domenica, 13 Giugno, 2021

Battiato, addio all’intellettuale mistico-pop

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Quando nel 1981 nei negozi di dischi arrivò “La voce del padrone”, Franco Battiato era uno sconosciuto ai più. Veniva dalla canzone di protesta, dalla musica sperimentale, dall’avanguardia pura. E per chi, ai tempi, era abituato a far girare nel mangiadischi musica leggera, anzi leggerissima, fu una vera e propria rivelazione. Battiato in quel disco riesce a fondere la semplicità del suono pop con la complessità di un linguaggio aulico che sembrava essere stato sforbiciato da libri di filosofia in un patchwork di misticismo, visioni oniriche, rimandi storici e sguardo sull’attualità. Un linguaggio sì criptico ma mai metaforico. Anzi. Con “La voce del padrone” pianta la sua “bandiera bianca”, presa a prestito da una poesia di Arnaldo Fusinato, nella carne viva dell’Italia, prendendo le distanze dal terrorismo (“in quest‘epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore”); criticando la politica del Paese, che diventerà tema sul quale il Maestro si soffermerà in più occasioni (“quei programmi demenziali con tribune elettorali”); e affonda la penna nel capitalismo edonistico di quegli anni (“pronipoti di sua maestà il denaro”). Cita Alan Sorrenti (“siamo figli delle stelle”), i Doors (“This is the end, my only friend”) e Bob Dylan (“Mister Tamburino”). Smitizza Beethoven, Sinatra e Vivaldi (“A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata; a Vivaldi l’uva passa, che mi dà più calorie…») e richiama il filosofo tedesco Theodor W. Adorno e la sua “Minima Moralia” che era proprio una riflessione sulla condizione umana sotto il capitalismo e il fascismo.

Franco Battiato ci lascia a 76 anni. Era malato da tempo. Si è spento nella sua residenza di Milo, dalla cui veranda “osservo il cielo, il mare, i fumi dell’Etna, le nuvole, gli uccelli, le rose, i gelsomini, due grandi palme, un pozzo antico. Un’oasi”. Dopo la frattura al femore e al bacino era riapparso sui social ma non più in pubblico. Era nato a Jonia il 23 marzo del 1945. La conferma è stata data dalla famiglia che fa sapere che le esequie si terranno in forma strettamente privata e ringrazia tutti per le innumerevoli testimonianze di affetto ricevute.

La sua musica è stata un punto di riferimento trasversale e per quanto non sopportasse “i cori russi. La musica finto rock, la new wave italiana, il free jazz punk inglese. Neanche la nera africana”, nelle sue note c’era di tutto: dalla new wave al punk alla musica black. La sua insomma è stata la “Voce del Padrone” della musica italiana. Una lunga carriera, oltre 5 decenni con 42 album in studio pubblicati, con grande qualità mettendo insieme generi anche più diversi tra loro. Sperimentando moltissimo.

I suoi primi passi su un palco li muove a Milano, al “Club 64”. Aveva portato la sua musica, già di nicchia all’epoca, siamo a metà anni Sessanta, in un cabaret in cui apriva gli spettacoli di artisti come Bruno Lauzi, Renato Pozzetto e Enzo Jannacci. Insomma quanto di più lontano da quella che sarebbe poi diventata la sua arte. “Aprivo con canzoni siciliane, era musica pseudobarocca, fintoetnica”. Proprio in quel periodo, in quelle occasioni, ebbe un incontro con un altro grande artista, un altro grande simbolo di commistione di generi: Giorgio Gaber, “diventammo amici”. Fin dalle prime pubblicazioni la sua strada è già chiara: l’attrazione per le correnti di ricerca e per le sperimentazioni europee è troppo forte. Insomma era indie, ma 50 anni fa. Dopo
aver pubblicato i primi singoli per la rivista Nuova Enigmistica Tascabile, siamo ancora a metà anni Sessanta, erano la versione de “L‘amore è partito”, un brano presentato a Sanremo nel 1965 da Beppe Cardile e Anita Harris, e “ …e più ti amo”, di Alain Barriere, sceglie in maniera definitiva la musica sperimentale. Nel 1971 pubblica il suo primo album, “Fetus”, per l’etichetta indipendente Bla Bla. E fa già discutere perché in copertina mette l’immagine di un feto, all’epoca censurata. L’album contiene già diverse contaminazioni, dalla musica elettronica al rock progressivo, un concept album che racconta di una società in cui ogni singolo uomo, ogni singolo individuo, è creato in laboratorio. Per l’etichetta Bla Bla pubblicherà poi “Pollution” (1972), “Sulle corde di Aries” (1973), “Clic” (1974), “M.elle le Gladiator” (1975). È qui che le grandi etichette scoprono la sua musica. Nel 1976, infatti, per la Ricordi pubblica una raccolta che riassume la sua produzione proprio per Bla Bla. E poi arrivano “Battiato” (1976), “Juke Box” (1977) e nel 1978 “L’Egitto prima delle sabbie”:
quest’ultimo ha solo due tracce strumentali, una produzione che gli fa vincere il Premio Karlheinz Stockhausen.

E’ forse negli anni Ottanta che arriva il picco della sua ispirazione, la sua produzione forse più universalmente conosciuta e apprezzata. Se negli 1979 affonda a piene mani nella new wave con “L’Era del Cinghiale Bianco”, primo lavoro con la Emi Italiana, gli anni Ottanta si aprono con “Patriots” disco che getta i semi del successo con quella “Prospettiva Nevski” che da sola vale l’intero album e, come già detto, nel 1981, “La voce del Padrone” che spopola nella classifica italiana, vendendo un milione di copie. Anche il decennio degli anni Novanta si apre con un disco pazzesco, “Come un cammello in una grondaia” (1991), che vende 25mila copie in breve tempo. Registrato nei famosi Abbey Road Studios di Londra, tra le tracce spicca “Povera Patria”, che si nel 1992 conquista la Targa Tenco come miglior canzone dell’anno. Nel 1995 arriva “L’ombrello e la macchina da cucire” che apre la collaborazione il filosofo Manlio Sgalambro. L’anno successiva arriva “L’imboscata”, che regala alla musica italiana una della canzoni più intense e poetiche, “La cura” (miglior canzone dell’anno al Premio Internazionale della Musica), mentre due anni dopo pubblica “Gommalacca”, con il grande successo “Shock in my town”. Il ‘99 si apre con il primo disco della trilogia “Fleurs” dove il Maestro si cimenta in alcune cover nelle quale mischia De Andrè (“La canzone dell’amore perduto” e “Amore che vieni, amore che vai”) a Sergio Endrigo (“Aria di neve”), toccando vette altissime nella rilettura di “La canzone dei vecchi amanti” e “Che cosa resta (Que reste-t-il de nos amours?)”. Proseguendo nei capitoli successivi, nei quali ripesca gemme come “Col tempo sai” di Léo Ferré; “Impressioni di settembre” della Pfm; “Perduto amor” di Salvatore Adamo. E ancora “Et maintenant” di Gilbert Bécaud; “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel; “Era d’estate” di Sergio Endrigo. A questa pagine ricche di romanticismo e amore per la letteratura d’autore, affianca produzioni che recuperano il sapore del rock e l’amore per l’avanguardia e la sperimentazione. Dal 2001 al 2010 sono anni segnati da dischi come “Ferro Battuto”, “Dieci stratagemmi”, “Il vuoto”. Nel primo spicca il duetto con il cantante dei Simple Minds Jim Kerr.

Una carriera potente che raccoglie il cordoglio di tutti anche il Capo dello Stato, il presidente Sergio Mattarella scrive “profondamente addolorato dalla morte di Franco Battiato, artista colto e raffinato. Con il suo inconfondibile stile musicale, frutto di intenso studio e febbrile sperimentazione, ha affascinato un vasto pubblico, anche al di là dei confini nazionali“.

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