mercoledì, 1 Dicembre, 2021

Alessandro Gigliotti, l’anomalia tutta italiana della legge elettorale

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Per la prima volta nella storia della Repubblica, la prossima tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento, che dovrebbe tenersi nella primavera del 2023, si troverà di fronte uno scenario inedito. Infatti, la revisione della Costituzione, confermata dal referendum del 21 settembre dell’anno scorso, ha diminuito del 36 per cento il numero di deputati e senatori, che passeranno dagli attuali 945 a 600.

E sono diversi gli argomenti legati a questa nuova realtà, a partire dalla prossima legge elettorale, di cui sarebbe dovuto parlare dal giorno dopo l’esito del referendum confermativo. Cioè, Pd e pentastellati avevano sbandierato ai quattro venti che si sarebbero messi subito al lavoro. Così non è stato (non ancora perlomeno), anche se il malcontento che serpeggia dentro e fuori il Parlamento è sempre più difficile da ignorare o da imbrigliare.

Alessandro Gigliotti

Sull’argomento abbiamo intervistato il professor Alessandro Gigliotti (nella foto) dottore di ricerca in Diritto costituzionale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, dove ha svolto attività didattiche e di ricerca nei settori del diritto costituzionale, diritto costituzionale comparato, diritto parlamentare e giustizia costituzionale, ed autore di numerose pubblicazioni scientifiche in diversi settori del diritto costituzionale e parlamentare.

 

Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum e via elencando. Negli ultimi 20 anni la legge elettorale è cambiata sette volte. Come mai? Perché questa frenesia, che penso non abbia eguali nelle democrazie occidentali?

«La tendenza a modificare continuamente la legge elettorale è del tutto anomala e non ha eguali nelle democrazie contemporanee. A partire dalla crisi istituzionale dei primi anni Novanta, abbiamo avuto la riforma del 1993, a seguito di un referendum elettorale, poi quella del 2005, quindi quella del 2015 (legge mai applicata peraltro) e infine quella del 2017. A ciò si aggiunga che nel 2014 e nel 2017 ci sono state due sentenze della Corte costituzionale che hanno dichiarato costituzionalmente illegittima la legge elettorale… Premesso questo, direi che occorre distinguere: nel 1993, la riforma elettorale è avvenuta in una fase di profonda crisi istituzionale, a seguito della quale si aspirava a dare vita ad una stagione di riforme politico-istituzionali di ampia portata. Dal 2005 in poi, invece, le riforme elettorali sono sempre state volute dalla maggioranza di turno per corrispondere ad esigenze di parte: adottare la legge elettorale più funzionale al proprio schieramento. Non è un caso se in ogni legislatura, ormai, si parli di riforma elettorale, sebbene in quella in corso l’esigenza sia legata anche alla riduzione del numero dei parlamentari».

 

Ed era proprio necessario tagliare il numero dei parlamentari?

«Per rispondere a questa domanda, occorre chiedersi quale fosse la ratio della riduzione. Ebbene, i promotori della riforma hanno dichiarato espressamente di aver perseguito il fine di ridurre i costi della politica: una sorta di taglio lineare. Messa in questi termini, però, non ha alcun senso, anche perché il risparmio si aggira attorno ai 57 milioni all’anno (un’inezia, dunque) ed è addirittura minore rispetto a quello conseguito dalle amministrazioni parlamentari dal 2013 ad oggi con semplici tagli ai costi interni. Per dare un’idea degli ordini di grandezza, si pensi che il contestatissimo Mes sanitario avrebbe consentito di ricevere circa 37 miliardi a tassi di interesse prossimi allo zero, con un risparmio di circa 500 milioni all’anno rispetto all’emissione di comuni BTP. Le medesime forze politiche che hanno promosso la riduzione del numero dei parlamentari, con l’obiettivo di risparmiare, si sono opposte strenuamente al Mes, dicendo che il risparmio era irrilevante… Ben diversa, chiaramente, sarebbe stata una riforma generale delle istituzioni parlamentari, volta a differenziare il bicameralismo e/o razionalizzare il procedimento legislativo. Ecco, in un contesto del genere, la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe avuto senso. Non a caso, tutte le proposte del passato, volte a ridurre il numero degli eletti, erano inserite in un progetto ben più ampio di riforma delle istituzioni parlamentari»

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Basterà la revisione dei collegi elettorali a garantire la rappresentatività dei cittadini ma anche dei territori, oppure è necessaria una nuova legge elettorale? Che poi sarebbe l’ottava in vent’anni.

«La revisione dei collegi era tecnicamente indispensabile, per adeguarli ai nuovi numeri. Ma non è sufficiente a fugare i dubbi sul deficit di rappresentatività delle nuove Camere, in particolare del Senato. Ciò discende dal fatto che alcune regioni avranno un numero ridottissimo di seggi e questi ultimi, in virtù del meccanismo di riparto regionale, saranno necessariamente assegnati alle forze politiche più forti, le uniche ad avere una concreta possibilità di eleggere un parlamentare. Anche qui, non è un caso se all’indomani della riforma si sia iniziato a parlare di “correttivi”: mi riferisco, in particolare, alla proposta di legge costituzionale che andrebbe a modificare l’articolo 57 della Costituzione, in modo da prevedere che il Senato sarà eletto su base circoscrizionale e non più regionale e quindi con collegi più ampi della regione».

 

Ma è proprio necessario cambiarla ancora? Ci sarebbero rischi particolari ad andare alle urne con gli aggiustamenti che sono stati fatti per adeguare il numero dei parlamentari alla recente revisione della Costituzione?

«Di per sé, ridisegnati i collegi una riforma elettorale non è indispensabile perché, in concomitanza con la legge di revisione costituzionale, è stata approvata una legge che ha apportato le modifiche minime indispensabili a rendere immediatamente operative le leggi vigenti. Occorre chiedersi, però, se il sistema elettorale misto, anche noto come Rosatellum, sia adeguato alla luce del nuovo assetto. A mio avviso non lo è, già solo per il fatto che i collegi uninominali sono troppo ampi».

 

Sulla legge elettorale per l’elezione di Camera e Senato i Costituenti non si sono espressi, lasciando al Parlamento il potere di farla e di modificarla. Oggi, come ieri, mi sembra che l’oggetto del contendere, sin dai tempi della cosiddetta legge truffa targata Democrazia Cristiana, sia sempre lo stesso: proporzionale o maggioritario. In pratica: rappresentatività, con esecutivi più o meno traballanti, o governabilità, con maggioranze più salde, Ma poi è veramente così? Vogliamo fare un quadro di pregi e difetti, di gioie e dolori di entrambi i sistemi, dando uno sguardo anche all’Europa?

«La Costituzione dice poco sul sistema elettorale, nel senso che non impone il sistema proporzionale, come avrebbe voluto in particolare Costantino Mortati. Ma va detto che essa, pur senza imporlo, lo presuppone: tutta l’architettura istituzionale è stata pensata per un impianto proporzionale. Il che significa che il sistema maggioritario, del tutto legittimo, richiede un ripensamento generale della medesima architettura. Un esempio per tutti: il bicameralismo paritario ed il regime della doppia fiducia, che si adattano bene ad un sistema proporzionale ma molto meno al maggioritario. Non è un caso se in quasi tutte le elezioni politiche tenute dal 1994 in poi non vi sia stata una perfetta coincidenza tra le maggioranze nelle due assemblee, se non nel 2001 e nel 2008 in conseguenza di due nette vittorie del centro-destra. Nel 1994, 1996, 2006 e 2013, invece, la maggioranza c’era in un ramo ma non anche nell’altro, nel 2018 addirittura in nessuno dei due. Ad ogni modo, è bene precisare che non basta una legge elettorale per avere governi di legislatura, in quanto il presupposto reale per la “governabilità” è l’esistenza di un sistema partitico strutturato, coeso e che condivide un patrimonio comune di valori. Dove tali condizioni sussistono, la governabilità è assicurata sia in presenza di sistemi maggioritari sia in presenza di leggi proporzionali, come testimoniano rispettivamente il Regno Unito e la Germania».

 

Quale potrebbe essere un sistema elettorale adeguato alla complessità e alla litigiosità del Sistema Italia? Con uno sguardo che non si soffermi alle esigenze di bottega dell’oggi ma che punti alla lunga distanza?

«Personalmente, credo che il sistema elettorale perfetto non esista e che debba essere “cucito” su misura, proprio come un vestito. Al caso italiano, a mio avviso, servirebbe un sistema proporzionale con soglie di sbarramento significative (4-5 per cento) e con un “incentivo” alle forze politiche maggiori, che potrebbe essere ottenuto con circoscrizioni elettorali medio-piccole. Ma, ripeto, il sistema elettorale da solo non basta se alla base mancano un sistema partitico strutturato e un patrimonio di valori condiviso».

 

E l’attuale larga maggioranza che sostiene in governo Draghi è uno stimolo oppure un ostacolo? Nel senso che opinioni troppo divergenti e non negoziabili potrebbero bloccarla o, magari, si troverà un compromesso che, come nel Gattopardo, cambi tutto per non cambiar nulla?

«Negli ultimi vent’anni, come detto, la classe politica ha dimostrato di ragionare pensando alle prossime elezioni, più che alle prossime generazioni. Le riforme elettorali sono state costruite partendo dai sondaggi e puntando a massimizzare, salvo poi accorgersi che le condizioni di oggi potrebbero non esserci domani. Ecco, fino a quando si continuerà a ragionare in tal modo non vedo le condizioni per una legge elettorale che duri 50 anni, come sarebbe normale. Una maggioranza ampia quale quella attuale, però, potrebbe giovare alla causa, in quanto si riducono di molto le possibilità di approvare una legge “di parte”».

 

Antonio Salvatore Sassu

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