martedì, 28 Settembre, 2021

Angelo Ruggiero: lavorare per reperire i vaccini necessari

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Angelo Ruggiero, della Direzione nazionale del Partito, e responsabile per la Sanità

Il 13 marzo scorso è stato diffuso il nuovo Piano vaccinale anti Covid preparato dal generale Francesco Paolo Figliuolo, nuovo Commissario straordinario per l’emergenza nominato dal governo Draghi in sostituzione di Domenico Arcuri.
In sintesi, l’obiettivo è quello di arrivare a 500mila vaccinazioni al giorni (quasi il triplo delle 170mila delle scorse settimane), così da raggiungere una discreta immunità di gregge con l’80 per cento degli italiani che riceveranno il vaccino entro il prossimo mese di settembre, ammesso che le case farmaceutiche riescano a mantenere i ritmi produttivi e non ci siano rallentamenti vari.
Ma come procede la macchina da guerra affidata, appunto, a un generale di corpo d’armata, dopo i non brillanti risultati ottenuti da Domenico Arcuri? Intanto sono arrivate le prime sanzioni per i medici no vax
Ne abbiamo parlato con Angelo Ruggiero, della Direzione nazionale del Partito, e responsabile per la Sanità.

 

Non è una critica a chi indossa una divisa, ma una riflessione che va fatta: da un manager a un generale dell’esercito, cioè da Arcuri a Figliuolo. Era proprio necessario scegliere un militare di carriera, o si potevano trovare figure altrettanto capaci tra i civili?

«Penso che tra i manager della pubblica amministrazione, dell’università, dell’industria sia pubblica che privata esistano sufficienti risorse in grado di svolgere bene il ruolo di Commissario straordinario per l’organizzazione del Piano di vaccinazione nazionale che è stato affidato al generale Antonio Figliuolo. Ovviamente, senza sottovalutare le credenziali del generale, ritengo che sarebbe stato opportuno non distorcere dalle specifiche funzioni d’istituto le risorse dello Stato e della società civile. Quindi i militari al loro compito importante di supporto, anche logistico, per un efficiente risultato della campagna nazionale anti Virus 19. Certo, con molta evidenza, la necessità di rivedere e modificare l’assetto dei 20 Servizi Sanitari Regionali e riportare il centro di scelte e comando a livello centrale nazionale per superare le discrasie negative che sono sotto gli occhi di tutti».

 

Proseguiamo con un giudizio sul caso Astrazeneca, partendo dal fatto che il rischio zero non esiste?

«Certamente sul caso Astrazeneca va detto chiaramente e va premesso che il rischio zero non esiste per tutti i vaccini di qualsiasi natura essi siano, e quindi è necessario vaccinarsi a fronte della possibilità di decessi che nel nostro Paese, purtroppo, viaggiano a livelli non accettabili (quasi una media di 300-400 al giorno). Poi c’è la responsabilità personale di tutelarsi e vaccinarsi per non mettere a rischio anche la vita degli altri. Infine, dinanzi al pronunciamento della scienza tramite le scelte degli organismi di garanzia quali l’Ema (Europa ), l’Aifa (Italia) e l’Oms ( pianeta ) e dei vari Governi, questo pronunciamento possa essere accettato con giudizio ed essere quindi motivo di inoculazione dei vari vaccini disponibili e positivamente valutati ed è ragionevolmente compreso anche quello dell’Astrazeneca».

 

Dopo quello che è successo, pensi che sia un fatto positivo avere più vaccini a disposizione, così da limitare al massimo i rischi di effetti collaterali? E poterli sostituire all’occorrenza garantendo sempre la quota di vaccinazioni giornaliere?

«Sicuramente avere più vaccini a disposizione garantisce il massimo risultato per i cittadini che all’occorrenza possono, eventualmente, disporre anche un loro orientamento per le vaccinazioni ricevendo da tutti, come affermato, il massimo della protezione contro il virus. Purtroppo il problema è che sia l’Italia che l’Europa, ad oggi, non dispongono delle quantità necessarie per una vaccinazione relativamente rapida per l’intera popolazione, ed allora si verificano le situazioni di disagio attuali per cui occorre predisporre il Piano nazionale di vaccinazione aggiornato al fine di raggiungere il massimo risultato nel più breve tempo possibile. Purtroppo, come è logico, in una situazione di concorrenza e prezzi tra le Big Pharma si sta svolgendo una battaglia di accaparramento e scelta di mercati secondo proprie convenienze sia di profitto che di politica territoriale, per le loro strategie attuali e future, atte ad intercettare più ampie influenze di aree geopolitiche per le forniture dei vaccini e di altri prodotti farmaceutici con utilizzo dei brevetti, della proprietà intellettuale e della tecnologia di prodotto. Qui la risposta del nostro Paese deve essere improntata alla massima fermezza con oculare attenzione per accreditarsi le forniture necessarie a raggiungere al più presto il livello dell’ immunità di gregge e quindi aprirsi alla ripresa della vita civile ed economica. Le ultime specifiche dichiarazioni di Draghi inducono ad aspettative positive».

 

Enzo Maraio, qualche giorno fa, ha chiesto la sospensione dei brevetti sui vaccini. Pensi che questa sia una battaglia giusta?

«Il compagno Enzo Maraio, nostro Segretario Nazionale, ha centrato pienamente il problema del Piano di vaccinazione generale, attuale e come strumento permanente, avendo come aspirazione la necessità di disporre dei vaccini per l’intera popolazione italiana, necessari tempo per tempo. Due sono i passaggi utili per sostenere le tesi del Segretario:
1 ) Sospensione e/o integrazione dei brevetti dei vaccini con sistemi legalmente possibili;
2 ) Produrre i vaccini nel nostro Paese.
Si sostiene che la proprietà intellettuale dei brevetti per produrre vaccini (e anche altri prodotti farmaceutici) e la conseguente realizzazione di tecnologie (proprietarie) sono nella assoluta disponibilità delle Big Pharma (privati) che investono a loro convenienza avvalendosi di un monopolio tecnologico e produttivo. Quindi è necessario un intervento pubblico e inserirsi nella concorrenza produttiva. Questa tesi viene sostenuta con argomentata efficienza da due importanti economisti italiani i professori Antonio Nicita e Ugo Pagano. Il professor Pagano è docente di Politica economica all’Università di Siena, dove è anche direttore del Dottorato in Economia e presidente della Santa Chiara Graduate School . Egli sostiene che di fronte a una carenza di vaccini a livello globale, innanzi tutto c’è un problema di segretezza (“bulk”, la materia prima) nell’elaborazione del farmaco e che, oggi, ci si mette in una situazione di “sostanziale monopolio brevettuale”. Oggi questi grossi gruppi industriali hanno ricevuto sostanziosi finanziamenti pubblici per ottenere i risultati sui vaccini anti Covid 19 e quindi potrebbero aderire a consentire la produzione al altri gruppi operanti al di fuori del loro controllo sui brevetti. Va detto che questa situazione di segreto industriale può essere modificata da strade previste dal Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio ) per il quale in situazioni di emergenza è possibile sospendere i brevetti. Specie in situazioni di eccesso di domanda e c’è un abuso di posizione dominante e quindi consentire l’intervento pubblico su licenza.
A supporto di questa possibilità c’è un esempio assai significativo dove il potere pubblico è intervenuto con produzione di licenza. A tal proposito si inserisce l’iniziativa a suo tempo assunta da Nelson Mandela nel suo Medicines Act. Nel 1997, Mandela prese di petto il problema dinanzi alla scoperta della cosiddetta tri-terapia contro l’Aids, in considerazione che il numero dei decessi negli Stati Uniti era dimezzato (da 19 a 10 mila vittime/anno nel 2000), mentre in Africa, dove viveva il 70 per cento delle persone sieropositive, era quasi raddoppiato (da 1,5 a 2,4 milioni di persone). In quel 1997 Mandela approva una legge, per ragioni di salute pubblica e periodi limitati nel tempo, che permettesse al suo Paese di produrre farmaci generici senza pagare i brevetti. Nel 1998, un cartello di 39 multinazionali bloccò l’attuazione del Medicines Act , sostenendo che violava i diritti sui brevetti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Purtroppo successivamente 400mila sudafricani malati di AIDS morirono per mancanza di medicine.
Infine, il 13 novembre 2001 la battaglia per l’accesso ai farmaci approdò a Doha, sede del summit sul Wto, dove i paesi membri dichiararono che “Niente negli accordi del Wto sulla proprietà intellettuale può impedire ai paesi membri di prevedere misure che garantiscano la salute pubblica”. Così passò l’iniziativa pubblica a produrre vaccini e medicine necessari ad ostacolare la diffusione dell’Aids e altre malattie. E’ anche altrettanto attivabile un provvedimento legislativo antitrust.
Riferisce un reportage della Cgil che c’è un posto in Italia dove da oltre 100 anni si producono i vaccini, che ospita eccellenze mondiali della ricerca biotecnologica e che accoglie uno stabilimento della multinazionale inglese Gsk in grado di sfornare 300mila fialette al giorno, ma in cui oggi non si produce nemmeno una goccia di siero anti Covid. Siamo a Siena, in un’altura che tutti chiamano la “collina delle scienze”. Su un versante c’è infatti la Gsk Vaccines, il settore ricerca e sviluppo della multinazionale inglese. Sull’altro è nata, invece, Toscana Life Sciences, la fondazione pubblico-privata che promuove ed incuba attività di ricerca, imprese innovative e integrazione di filiera in biotecnologica e medicina.
Su entrambi i fianchi lavora il microbiologo Prof. Rino Rappuoli, docente all’ Imperial College di Londra, chief scientist di Gsk, ma anche a capo di un gruppo di ricercatori che in Tls ha messo a punto l’anticorpo monoclonale italiano contro il Covid che viene sviluppato alla Menarini di Pomezia. Anche se la Gsk avrebbe oggi, comunque, la possibilità di contribuire alla lotta contro il Covid, soprattutto nelle fasi finali della filiera.
Se, sulla collina delle scienze c’è la testa, in effetti il braccio armato della Gsk è a Rosia. Quì dentro, su tre linee produttive, lavorano 2.050 persone e 330 somministrati. Se tutte le linee fossero messe in movimento, infatti, si potrebbe dare una grande mano. Nell’ordine di 300mila flaconi prodotti al giorno. Le scelte della multinazionale, però, ancora una volta, vanno in tutt’altra direzione.
Eccellenze e criticità. “Viste le difficoltà enormi della produzione e nella distribuzione dei vaccini a cui stiamo assistendo a livello globale – ha dichiarato il segretario della Filctem Siena Marco Goracci -, il nostro territorio potrebbe svolgere un ruolo decisivo e contribuire fattivamente alla battaglia contro la pandemia. Facendo un rapido conto, con una sola linea di Rosia potremmo sfornare 15 milioni di vaccini al mese”. Un numero impressionante che però viene ignorato dalle scelte della Gsk. Il professor Ugo Pagano, economista e docente di politica economica, ha dichiarato che “la carenza di vaccini attuali, oltre che dalla complessità di produzione, dipende anche dal sistema economico in cui vengono prodotti i brevetti e la segretezza nell’elaborazione del farmaco rappresentano di certo una difficoltà. Chi ha fatto la sperimentazione per primo ha finora bloccato gli altri, e oggi gode di una situazione di sostanziale monopolio in Europa e negli Stati Uniti”. Per il professor Emanuele Montomoli, docente di medicina molecolare e dello sviluppo all’Unisiena e amministratore delegato di VisMederi , una delle aziende incubate da Tls, “Oggi stiamo lavorando per la certificazione di alcuni vaccini, tra cui ovviamente quelli contro il Covid. Tra l’altro, in uno di questi laboratori stanno già studiando la variante inglese del Covid, mentre quella brasiliana e quella sudafricana non le abbiamo ancora a disposizione”.
Conclude Fabio Segiani, segretario generale della Cgil locale: “anche semplicemente, per uscire dalla logica di Gsk come unico punto di riferimento, abbiamo delle eccellenze a livello mondiale in biotecnologia e in farmaceutica, abbiamo una tradizione e l’università, abbiamo anche realtà industriali importanti. Serve, quindi, una rete fatta di istituzioni, sindacati e aziende che sia in grado di lavorare insieme”.
Quindi, in Italia abbiamo potenzialità di eccellenza che possono consentire di fronteggiare le esigenze nazionali di vaccini sia per questa fase, come per quelle che possono necessitare in avvenire (tipo vaccinazione annuale contro l’influenza) qualora fosse necessario istituzionalizzare queste esigenze curative».

 

Quali sono, secondo te, i punti di forza e le criticità del Piano del generale Figliolo?

«Il Piano del generale Figliuolo dà una risposta immediata, che però avrà lo sviluppo della sua potenzialità solo in presenza della necessaria e ampia disponibilità dei vaccini. Quindi, solo in quel caso (a posteriori) sarà possibile esprimere un giudizio di valore. Anche se qualche espressione, tipo “si vaccini chiunque passi per strada”, nell’apparente efficacia per l’utilizzo delle dosi in avanzo, sta scatenando un ingorgo di presenze non necessarie presso gli Hub ( vedasi i casi di Bologna e Brescia) che ostacolano l’ordinato servizio di vaccinazione. Basterebbe solo predisporre anticipatamente la lista di sostituti in caso di necessità, per evitare lo spreco di dosi di vaccino.
Aver stabilito la vaccinazione per classi di età e non per categorie, con preferenza anche per le persone fragili e più a rischio, in quanto affette da gravi patologie, ha messo ordine nel proseguo ordinario del piano anche con le annunciate 1832 Hub di erogazione. Poi la disponibilità dei medici di base, delle farmacie, dei luoghi di lavoro, con aggiunta di infermieri volontari e medici in pensione, dovrebbero migliorare le garanzie di servizio».

 

Quando usciremo, secondo te, da questa emergenza? Quando vedremo, finalmente, la luce in fondo al tunnel?

«E’ necessario poter stabilire il momento di uscita dal tunnel, considerato che il risultato deve essere di circa il 70-75% di vaccinati per produrre l’immunità di gregge. Nell’ipotesi di 400-500mila vaccinati al giorno la previsione si aggira tra fine agosto e inizi di settembre 2021, che però questo risultato potrà essere possibile solo in presenza di disponibilità di vaccini, anche in esubero, ed anche delle diverse disponibilità di prodotto. Quindi ad oggi vengono segnalati dalle autorità sanitarie e di governo che gestiscono il piano, contratti con aziende farmaceutiche quali AstraZeneca, Biontech-Pfizer, Moderna, Johnson& Johnson ecc., che consentirebbero al nostro Paese il ritorno alla normale vita sociale dei cittadini e alla ripresa produttiva con la ripartenza delle attività economiche, finanziarie, industriali e dei servizi. Salvo incognite difficoltà produttive dei vaccini, a seguito della competizione aggressiva nei mercati tra diversi gruppi industriali del farmaceutico, cui però i Governi, compreso il nostro, dovrebbero pesantemente far valere la loro autorità con provvedimenti decisivi giustificati a fronteggiare il serio rischio della salute dei popoli».

 

Antonio Salvatore Sassu

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