lunedì, 10 Maggio, 2021

Alla ricerca di una legge elettorale. Parla Iacovissi

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In una recente intervista il professor Fulco Lanchester ci ha ricordato che il Codice di condotta elettorale del Consiglio di Europa del 2002 prevede che nuove regole in materia possano essere introdotte almeno un anno prima delle elezioni. Questo significa che, arrivando a scadenza naturale dell’attuale legislatura, c’è tempo sino alla primavera dell’anno prossimo. Tempo scaduto, invece, in caso di elezioni anticipate.

Ma il tempo stringe lo stesso perché in questo lasso di tempo ci sono scadenze obbligate tipo concludere le vaccinazioni, far ripartire l’economica, magari anche l’affaire Alitalia, cosettine come la Legge di Stabilità e i gravosi impegni di Ferragosto, Natale, Capodanno senza trascurar la Pasqua. E stiamo sicuramente dimenticando tanta altra carne sul fuoco.

Riusciranno i nostri eroi, quindi, ad arrivare alle prossime politiche con una nuova legge elettorale rispettosa del referendum costituzionale del settembre scorso?

Ne abbiamo parlato con Vincenzo Iacovissi, nostro vicesegretario nonché coordinatore della scuola di formazione politica “Carlo Tognoli”, rivolta ai giovani dirigenti e agli amministratori locali socialisti, che ha iniziato la sua attività da pochi giorni.

Nato a Frosinone nel 1983, Vincenzo Iacovissi si è laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali con 110 e lode presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Nello stesso ateneo ha conseguito la laurea specialistica in Studi europei e il Dottorato di ricerca in Diritto costituzionale italiano e comparato. Dal 2007 al 2011 è assistente universitario presso le cattedre di Diritto costituzionale italiano e comparato, Diritto pubblico comparato e Diritto parlamentare presso la facoltà di Scienze Politiche de “La Sapienza”. Inoltre, ha conseguito la laurea magistrale in Storia e società all’Università “Roma Tre”.

 

La riforma costituzionale, che prevede la riduzione di deputati e senatori, renderà il ruolo del Parlamento sempre meno centrale? C’è il rischio di una repubblica del premier?

«La riforma costituzionale approvata con referendum lo scorso settembre si limita ad un mero taglio della rappresentanza senza intervenire, invece, sull’efficienza del meccanismo parlamentare. Come socialisti l’abbiamo avversata, svolgendo – quasi in splendida solitudine – una fiera campagna per il NO. Purtroppo, anni di propaganda populistica contro la presunta casta cavalcata da alcune forze politiche e assecondata passivamente da altre hanno condotto all’attuale scenario. Un Parlamento ridotto nella composizione, con gli stessi poteri e gli stessi problemi di prima, a cominciare dal bicameralismo paritario che rallenta il procedimento decisionale e produce quelle alterazioni che ben conosciamo in termini, ad esempio, di abuso della decretazione d’urgenza, maxiemendamenti e questione di fiducia. Al momento non vedo rischi di premierato, nonostante l’ulteriore degenerazione dei rapporti tra Governo e Parlamento, con un ruolo legislativo sempre più appannaggio del primo e la difficoltà per il secondo di svolgere una efficace funzione di controllo. Non dimentichiamo, però, che il nostro assetto costituzionale concepisce il capo del Governo come un primus inter pares – non a caso chiamato Presidente del Consiglio e non Primo ministro o Cancelliere – e in questa denominazione è situata tutta la debolezza del vertice dell’Esecutivo. Dentro tale contraddizione c’è gran parte della situazione istituzionale italiana».

 

E quale potrebbe essere la soluzione, magari da introdurre proprio nella prossima legge elettorale, per bilanciare ruoli e poteri di Esecutivo e Parlamento?

«La soluzione non si trova nella legge elettorale che, come noto, è un meccanismo di trasformazione dei voti in seggi. Non si occupa della stabilità di governo né dei rapporti tra Esecutivo e Legislativo. Per fare questo bisognerebbe mettere mano alla Costituzione introducendo una serie di riforme che conferiscano, da un lato, al Governo strumenti chiari per attuare il proprio indirizzo politico in Parlamento, e dall’altro lato superino il bicameralismo paritario, differenziando le due Camere e mantenendo il rapporto fiduciario solo tra la Camera bassa e il Governo, come avviene in tutte le democrazie mature. Inoltre, andrebbe finalmente introdotta la mozione di sfiducia “costruttiva” che impone alla maggioranza di licenziare un Governo solo proponendone nel contempo un altro, e bisognerebbe restringere l’uso sia della questione di fiducia che dei decreti legge, in ossequio ad una consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale. Insomma, si direbbe “un vasto programma”. Ma per innovare il sistema istituzionale occorrono visione e coraggio, difficile che possa accadere nell’attuale Legislatura».

 

Si parla tanto di introdurre nella Costituzione il vincolo di mandato per i parlamentari. Questo potrebbe ridurre ancora di più il peso e il ruolo del Parlamento?

«Personalmente sono contrario all’introduzione del vincolo di mandato perché comprimerebbe troppo la libertà del parlamentare di svolgere la propria funzione di rappresentanza. Ciò detto, va scoraggiato il fenomeno ormai dilagante del “transfughismo” che in questi anni ha raggiunto livelli record e si potrebbe quindi pensare a meccanismi che in qualche misura penalizzino chi cambia gruppo, perché la coerenza dovrebbe tornare ad essere un valore, dentro e fuori le aule parlamentari. Introdurre il vincolo di mandato ci porterebbe, tuttavia, in un luogo di commissari dei partiti, senza alcuna autonomia di giudizio, e ciò andrebbe a discapito dell’autorevolezza del Parlamento».

 

E’ possibile sospendere la modifica della Costituzione in caso di mancato accordo sulla nuova legge elettorale?

«Assolutamente no. La modifica costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari è stata perfezionata con referendum popolare ed è quindi già in vigore e troverà applicazione a partire dalle prossime elezioni. In mancanza di accordo su una nuova legge elettorale, dunque, resterà quella attuale, peraltro già adattata alla composizione ridotta di Camera e Senato».

 

In una recente intervista il professor Fulco Lanchester ha affermato che in Italia siamo afflitti da ipercinetismo elettorale compulsivo. Sei d’accordo e perché abbiamo cambiato, caso unico in Europa, sette sistemi elettorali negli ultimi 28 anni?

«Il professor Lanchester ha ragione da vendere. L’Italia è affetta da questo disturbo compulsivo che induce a mettere in discussione il sistema elettorale in ogni Legislatura, soprattutto nella parte finale, con lo scopo di ritagliare l’abito più su misura delle forze politiche che si trovano in maggioranza. Accade costantemente da circa 30 anni, e sovente si manifesta una sorta di “eterogenesi dei fini” in quanto la prima applicazione di una nuova legge elettorale restituisce risultati opposti a quelli auspicati dai promotori. In altri termini, chi cambia la legge elettorale molto spesso perde le elezioni successive».

 

Una legge elettorale che equilibri la rappresentanza e la governabilità è la base della democrazia. Come affronterai l’argomento con i giovani dirigenti e gli amministratori locali allievi della scuola “Carlo Tognoli”?

«La nostra Scuola di formazione politica ha l’obiettivo di fornire a giovani e amministratori strumenti di comprensione della realtà politica, sociale, economica che possano ispirare la loro azione nell’impegno politico. Nel corso delle lezioni stiamo affrontando diversi temi, e parleremo senza dubbio anche di democrazia e rappresentanza. Posso dire che già nei primi due appuntamenti ho notato un crescente interesse, dentro e fuori il partito. E di questo non posso che essere orgoglioso».

 

Infine, quale sarebbe, secondo te, la migliore formula elettorale possibile? Proporzionale, maggioritario, un mix tra i due, il Mattarellum come rilanciato da alcuni ambienti del Pd, oppure …?

«Non esiste un sistema elettorale perfetto o ideale. Ogni sistema contiene pregi e difetti e deve essere adottato in modo consapevole. Nel nostro partito esiste una tradizionale propensione verso il proporzionale. Per tornare all’Italia ritengo che il primo obiettivo di qualunque riforma debba essere riavvicinare gli eletti agli elettori mettendo in condizione questi ultimi di poter scegliere i propri rappresentanti in modo netto e chiaro. A tale scopo personalmente penso siano preferibili i collegi uninominali maggioritari rispetto alle preferenze, perché creano un legame diretto tra il parlamentare e i cittadini favorendo anche una dinamica di competizione che rende il voto più forte e decisivo. Il sistema misto introdotto con il c.d. Mattarellum penso si sia rivelato adatto allo scopo di conciliare questo aspetto con un necessario recupero proporzionale connaturato alla storia del nostro Paese. Come Psi abbiamo in passato assunto posizioni in tale direzione. A mio giudizio si potrebbe ripartire da lì, magari rivedendo la quota di maggioritario rispetto al proporzionale».

 

Antonio Salvatore Sassu

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