lunedì, 17 Maggio, 2021

Auguri Italia. 160 anni tra monarchia e repubblica

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Il 17 marzo del 1861 con la legge n.4671, centosessanta anni fa, a seguito dei plebisciti del 1859 e 1860, fu ufficializzata la nascita del Regno d’Italia, allorché Vittorio Emanuele II, già Re di Sardegna, assumeva per sé e per i suoi discendenti il titolo di Re d’Italia. Dal punto di vista istituzionale e giuridico assunse la struttura e le norme del Regno di Sardegna. Il Regno d’Italia fu de jure una monarchia costituzionale, secondo la lettura dello Statuto Albertino del 1848. Il Re nominava il governo, che era responsabile di fronte al sovrano e non al parlamento; il re manteneva inoltre prerogative in politica estera e, per consuetudine, sceglieva i ministri militari (Guerra e Marina). Inoltre, il Re nominava i Senatori del Regno.
Si arrivò alla formazione del Regno d’Italia dopo circa quaranta anni di lotte risorgimentali. I primi moti iniziarono nel 1821 quasi contemporaneamente alla pubblicazione della ‘Giovane Italia’ di Giuseppe Mazzini che avrebbe voluto sul nascere un’Italia repubblicana.
La nazione italiana con una lingua propria esisteva già da molti secoli, quello che mancava all’Italia era una forma politica e amministrativa unitaria che trovò il proprio coronamento proprio con lo Stato nazionale italiano in sostituzione dei sette piccoli stati, con esclusione delle regioni del nord-est occupati dall’impero Austro-Ungarico.
L’unità d’Italia fu sostenuta da Inghilterra e Francia per contrastare il predominio in Europa dell’impero Austro-Ungarico che nel Regno delle due Sicilie dei Borboni aveva una importante alleato.
L’ultimo atto del processo di unificazione era stato compiuto da Garibaldi con la spedizione dei Mille, che aveva conquistato il regno borbonico col sostegno prima diplomatico e poi anche militare di Vittorio Emanuele II e di Cavour. La sua impresa costituiva però soltanto la prima tappa di un più lungo e faticoso percorso di costruzione di uno Stato nazionale italiano unito non solo dalla forza delle armi, ma da stretti legami politici, sociali ed economici.
La documentazione di quei giorni, e in particolare le lettere riservate scambiate tra Cavour e i suoi collaboratori, mostrano le difficoltà incontrate fin dall’inizio dal processo di costruzione dello Stato, dovute alle differenze di tradizioni e di costumi esistenti soprattutto tra l’Italia settentrionale e quella meridionale. La rapida conquista del regno delle Due Sicilie effettuata da Garibaldi, i cui meriti erano ormai riconosciuti anche da parte di chi, come Cavour, nutriva molta diffidenza per i garibaldini, nelle cui file erano numerosi i repubblicani ostili a casa Savoia, suscitava ancora sospetti tra i funzionari piemontesi inviati a governare Napoli. All’entusiasmo con cui le truppe di Garibaldi erano state accolte al loro arrivo a Napoli erano succedute perplessità e delusioni da parte dell’opinione pubblica napoletana. Apparivano evidenti non solo l’ostilità  verso i garibaldini, considerati pericolosi rivoluzionari, ma anche le oggettive difficoltà della situazione.
Nata l’Italia, nacque subito la questione meridionale e si diffuse il fenomeno del brigantaggio. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani.
Mancava ancora l’annessione di Roma e dello Stato Pontificio avvenuta quasi dieci anni dopo, il venti settembre del 1870, ed il triveneto sotto la dominazione austriaca.
Bisognerà attendere la prima guerra mondiale, poco più di un secolo fa per completare il percorso risorgimentale.
La politica dei primi vent’anni fu sonnacchiosa, con un alternarsi dei governi di destra e di sinistra, ognuno rappresentativo di interessi di potere di gruppo, senza una netta distinzione dei programmi politici. Il governo Sella raggiunse il pareggio di bilancio scontentando soprattutto i meridionali con la tassa sul macinato. Inesistente la politica coloniale già attuata da quasi tutte le altre Nazioni dell’Europa. Soltanto nel 1911 con la conquista della Libia ebbe inizio l’infelice politica coloniale italiana che mirava a quei territori dell’Africa non ancora colonializzati.
Bisognerà attendere la nascita del Partito socialista e del riformismo socialista, per avviare un processo di modernizzazione del paese. La rivoluzione industriale iniziò con notevole ritardo rispetto agli altri Paesi dell’Europa. Le lotte per l’emancipazione dei lavoratori e delle donne portate avanti dai socialisti fecero sorgere il sole dell’avvenire. Le cooperative agricole e l’edilizia popolare rientravano nel programma riformista dei socialisti. Un grande impegno politico ancora attuale.
Con questa nuova spinta politica, nei vent’anni antecedenti allo scoppio della prima guerra mondiale, il Regno d’Italia vide un graduale ma costante cambiamento verso una monarchia de facto parlamentare, in quanto i governi di quegli anni chiedevano la fiducia alla Camera dei Deputati, e non più al Senato del Regno: per questo si può dire che il Senato avesse perso quasi ogni sua funzione, dall’approvazione delle leggi fino alla fiducia al governo. In quegli anni l’Italia si trasformò quasi completamente in una monarchia parlamentare cercando di ispirarsi all’Inghilterra ed all’Irlanda.
Il diritto di voto era attribuito, secondo la legge elettorale piemontese del 1848, in base al censo; in questo modo gli aventi diritto al voto costituivano appena il 2% della popolazione. Le basi del nuovo regime erano quindi estremamente ristrette, conferendogli una grande fragilità. L’azione dei socialisti portò gradualmente all’estensione del diritto di voto verso una democrazia sempre più partecipativa fino a conquistare nel 1946 il diritto di voto per le donne.
Già sul nascere, nel 1861, il Regno d’Italia si configurava come una delle maggiori nazioni d’Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni di abitanti su una superficie di 259320 Kmq), ma non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno Stato unitario. Bisognerà aspettare la nascita del centro sinistra, fino alla fine degli anni ottanta per fa diventare l’Italia a tutti gli effetti una potenza mondiale.
Accanto ad aree tradizionalmente industrializzate coinvolte in processi di rapida modernizzazione (soprattutto le grandi città e le ex capitali), esistevano situazioni statiche ed arcaiche riguardanti soprattutto l’estesissimo mondo agricolo e rurale italiano. L’estraneità delle masse popolari al regno unitario si palesò in una serie di sommosse, rivolte, fino a una diffusa guerriglia contro il governo unitario, il cosiddetto brigantaggio, che interessò principalmente le province meridionali tra il 1861 ed il 1865, impegnando gran parte del neonato esercito in una repressione spietata, tanto da venire considerata da molti una vera e propria guerra civile.
Quest’ultimo avvenimento fu uno dei primi e più tragici aspetti della cosiddetta questione meridionale. Ulteriore elemento di fragilità era costituito dall’ostilità della Chiesa cattolica e del clero nei confronti del nuovo Stato liberale, ostilità alimentata dalle guarentigie (libera Chiesa in libero Stato) che si sarebbe rafforzata con la questione romana e dopo il 1870 con la presa di Roma.
L’avvento della prima guerra mondiale divise gli italiani tra interventisti e non interventisti. I primi spinti dalle idee risorgimentali per completare l’unità d’Italia. Diversa la posizione dei non interventisti dettata da motivazioni umanitarie con Filippo Turati che ne fu un importante protagonista.
La prima guerra mondiale accentuò i problemi sociali ed economici del Paese. Esattamente un secolo fa con la scissione di Livorno e la nascita del Partito Comunista Italiano, si acuirono le divergenze politiche della sinistra, facilitando l’affermarsi del Partito Nazionale Fascista e la nascita della dittatura che porto l’Italia nella seconda guerra mondiale con le note tragiche conseguenze. Dalla lotta partigiana e dal referendum del 1946, con l’estensione del voto alle donne, nacque la Repubblica.
I 160 anni dell’Unità d’Italia si possono dividere per una metà con la monarchia e per la seconda metà con la Repubblica. A far nascere la nuova Costituzione repubblicana è stato fondamentale il ruolo di Pietro Nenni e dei socialisti. Come sostiene Paolo Bagnoli, il Partito Socialista fu il partito della democrazia. Infatti, Nenni riteneva prioritari l’affermazione della democrazia e l’attuazione della Costituzione della Repubblica italiana. Questo impegno era fondamentale nel programma politico del Partito Socialista Italiano.
Oggi, si celebra il centosessantesimo anniversario in una imprevista situazione dettata dalla pandemia che tiene sotto scacco la politica e l’economia di un mondo globalizzato.
Il futuro dell’Italia, in Europa e nel mondo, sarà imprescindibile dall’impegno di tutti i socialisti per far risorgere quel ‘sole dell’avvenire’ oscurato da giustizialismi assurdi ed egoismi politici miopici che stanno facendo implodere la democrazia del Paese con tutte le conseguenze immaginabili su un piano sociale ed economico.

Salvatore Rondello

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