martedì, 26 Ottobre, 2021

LE CONVULSIONI DI KABUL

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Intervista a Giampaolo Cadalanu, inviato de La Repubblica

 

Sono giorni di incertezza e convulsioni in Afghanistan. Dopo gli accordi di Doha, fortemente voluti dall’ex Presidente Donald Trump e il ritiro delle forze statunitensi a guida Nato, confermato da Joe Biden, tornano al potere e con una rapidità inaspettata i talebani, reinstallando l’Emirato islamico caduto dopo l’intervento occidentale del 2001.
Rassicurando il mondo sulle loro intenzioni, il prossimo esecutivo di Kabul, forse, vedrà la partecipazione di altre forze minori e, al momento ipoteticamente, riconoscendo anche un certo ruolo alle donne.

 

Giampaolo Cadalanu, giornalista e autore, inviato de La Repubblica in aree di crisi e grande esperto di Medio Oriente, in un’intervista all’Avanti! on line sottolinea la non prevedibilità della disarticolazione rapidissima dell’esercito e del governo filo-occidentale di Ashraf Ghani; poi, gli errori di approccio e di gestione di «un conflitto che non doveva proprio iniziare», con l’investimento di somme enormi di denaro che avrebbero dovuto e potuto trasformare l’Afghanistan in una «quasi Svizzera». Ma anche il rammarico per l’importante impegno militare italiano nell’ovest del paese, dove rimarrà «probabilmente un minimo di nostra influenza culturale, ma non grandi aperture utilizzabili politicamente».

 

Giampaolo Cadalanu, in pochissime settimane e senza quasi incontrare resistenza, i talebani di Abdul Ghani Baradar sono arrivati a Kabul, installandosi in diretta tv nel palazzo presidenziale. La disarticolazione delle forze armate afghane e del governo ha sorpreso la comunità internazionale e l’Occidente, in particolare. Eppure sulla carta si parlava di 100.000 effettivi contro 70mila combattenti islamisti. Ma era prevedibile in tempi così rapidi il cambio di regime?

Non con questa rapidità. Non era prevedibile, né previsto a nessun livello. Persino nei giorni precedenti alla caduta di Kabul l’intelligence americana aveva ribadito che ci sarebbero voluti da uno a tre mesi perché la capitale cadesse. Le forze afghane si sono arrese sostanzialmente senza combattere. A parte qualche episodio e qualche scontro isolato, le truppe non si sono impegnate.

Le forze armate afghane erano probabilmente molto superiori in termini numerici rispetto ai talebani, ma, al contempo, è da dire che, in realtà, i soldati registrati dall’esercito molto spesso erano dei veri “fantasmi”. Ovvero, da quelle parti è abbastanza diffuso che un comandante dichiari di avere 500 soldati a disposizione e riceverà lo stipendio per quel numero, mentre gli effettivi sono di molto inferiori, talora anche meno della metà. E gran parte del denaro costui lo dirotta nelle sue tasche. La stessa cosa può dirsi per i rifornimenti.

 

Quindi una situazione falsata militarmente anche per la corruzione diffusa?

Sì, perché in Afghanistan e in quella particolare struttura di governo la corruzione era talmente elevata che anche i riferimenti in termini militari sono da considerare inadeguati: ad esempio, non si sa quanti soldati ci fossero effettivamente in campo, quanti sono stati conteggiati più volte e quanti realmente addestrati secondo gli standard richiesti dagli occidentali.

Sulla carta, le forze afghane sarebbero dovute essere in grado di difendere il regime, ma nella realtà si sono sfasciate senza neanche provare a combattere. Questo è accaduto anche perché i poveri soldati che erano davvero al fronte, alla fine, si sono trovati davanti all’idea di combattere e di rischiare la propria vita per un regime corrotto, impresentabile e tutt’altro che popolare e, quindi, ognuno quindi ha scelto per sé.

 

Il governo di Ashraf Ghani ed il precedente esecutivo di Karzai – questi ora forse nel ruolo di mediatore -, di fatto controllavano soltanto alcune province oltre la capitale, di cui erano quasi poco più che dei sindaci. Un regime debole e traballante per impopolarità e corruzione, come dicevi, che si è dissolto senza il supporto occidentale. In questo momento, però, se da un lato vediamo la fuga di una parte della popolazione, timorosa e terrorizzata dal ritorno al potere degli studenti coranici, dall’altra non registri che diverse fasce sociali afghane hanno dato e danno effettivamente un reale sostegno popolare ai talebani? Che ne pensi?

Sì, questo aspetto, forse, finora è rimasto il più nascosto o trascurato, che anche sulla stampa e sui giornali compariva e si analizzava soltanto fino a un certo punto.

In effetti, in Afghanistan, i talebani sono visti ancora da una buona fascia della popolazione come una forza moralizzatrice. Questo, certamente, sulla base di una concezione islamica molto retriva e radicale e da imporre con la forza e, quindi, molto lontani dalla logica occidentale, ma allo stesso tempo la contrapposizione con il regime di Ghani e con i governi riconosciuti dall’Occidente era e avviene anche su una reale base e sostegno popolare.

Insomma, la classe dirigente afghana era impresentabile e pensava innanzitutto a accumulare denaro da collocare all’estero – si parla di ville a Dubai, in Tagikistan o in Turchia – piuttosto che pensare al bene comune.
Se, obiettivamente, si è rimasti sorpresi dell’appoggio della gente all’arrivo dei talebani, è perché l’irritazione delle persone verso il regime veniva tenuta ben nascosta.

Che il governo al potere fosse corrotto era un luogo comune, ma che ci fosse questo diffuso sostegno popolare ai talebani significa che, davvero, quel regime era totalmente screditato. Ad esempio, ho letto che, in molti casi, mentre le truppe governative si stavano ritirando venivano prese a sassate e a lanci di scarpe dalla popolazione.

 

69 miliardi di dollari spesi in venti anni dalla coalizione internazionale per l’Afghanistan per addestrare e sostenere le forze armate del suo regime filo-occidentale, ben tre missioni internazionali – Enduring freedom, Isaf e Resolute support -, ma il risultato appare fallimentare. Ritirati gli Stati Uniti e le forze occidentali a guida Nato riappare un Emirato islamico a Kabul.
Ma quali relazioni e quale influenza manterranno l’Occidente e gli Usa?

Questo è tutto da vedere, in realtà. I talebani non possono fare da soli, questo è palese: devono comunque presentarsi al mondo con un volto almeno accettabile. Quindi gli aspetti più crudeli e più inaccettabili per l’Occidente rimarranno nascosti, probabilmente dietro le porte chiuse o avverranno in maniera meno evidente che nell’Emirato del passato.
Non dimentichiamo che il paese è distrutto e quindi i costi della ricostruzione non possono essere sostenuti da nessuno se non dall’Occidente, che dovrà pagare in cambio di un residuo di influenza nella zona.

 

E dal punto di vista economico chi ci ha guadagnato, secondo te?

Parlerò con estrema franchezza: coloro che considero i “mandanti”, quindi chi aveva interesse alla guerra dal 2001 in poi, hanno continuato a guadagnare. Ad esempio, i grandi produttori di armamenti continuano a considerare questo conflitto come un fantastico affare: hanno venduto apparecchi militari mostruosi ed avveniristici, ma poi gli eserciti occidentali sono stati sconfitti.

La fetta di Occidente che voleva lucrare sulle guerre ha continuato a farlo ed enormemente. Gli statunitensi hanno perso 2.300 soldati, noi italiani abbiamo avuto 55 persone morte. Vi sono state spese mostruose, ma una fetta enorme di quelle spese è rientrata ed è stata incassata dei produttori d’armi. Costoro continuano a festeggiare e non hanno perso la guerra, anzi.

 

Un fatto scontato e ovvio: la Cina e la Federazione Russa già danno dei segnali di disponibilità verso il nuovo regime di Kabul.

La regola della geopolitica prevede che dove una potenza lascia libero uno spazio, un’altra vi si insedia. I russi sanno bene di che si tratta: già scottati dall’esperienza in Afghanistan, probabilmente provano una certa soddisfazione. Ci sarà un senso di rivalsa a Mosca nel vedere gli americani che lasciano il paese in questa maniera precipitosa e disordinata. Dopodiché quali alleanze intende impostare il regime talebano è tutto da vedere e non è affatto chiaro. La Russia e la Cina hanno in casa dei focolai di radicalismo islamico che potrebbero essere stimolati dalla presenza di un Emirato come quello afghano.

In teoria, non fa piacere né agli uni né agli altri la nascita di questo nuovo potere, ma Cina e Russia faranno molta attenzione per tenere sotto controllo eventuali influenze esterne.

C’è da dire che nel caso dei talebani parlare già di Jihad globale mi pare molto fuori luogo, perché non hanno mai pensato al proselitismo o a creare una comunità islamica che andasse fuori dal loro paese.

Su questo punto i talebani sono molto diversi da ogni altra formazione radicale, come Al Qaeda, l’Isis o altre. Infatti, il loro progetto riguarda solo l’Afghanistan e si ferma ai suoi confini.

 

Pechino, Mosca e la cintura sud dei paesi della della ex Unione Sovietica adesso saranno molto vigili con il fondamentalismo che torna al potere alle loro frontiere.

Certo un minimo di influenza può esserci, è un fatto scontato: l’Afghanistan confina per un breve tratto anche con la Cina e qui gli uiguri potrebbero essere tentati. Voci non controllate parlano anche della presenza di qualche miliziano cinese tra i talebani, come se ne parlava tra i membri del cosiddetto Stato islamico. Ugualmente per i russi, con i miliziani ceceni. Però, che ci sia un’iniziativa per un possibile progetto globale di espansione, di una Jihad planetaria da parte dei talebani, ripeto, è sicuramente da escludere.

E il Pakistan, da sempre pro-talebano, più o meno occulto?

Al momento non sembra che i talebani siano così favorevoli a un “padrinaggio” anche del Pakistan. Diciamo che in questo c’è un elemento di prevedibilità anche nel nuovo regime di Kabul e che non fa piacere neanche a Islamabad.

 

All’epoca della influenza russa e del regime laico-comunista, il Partito Democratico Popolare di Amin, Karmal e Najibullah aveva un certo sostegno dell’area burocratica e produttiva, di una borghesia aperta alla modernizzazione. La struttura della società afghana di oggi è totalmente diversa dagli anni Settanta e dopo regimi differenti. Quegli strati sociali sono quasi totalmente azzerati. Ma oggi che base sociale e produttiva ha il nuovo potere?

Una domanda stimolante. In Afghanistan non c’è una base produttiva reale perché la società afghana è polarizzata all’estremo. C’è una classe, uno strato di alta borghesia sostanzialmente legata alla collaborazione con l’Occidente e radicata nelle città.

Poi vi è un residuo di piccola borghesia legata al commercio, ma la grandissima parte del paese è legata a forme di produzione assolutamente arcaiche e rudimentali: quindi allevamento e agricoltura non meccanizzati e non modernizzati.

La classe media, che poteva essere un passo avanti verso una trasformazione laica del paese, semplicemente non esiste perché non ci sono le strutture produttive e non esiste niente su cui “caricare” una trasformazione culturale.

Quindi non mi stupisco che le classi più sfortunate appoggino i talebani perché vi vedono anche degli elementi di riscossa sociale.

Peraltro, è da dire che le classi più modeste saranno quelle che, alla fine, pagheranno in modo pesante la presenza dei talebani. E, probabilmente, questo come tutti in Afghanistan.
E’ il risultato di avere avuto, in questi anni, un regime estremamente corrotto.

 

La presenza italiana a Herat, il nostro ruolo con la nostra missione militare, è stata importante. Le perdite umane sono state rilevanti, 53 morti e 723 feriti tra le nostre Forze Armate ed una spesa di quasi 9 miliardi di euro. Ma eravamo ben visti dalla popolazione anche per i programmi di sviluppo e cooperazione.
A fine giugno si è chiusa questa esperienza. Ora lasciamo l’Afghanistan portando via i civili con i nostri collaboratori locali. Un tuo bilancio di questi anni e che cosa prevedi?

Il bilancio, per quel che riguarda gli aspetti strettamente militari, è ragionevolmente soddisfacente. E questo nel senso che l’Italia aveva un profilo e un approccio mai troppo muscolare come altri paesi. Quindi, la volontà di imporre un ordine militarizzato non è mai stata nei programmi italiani e neanche nel profilo internazionale dell’Italia.

Roma ha sempre avuto una vocazione da “ponte” e non da “muro”: un taglio più diplomatico.

Herat è, inoltre, sempre stata una città che aveva una maggiore disponibilità alla modernizzazione. In più, non era lontana dal confine iraniano e, fattore non trascurabile, l’Italia ha sempre avuto un profilo di ragionevole apertura verso Teheran.

 

Che cosa resta?

Purtroppo, onestamente, non resterà molto del contatto con gli italiani. Resteranno dei ricordi ed un minimo di influenza culturale, ma non credo che restino delle grandi aperture utilizzabili politicamente.

In ogni caso, era una presenza considerata estranea nel paese. Per quello che io ho registrato da inviato, anche con le nostre unità militari, si poteva sicuramente cogliere una logica di maggior rispetto, specie confrontando la situazione degli altri contingenti armati.
Ma non ci si deve fare illusioni: l’Afghanistan adesso ricomincia da capo, dopo che l’Occidente con tutti i denari spesi poteva trasformarlo in una nuova Svizzera. I rimpianti ci sono, senza dubbio, ma è una guerra che non doveva proprio iniziare.

 

Il 2001 come data cruciale?

Sì, è un conflitto che non doveva partire e non doveva essere spacciato per quello che non era. Si è continuato a ribadire che, cacciati i talebani, bisognava impegnarsi in una idea di ricostruzione dello stato afghano, e la sua rifondazione con criteri totalmente occidentali, vale a dire con delle vere forzature della storia. Non funziona così, con queste forzature. Secondo me, quindi, questa missione era condannata già in partenza.

 

Roberto Pagano

 

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