lunedì, 17 Maggio, 2021

Bihac, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere

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Viene ormai chiamata” la Lampedusa del Nord”. In realtà non è proprio così. Almeno non ancora. A Trieste non arrivano frotte di africani con imbarcazioni di fortuna ma afgani, pachistani e siriani in fuga dai loro territori attraverso la cosiddetta rotta balcanica. Attraversano il confine carsico con la Slovenia a piedi o trasportati da furgoni guidati dai passeur. Il loro numero è aumentato notevolmente negli ultimi mesi. Il Presidente del Friuli Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga, ha ripetutamente richiesto al Governo un aumento delle forze militari di controllo sul confine così come alla vicina Slovenia un rinforzo delle misure atte a bloccare le migrazioni clandestine. Trieste non è la destinazione finale di questi disperati che cercano di spingersi poi in Austria e Germania ma qui vengono individuati e fermati. E visto che le espulsioni sono molto limitate fino al parere definitivo delle commissioni che accertano il loro diritto all’ asilo politico vengono affidati a Caritas e I.c.s. (Consorzio italiano solidarietà) che si aggiudicano gli appalti gestiti dalla Prefettura. Vi è anche un accordo tra Italia e Slovenia per la reimmissioni dei clandestini nei territori di provenienza contestato perché violerebbe il diritto all’asilo. Ma quale è il centro di smistamento di queste persone? È indubbiamente la cittadina di Bihac, nella Bosnia Erzegovina, a poca distanza dalla Croazia. Qui si sono ammassati migliaia di profughi con la speranza di attraversare il confine per poi riversarsi in Slovenia e quindi a Trieste. La situazione nella località bosniaca sta diventando sempre più ingestibile e fuori controllo. I problemi sono ancora più gravi perché di fronte all’ emergenza di una vera e propria crisi umanitaria si sta assistendo alla contrapposizione tra autorità locali e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) che dispone dei fondi europei per l’ allestimento dei campi profughi. Su questi si è accesa una sorta di sfida tra il Sindaco di Bihac, Suhret Fazljc, recentemente riconfermato nelle elezioni amministrative , e il responsabile dello Iom Peter Wan Der Auweaert. il primo cittadino spalleggiato dai responsabili del Cantone e anche dal Governo bosniaco nonostante le resistenze della parte serba , coerentemente agli impegni assunti in campagna elettorale, vorrebbe il ripristino del campo di Lipa, situato a una trentina di chilometri dalla città, Iom invece punta sulla riapertura del campo di Bira, in centro a Bihac, che era stato chiuso dalle autorità locali anche perché aveva suscitato le proteste dei cittadini della località bosniaca proprio per la presenza di troppi migranti. A farne le spese di questo vero e proprio scontro di poteri sono le migliaia di disperati costretti a vivere in condizioni abitative e igienico sanitarie assolutamente insufficienti a maggior ragione con la stagione invernale ormai alle porte. È auspicabile che il cambio del capo della missione Iom, previsto nei prossimi giorni ( al posto di Wan Der Auweaert arriverà l’italiana L’aura Lungarotti) possa creare le possibilità di un’ intesa ormai indispensabile per poter affrontare uno stato di cose vicino al tracollo che non fa che incrementare ulteriormente i tentativi dei migranti di superare illegalmente il confine con la Croazia.

 

Qui, tra l’altro, sono ormai innumerevoli le segnalazioni di pestaggi e violenze da parte della polizia croata ai loro danni, denunciati da numerose associazioni umanitarie e oggetto anche di un inchiesta parte dell’Unione Europea. Bihac rappresenta in questo momento una bomba ad orologeria che potrebbe esplodere da un momento all’altro con riflessi di grande portata sui nostri territori di cui oggi a Trieste si vedono solo i primi segnali.

 

Alessandro Perelli

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