lunedì, 14 Giugno, 2021

Algeria, sì al referendum ma restano gli interrogativi

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Il quesito referendario sulle modifiche alla Costituzione, svoltosi in Algeria domenica primo novembre, doveva fornire due risposte. La prima, quella richiesta dalla scheda elettorale, era piuttosto scontata, visto il rigido controllo dei media e dei mezzi di informazione operante nella Repubblica popolare e la volontà del Presidente Aldelmadjid Tebboune e dell’Esercito che l’ha avevano proposto. Il referendum di svolgeva nello stesso giorno dell’anniversario del raggiungimento dell’indipendenza dalla Francia: una data simbolica appositamente scelta dai proponenti che identificavano in essa il ricordo del giorno della liberazione e del giorno del cambiamento. La seconda risposta era quella di verificare se il tentativo di normalizzazione in atto dopo le proteste che da due anni avevano investito il Paese, prima provocate dalle manifestazioni contro la quinta candidatura dell’ anziano e malato Presidente Bouteflika, poi dimessosi nell’ aprile 2019, e proseguite fino all’elezione di Tebboune, avvenuta nel dicembre 2019 e ancora fino ad oggi, avesse pacificato la popolazione. L’appello del movimento di protesta Hirak, che aveva caratterizzato la primavera araba algerina, la cosiddetta rivoluzione del sorriso, che al contrario delle altre come quella della vicina Tunisia non aveva provocato la defenestrazione della classe dirigente, era quello di boicottare il referendum perché dava troppi poteri al Presidente della Repubblica. Il quesito elettorale infatti, oltre a sancire che la durata del mandato presidenziale non poteva superare le due volte per cinque anni e imponeva il vincolo di scegliere il Capo del Governo nella persona indicata dalla coalizione che aveva riportato la maggioranza in Parlamento, assegnava al Presidente della Repubblica la facoltà di nominare il Governatore della Banca Centrale e il Presidente della Corte costituzione nonché quattro giudici sui dodici che la compongono.

 

I risultati praticamente definitivi, che sono stati resi noti dall’Autorità elettorale Indipendente di Algeri lunedì pomeriggio indicano la vittoria dei sì con il 68,8%. Nonostante il Presidente Tebboune, che si trova per cure sanitarie in Germania e al quale sono arrivati gli auguri di pronta guarigione dal nostro Mattarella, abbia rilevato che ora la modifica della Costituzione sia perfettamente legittima, il dato dell’affluenza alla urne, bassissima al 23,7% lascia aperti molti interrogativi sul futuro del Paese. Se infatti sulla scarsa partecipazione può aver giocato, ma in modo lieve vista la bassa diffusione del contagio in Algeria, la pandemia del coronavirus, l’ appello al boicottaggio del voto di Hirak ha fatto sicuramente presa sui cittadini che continuano a vedere nell’ elezione di Tebboune e del Governo conseguente una continuazione della casta che ha preso in mano il Paese dopo l’indipendenza e con il potente Esercito continua a fare il bello e cattivo tempo in Algeria. Il Paese rimane con grandi sperequazioni sociali e con una disoccupazione elevata mentre i diritti civili sono spesso ignorati da uno stato di polizia che controlla rigidamente la vita degli algerini e si serve delle norme religiose musulmane per spegnere le richieste di libertà e di democrazia provenienti dai giovani e dalla società civile.

 

La normalizzazione voluta da Tebboune e dalla casta militare non è riuscita a spegnere gli aneliti degli algerini per un vero rinnovamento civile e morale ormai indispensabile per il Paese. Il referendum di domenica è stato la prova della disaffezione del popolo verso una classe politica incapace di cogliere le sue richieste.

 

Alessandro Perelli

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