giovedì, 5 Agosto, 2021

A Napoli realizzata la prima casa del Rider

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Realizzata a Napoli la prima Casa del Rider d’Italia. Lo spazio si trova all’interno della storica Galleria Principe di Napoli e dovrebbe essere un luogo non solo di socializzazione e di ritrovo nelle pause tra una consegna e l’altra, ma soprattutto un luogo in cui i rider napoletani possono trovare consulenti per assistenza e informazioni sulle varie tipologie contrattuali attuate dalle piattaforme, informazioni su adempimenti fiscali e previdenziali, su apertura Partite Iva e assistenza legale.
Il progetto è nato dalla collaborazione tra l’associazione ‘Napoli Pedala’, Inail Campania e del NIdiL Cgil Napoli.

 

Un punto di partenza

Luca Simeone, presidente di ‘Napoli Pedala’, ha detto: “’Abbiamo pensato che Napoli avesse ormai la giusta maturità per un simile luogo che sarà spazio di connessione di queste competenze e sofferenze. Questo è solo un punto di partenza”.
Adele Pomponio, direttore regionale vicario dell’Inail Campania, ha sottolineato: “L’impegno dell’Inail è fornire tutte le informazioni necessarie affinché si lavori per evitare infortuni e malattie professionali. Ormai questi lavoratori sono assicurati Inail da più di un anno e pertanto è necessario che abbiano piena capacità di tutti gli strumenti che noi mettiamo a disposizione”.
Valentina, borsa in spalla, in attesa di risalire in sella, ha raccontato: “Passo quasi tutta la giornata per strada in attesa che mi arrivino le consegne da fare e i rischi maggiori sono proprio la sicurezza e la salute e soprattutto l’inverno è bruttissimo: ci sono state giornate in cui mi sono trovata ore e ore sotto la pioggia senza un appoggio nemmeno per andare al bagno, per mangiare”.

 

Uno sportello itinerante per informare

Andrea Borghesi, segretario generale del Nidil Cgil nazionale, ha osservato: “Spesso questi lavoratori vivono una condizione di lavoro autonomo quando nella realtà è piuttosto complicato ravvedere tale autonomia”.
Uno sportello itinerante per informare, orientare e assistere i rider nei luoghi dove si incontrano e aspettano le chiamate è stato inaugurato anche nei pressi della Stazione di Roma Termini.

 

Aboubakar Soumahoro, presidente della Lega dei Braccianti. Ha spiegato: “Si tratta di un’attività socio sindacale di strada per federare l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori lungo la filiera del cibo. È un modo per dare voce ai loro bisogni, affrontare il tema di avere un contratto dignitoso quindi avere i contributi versati, l’assicurazione, la pensione”.
Da un incontro con alcuni rider un lavoratore ha detto: “Per guadagnare devo lavorare dieci, 12 ore al giorno, tutti i giorni mi fermo solo quando sono stanco, sennò sette giorni su sette”.
Un altro lavoratore ha raccontato: “Lavoro dalle 11 di mattina all’una di notte, ma se non chiamano non guadagno, di media prendo 20 euro al giorno”.
Dopo l’indagine “fiscale” aperta dalla magistratura di Milano su una società di food delivery che sfruttava i rider attraverso il caporalato, sono stati in molti a proporre un contratto di lavoro nel settore. Da apripista è arrivato il contratto di Just Eat per i rider.
Del resto il food delivery si sta facendo largo nelle grandi città. Ha sopperito in maniera esemplare le deficienze dei ristoratori costretti alla chiusura durante i lockdown consegnando pasti a tutte le persone in difficoltà e che non potevano uscire di casa.

 

Ma non è solo la comodità delle consegne a domicilio tramite rider ad aver fatto breccia nelle abitudini delle famiglie. Anche i prezzi sono estremamente competitivi. Un pasto caldo completo può costare fino al 50% in meno che al ristorante.
Così, Just Eat, leader nel mercato della consegna di cibo a domicilio, sta attualmente implementando un modello di assunzione. Per il business del delivery per i ristoranti che non hanno il servizio di delivery in proprio.
In questo contesto, la consociata italiana di Just Eat e le organizzazioni sindacali FILT CGIL, FIT-CISL e UIL Trasporti hanno raggiunto un accordo per il primo contratto collettivo aziendale per inquadrare i rider nel CCNL del settore Logistica, Trasporto, Merci e Spedizioni che sarà applicato a tutti i rider dipendenti.
Il contratto introdotto da Just Eat in Italia nell’ambito dell’implementazione del nuovo modello di business prevede l’inquadramento dei rider come lavoratori subordinati. Nel corso dell’anno porterebbe all’assunzione di circa 4.000 rider in tutta Italia.

 

Costruito su misura dei rider, frutto di un dialogo costruttivo tra azienda e sindacati, l’accordo si è sviluppato partendo dalle condizioni previste dal CCNL del settore Logistica, Trasporto, Merci e Spedizione. Così è stato adattato per riflettere le esigenze specifiche del mercato del food delivery, diverse da quelle di operatori tradizionali.
Daniel Contini, country manager di Just Eat in Italia, ha commentato: “Siamo soddisfatti del risultato positivo che testimonia la comune volontà di approcciare in modo costruttivo e sostenibile un settore in crescita a vantaggio di tutti gli attori di questa industry. Rider in primis ma anche ristoranti e operatori come Just Eat”.
Davide Bertarini, responsabile del Business Delivery di Just Eat in Italia, ha spiegato: “È stato fatto un grandissimo lavoro da entrambe le parti di dialogo, ascolto e comprensione delle reciproche esigenze. E grazie alle linee guida concordate, oggi sono garantite ai rider ulteriori tutele e sicurezza e alla nostra realtà la compatibilità del nuovo CCNL del settore Logistica, Trasporto, Merci e Spedizione con l’assetto economico dell’azienda, e quindi la conseguente sostenibilità dell’industry”
Le indagini della magistratura milanese hanno fatto emergere che i riders svolgono a tutti gli effetti un lavoro non occasionale. Finora molti riders erano assunti per le varie società di food delivery senza adeguate coperture assicurative. Pertanto i datori di lavoro dovranno applicare, per le mansioni che svolgono i rider, i contratti adeguati. Da qui le assunzioni.

 

Alle società di food delivery sono state contestate ammende sui profili di sicurezza dei rider per oltre 733 milioni di euro. Il dato è impressionante dopo aver effettuato verifiche su 60.000 riders esposti a rischio.
Il primo contratto collettivo aziendale per i rider in Italia, è sicuramente un grande passo avanti. Ma si può fare di più in un settore in espansione per le nuove abitudini ed esigenze future che coinvolgono il settore della ristorazione.
I riders potrebbero associarsi in cooperative sul territorio per svolgere gli stessi servizi che finora sono stati coordinati da multinazionali che gestiscono l’intermediazione percependo compensi molto alti. Si parla di provvigioni, pari al 35% del valore della merce da consegnare. Dunque, c’è un duplice sfruttamento. Da un lato i ristoratori vedono comprimere i loro margini di guadagno, dall’altro lato c’è lo sfruttamento dei riders malpagati e senza tutele sui diritti del lavoro. Le cooperative potrebbero associare sia i ristoratori che i riders con vantaggi reciproci sotto ogni aspetto. In tal senso, secondo la migliore tradizione del socialismo italiano, sarebbe importante il contributo del Partito Socialista Italiano motivando ulteriormente i giovani a costruirsi il loro futuro politico e dando impulso alla costruzione di una società a dimensione umana, senza nulla togliere al lavoro già svolto dai sindacati per i diritti acquisiti ed altri in via di acquisizione.

 

Salvatore Rondello

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