domenica, 17 Ottobre, 2021

Bob Dylan sempre alla ricerca della verità

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Il 24 maggio Bob Dylan compie 80 anni. Difficile resistere da parte dei suoi fan alla tentazione di celebrarlo. Altrettanto difficile non immaginare la sua ironia, il suo schermirsi di fronte ai tripudi che gli arrivano da tutte le parti del mondo. Sembra di vederlo con l’espressione sorniona, i capelli arruffati e i piccoli, profondi occhi “più blu delle uova di pettirosso”, come scrisse una volta Joan Baez. Fin da quando, nel 1962, è comparso sulla scena della canzone americana ognuno ha sempre cercato di tirarlo dalla sua parte, di rappresentarlo come l’icona di un movimento, di una rivoluzione culturale, di una tendenza musicale. Lui si è sempre sottratto a questi tentativi, cambiando improvvisamente strada quando si accorgeva che volevano incastrarlo, “andando in direzione ostinata e contraria”, per dirla à la De André. Nessuno riuscirà mai ad afferrarlo, come non si può acchiappare il vento. Il famosissimo verso “The answer, my friend, is blowin’ in the wind” non vale soltanto per le cose del mondo, ma prima di tutto per lui.

L’anno scorso Bob, a 79 anni, ha pubblicato in piena pandemia un album doppio “Rough and Rowdy Days”, di cui fa parte “The Murder Most Foul”, che, lanciato anche come singolo, lo ha portato per la prima volta in testa alle classifiche di vendita americane. Cosa che non era successa nemmeno ai tempi di “Like a Rolling Stone”! La canzone è una lunga, mesta elegia dedicata all’assassinio del presidente Kennedy, di fronte al quale sfilano idealmente i protagonisti dell’intera musica del ‘900, da Jelly Roll Morton a Bud Powell, dai Beatles agli Eagles.
Ma non meno importante, per raccontarci l’uomo Bob Dylan all’approssimarsi degli 80 anni, è il primo dei due dischi che compongono l’album. Che inizia, citando Walt Whitman, con “I Contain Multitude”: “Vado al limite, vado fino alla fine/…Non ho scuse da porgere/…Sono uomo di contraddizioni, sono un uomo lunatico/ Contengo moltitudini/…Cos’altro posso dirti? Dormo nello stesso letto con la vita e la morte.” Già in queste poche righe c’è tutto Dylan, che è tante cose insieme. Senza ipocrisie né illusioni. A chi lo accusa di tradimento in “False Prophet” risponde: “Ho aperto il mio cuore al mondo e il mondo è entrato/… Sono nemico del tradimento, nemico del conflitto/ Sono nemico della vita non vissuta e insignificante/ Non sono un falso profeta”. E a chi all’inizio della carriera non gli dava credito, in “Goodbye Jimmy Reed” ricorda: “Non arriverai molto lontano, dicevano tutti/ Perché non suonavo la chitarra dietro la testa/ Non ho mai adulato nessuno, mai fatto il superbo/ Non mi sono mai tolto le scarpe gettandole in pasto alla folla/… Mi hanno lanciato di tutto, tutto quello che si poteva/ Non avevo nulla con cui combattere se non un uncino da macellaio/ Non hanno avuto pietà, non mi hanno mai dato una mano/ Non riesco a cantare una canzone che non capisco”.
Ma il Bob Dylan che si approssima agli 80 anni non guarda soltanto indietro, ma soprattutto avanti. Al tratto di strada che ancora gli manca. Pensa alla morte e cerca Dio.

 

“Magari ci vedremo nel Giorno del Giudizio/ Dopo mezzanotte, se vorrai ancora incontrarmi/ Sarò alla Locanda del Cavaliere Nero su Armageddon Street/ Due porte più in basso, non distante andando a piedi/ Ascolterò i tuoi passi, non dovrai bussare/… Puoi dirmi cosa significa essere o non essere? /Non te la caverai prendendomi in giro/ Puoi aiutarmi a percorrere quel miglio al chiaro di luna? / Puoi concedermi la benedizione del tuo sorriso? /… C’è luce alla fine del tunnel, puoi dirmelo, per favore?” Così canta in “My Own Version of You”.

 

 

E in “I’ve Made My Mind to Give Myself to You” sembra alzarsi in volo: “Se avessi le ali di una colomba bianca come la neve/ Predicherei il Vangelo, il Vangelo dell’amore/ Un amore così reale, un amore così vero/ Ho deciso di darmi a te/… Ho percorso una lunga strada di disperazione/ … Molte persone se ne sono andate, molte persone che conoscevo/ … Spero che gli dei siano benevoli con me”.

 

Da una parte, gli appare l’immagine della morte nelle vesti di un cavaliere nero (“Black Rider”): “Cavaliere nero, cavaliere nero, dimmi quando, dimmi come/ Se c’è mai stato un tempo, fai che sia ora/ Lasciami passare, apri la porta”. Dall’altra, cerca la verità nella poesia, unica e grande consolatrice (“Mother of Muses”): “Madre delle muse, canta per me/… Portami al fiume, libera i tuoi incantesimi/ Lasciami riposare un po’ tra le tue braccia dolci e amorevoli/ Svegliami, scuotimi, liberami dal peccato/ Rendimi invisibile, come il vento.”

Ormai ha deciso di varcare il Rubicone della sua anima (“Crossing the Rubicon”) – “Sento lo spirito santo dentro e vedo la luce che dà la libertà” – e in lontananza gli appare il Paradiso (“Key West”). “Key West è il posto dove andare/ Giù verso il Golfo del Messico/ Oltre il mare, oltre le sabbie mobili/ … Key West, Key West è la terra incantata/ … Se cerchi l’immortalità/ Key West è il Paradiso divino.”

 

Ecco, questo è l’ultimo Bob Dylan di cui siamo a conoscenza attraverso i suoi testi. E’ vero che lui stesso ci ha spesso messo in guardia dal cercare il significato letterale delle sue canzoni. Ma è altrettanto certo che lungo le tante vicende della vita continua la sua ricerca della verità.

 

Attilio Pasetto

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