficoltà la si può cogliere nel montante anti-americanismo che sta emergendo in molte parti.

Il dibattito rischia di essere schiacciato dentro questa forzatura analitica: da una parte un presi dente degli Usa che racconta delle balle (sostiene che il suo paese non ha voluto esportare la democrazia, ma fare la Croce rossa, una sorta di badante imperiale in Medio Oriente, Africa, America latina ecc).Dall’altra, un consistente numero di regimi illiberali, antidemocratici (Russia, Cina, Turchia ecc.),in cui i diritti anche più elementari dei citta dini vengono ignorati o boicottati, che si candidano, in maniera sorniona, a fare l’alternativa a Washington.

Davvero dopo l’indifendibile Biden dovremo sor birci, se non battere le mani, a Putin, a Erdogan, al capo di Stato della Cina ecc.?

Questo è il pericolo che si corre se il dibattito sulla politica estera post-imperiale di Washington viene ridotto a quel che sta invece succedendo, il gonfiarsi livido e rancoroso di anti-americanismo.

Lo percepisco dal modo in cui il dibattito è stato avviato nel blog di un leader socialista (in passato assessore alla programmazione) della Regione Sardegna, Franco Mannoni.

Per ragioni di sintesi egli ha commentato l’artico lo (molto bello e ricco) di Angelo Panebianco, L’imputato Occidente, sul “Corriere della Sera” di domenica 2 agosto, riducendolo ad uno schema comunicativo semplice: il timore che venisse meno la responsabilità del governo di Washington per i gravi errori commessi personalmente dal suo presidente.

Alla (sottesa) domanda di Mannoni se sia lecito l’anti-americanismo, la risposta non può essere che quella delineata distesamente dal mio collega Panebianco.

Il dibattito deve vertere, infatti, sull’esatta percezione della realtà. Bisogna, cioè, riconoscere che da Kabul esce con le ossa rotte l’intera civiltà occidentale.

Se a qualcuno dispiace che gli Stati Uniti vengano presentati nella veste di asse portante del modello di democrazia liberale quando opera nei paesi che una volta si dicevano del Terzo Mondo, dica per favore il nome dei paesi che a suo avviso meglio degli Usa hanno incarnato, e incarnano tuttora, i valori legati ai diritti dei cittadini (a cominciare da quelli storicamente più vilipesi, quelli delle donne), della libertà di stampa o di impresa, dell’amministrazione della giustizia, delle politiche assistenziali per la scuola, la sanità, il lavoro ecc.

Ciò che si deve rimproverare a Biden è di avere falsificato la storia del suo paese.Lo ha fatto quando ha negato che da Obama in avanti l’obiettivo degli interventi statunitensi (anche armati) in Afganistan sia stato di “Nation Bullding”, cioè di esportare in quel paese il modello della democrazia americana.

Basta leggere gli ultimi documenti dell’amministra zione Bush e di quella di Obama (di cui Biden è stato vice-presidente) per rendersi conto che i duemila miliardi di dollari spesi da Washington a Kabul erano un investimento per dare vita a un regime democratico che avesse in comune con gli Usa gran parte dei suoi valori: i diritti (a cominciare dall’eguaglianza) delle donne, l’istruzione ad ogni livello, la frequenza dei corsi universitari, la professionalizzione dell’esercito ecc.

E’ noto che Biden non è mai stato un grande sostenitore della presenza di forze armate in Afganistan, ma questo è un punto di vista personale. Come vice-presidente, egli ha assecondato una politica di grandi aperture liberali. Si trattava di dare vita in un continente devastato dalla presenza di regimi tribali o dispotici ad un sistema politico-istituzionale-sociale non estremamente dissimile da quello delle rappresentanze democratiche.

Si capisce che essendo malato e vecchio (e quindi non rieleggibile) Biden abbia voluto assecondare la richiesta che viene impetuosamente dall’opinione pubblica, compreso il suo elettorato (e non solo quello repubblicano di Trump): evitare che anche un solo marine perda la vita nelle pianure sconfinate dell’Afganistan.

Si tratta di una preoccupazione elettorale legittima, ma anche della presa d’atto che la storia imperiale degli Stati Uniti si chiude qui, nelle immagini terribili di questo aeroporto dove si spara sulle donne, sui vecchi e sui bambini, e lo stesso persona le americano teme di non farcela a tornare vivo in patria.

La vittoria dei talebani mette a rischio la pace, la vita, la cultura, il futuro fi un popolo. Ma ad esserne vittima non sono solo gli Stati uniti, ma l’intera Europa liberale e socialdemocratica.

Non cito la Cina, l’Urss e la Turchia perchè questi sono regimi di partito-Stato o di caste che con la democrazia non hanno nulla da spartire.

Non mi pare abbia grande senso sentenziare sul precetto per cui la democrazia non si esporta.

In passato, i greci e i romani non hanno chiesto nessun lasciapassare nè rilasciato alcuna autorizza zione per creare ponti, vie di comunicazione, sistemi fiscali, installare il diritto civile e quello penale ecc.

E neanche gli eserciti francesi di Napoleone hanno atteso di essere chiamati formalmente a impadronir si di mezza Europa portando in palma di mano i codici amministrativi, il diritto alla lotta contro le autocrazie, la devastazione dei privilegi degli aristocratici, la valorizzazione di ogni strato popolare, la libertà più estesa di scrivere, protestare, cambiare religione ecc.

Direi che la democrazia si mette ai voti. Dobbiamo chiedere ai popoli che sono intrappolati in sistemi politici dinastici, partitocratici, castali ecc. se si sen tono più a loro agio a vivere in regimi che rispetta no la volontà dei cittadini, hanno ordinamenti giudiziari, scolastici e sanitari alla portata di tutti, le elites si alternano al governo oppure continuare a vivere in sistemi selettivi, discriminatori, in cui la maggioranza della popolazione non conta nulla o è perseguitata.

Bisogna essere consapevoli che dietro l’anti-americanismo che rimonta non c’è solo una legittima e condivisibile critica al mancato-anche in casa propria- rispetto dei valoro assunti a parole e poi lasciati cadere in fase di esecuzione, alle alleanze con governi indecenti, all’uso preminente della forza militare sul consenso ecc. C’è anche un elemento più grave e pericoloso: l’illusione che la civiltà occidentale, il suo volto liberale, non sia stata sconfitta a Kabul.

Il destino politico di Biden conta poco e nulla di fronte al pericolo che il mondo in cui siano vissuti dopo l’Illuminismo, la rivoluzione francese e quella americana non abbia nulla da dire al popolo afgano e ai suoi vicini.

Salvatore Sechi

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