mercoledì, 19 Maggio, 2021

Bosnia Erzegovina, manca un quadro sul futuro di un territorio

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Ormai sono rimasti in pochi a difendere gli accordi di Dayton che nel 1995 resero possibile, con il determinare intervento dell’ONU, la costruzione della forma istituzionale della Bosnia Erzegovina dilaniata da una sanguinosa guerra. La costituzione di uno Stato che comprendesse la Federazione bosniaco croata ( 51% ) e la Repubblica Srpska (49% ) con una Presidenza a rotazione tra le tre etnie era parsa l’unica soluzione al momento accettabile per tentare la strada della pacifica convivenza.

 

Le due realtà inoltre avrebbero mantenuto molte competenze attuando di fatto un decentramento di funzioni atto a garantire le rispettive specificità. A più di venticinque anni dalla firma di quegli accordi, sono quasi quotidiane le dichiarazioni all’interno dell’ex Jugoslavia ma anche a livello internazionale della necessità di mettere mano a una revisione di quanto fu deciso a Dayton e il mese successivo firmato a Parigi. Nel territorio della Bosnia Erzegovina i più accesi sostenitori del cambiamento dell’attuale situazione sono i rappresentanti della parte serba: Milorad Dodik, capi del Governo di Banja Luka, ha più volte chiesto un referendum per staccarsi da Sarajevo minacciando la secessione. Senza parlare delle sue posizioni negazioniste del massacro di Srebrenica a suo giudizio ingigantito nei numeri dimenticando le numerose vittime civili serbe da parte musulmana. Ma anche il membro croato della Presidenza tripartita Zeliko Komsic si è dichiarato convinto della inevitabilità di una revisione di Dayton anche se questo potrebbe significare la ripresa della guerra civile. Nel suo ultimo congresso il Partito di azione democratica (Sda) del musulmana Alija Izetbegovic ha chiesto l’annullamento degli accordi del 1995 che hanno, a suo dire, favorito serbi e croati. La disastrosa situazione economica della Bosnia Erzegovina, aggravata dal diffondersi della pandemia da coronavirus, ha fatto il resto rafforzando le incomprensioni tra le etnie e i movimenti separatisti . Anche la gestione del problema delle migrazioni con la disastrosa situazione venutasi a creare a Bihac, dove sono ammassati in condizioni indegne di un Paese civile migliaia di migranti della rotta balcanica, recentemente pubblicizzata sui media di tutto il mondo, ha contribuito a scambi di accuse tra la Federazione bosniaco croata e la Repubblica Srpska. In questo contesto vi è poi da registrare la posizione della Serbia che potrebbe vedere nel riavvicinamento di Banja Luka un possibile risarcimento per l’indipendenza del Kosovo. Ma proprio negli ultimi giorni si è aggiunta a queste prese di posizione la voce della Slovenia in cui, sia da parte del Premier Jansa che da parte del Presidente della Repubblica Pahor ,pur in contesti diversi, si è preso in esame l’ipotesi di uno sfaldamento della Bosnia. E non dimentichiamoci che ,dal primo luglio 2021, la Slovenia assumerà la Presidenza del Consiglio d’ Europa. Il vero problema è però che aldilà delle parole o delle dichiarazioni di principio nessuno fornisce un quadro preciso di quello che dovrebbe essere il futuro di un territorio che ha già sopportato, per l’odio etnico e religioso, troppe tragedie e distruzioni con migliaia di vittime civili. E tutto quindi rischia di rimanere cristallizzato mentre la tensione etnica e le incomprensioni aumentano l’instabilità di questo territorio dei Balcani occidentali.

 

Alessandro Perelli

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