domenica, 28 Novembre, 2021

Accordo di Dayton non basta più, Bosnia ancora fuori da Ue

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Era l’anno 1995, quando nella base militare di Dayton, nell’Ohio, Milosevic, Tudman, Izetbegovic, i tre Presidenti di Serbia, Croazia e Bosnia firmarono, con la regia statunitense, l’accordo che pose fine alla guerra di Jugoslavia.
Nacque così la confederazione della Bosnia Erzegovina che doveva unire, in un unico Stato le componenti musulmana, croate e serba di quel territorio. Dopo 26 anni si può francamente affermare che quel patto, che in quel momento era l’unica soluzione possibile per evitare la prosecuzione degli scontri e delle distruzioni e il perpetrarsi di massacri e violenze, abbia bisogno per lo meno di una riscrittura, in quanto non riesce più a regolare in modo equilibrato la vita istituzionale e la stessa coesistenza pacifica nella giovane Repubblica balcanica. Ormai tra Sarajevo, capitale statale, e Banja Luka, capitale dell’entità serba, vi è un quotidiano scambio di invettive e ritorsioni che minano al fondo gli accordi raggiunti a Dayton. E la parte croata non sta a guardare con il Governo di Zagabria che richiede maggiore spazio e riconoscimento per la parte dei bosniaci croati. Ma capofila delle rivendicazioni di autonomia amministrativa e istituzionale è sicuramente Milorad Dodik, membro serbo della Presidenza tripartita. Dopo i suoi attacchi al Rappresentante ONU che aveva confermato l’accusa di genocidio per la Strage di Srebrenica ,che i serbi non vogliono riconoscere in quanto, a loro avviso, si vogliono dimenticare i massacri compiuti dai musulmani ai loro danni, Dodik ha minacciato l’uscita dei serbi da alcuni organi federali fondamentali che riguardano l’ amministrazione della giustizia, delle tasse e addirittura l’uscita dall’esercito centrale. Una situazione che pare ormai incontrollabile dal punto di vista dell’equilibrio interno e che l’ Unione Europea guarda con estrema preoccupazione. A questo si aggiungono l’aggravarsi della crisi economica del Paese, estremamente provato dalla pandemia da coronavirus con la disoccupazione giovanile in piena espansione che causa la ricerca di occupazione soprattutto in Germania per le nuove generazioni.
Sarajevo è sempre molto lontana dal processo di adesione all’Unione Europea e la Bosnia, insieme al Kosovo, è l’unico Paese a non aver raggiunto lo stato di candidato. Mancano del tutto la riforme richieste da Bruxelles per avviare un discorso costruttivo e d’altra parte l’immobilismo centrale derivato dai veri reciproci tra le componenti etniche, non permette di fare passi in avanti significativi in questo senso. Come se non bastasse permane il problema, soprattutto umanitario dei profughi ammassati sul confine croato che cercano di raggiungere clandestinamente l’Europa.
Si pensava che il diffondersi dell’infezione avesse portato ad un attenuamento della gravità della situazione ma proprio gli ultimi sviluppi del conflitto in Afghanistan, hanno determinato un nuovo aumento dei flussi di migranti sulla cosiddetta via balcanica con, tra l’altro, il freddo e le intemperie dell’inverno alle porte. Si può ben dire che la Bosnia Erzegovina, con i tanti problemi che la attanagliano dovrà costituire uno dei punti centrali dell’attenzione dell’Unione Europea.

Alessandro Perelli

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