lunedì, 17 Maggio, 2021

BRUTTO SEGNALE

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La produzione industriale a settembre è diminuita, dopo quattro mesi di crescita e il forte aumento registrato ad agosto.
L’Istat ha reso noto che il dato è in calo del 5,6% rispetto ad agosto ed è sceso del 5,1% su base annua (i giorni lavorativi di calendario sono stati 22 contro i 21 di settembre 2019), spiegando come, nonostante il calo di settembre, il trimestre iniziato a luglio mantenga un forte segno positivo (+28,6%) rispetto al precedente trimestre caratterizzato dal lockdown Covid.
A settembre la produzione industriale è diminuita in termini congiunturali, registrando comunque un livello superiore dell’1,3% rispetto a luglio.
Rispetto a febbraio 2020, mese immediatamente precedente l’esplosione della crisi, il livello è inferiore di circa il 4%. Riduzioni tendenziali particolarmente ampie riguardano le industrie tessili, dell’abbigliamento, pelli e accessori e quelle petrolifere.

 

Secondo Confcommercio: “E’ una situazione inevitabilmente destinata a peggiorare nel breve periodo, con il riacutizzarsi della pandemia e le progressive restrizioni messe in atto per contrastarla”.
Immediato l’allarme dei consumatori, preoccupati in particolare per il tonfo dei beni di consumo, soprattutto in vista del Natale.
Nel dettaglio, l’indice destagionalizzato mostra diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative caratterizzano, infatti, i beni di consumo (-4,8%), i beni strumentali (-3,9%), i beni intermedi (-1,6%) e, in misura meno rilevante, l’energia (-0,3%).
Le flessioni tendenziali sono più ampie per i beni strumentali (-7,1%), i beni di consumo (-5,7%) e i beni intermedi (-4,2%), mentre resta sostanzialmente stazionaria l’energia (-0,1%). Gli unici settori di attività economica che registrano incrementi tendenziali sono l’attività estrattiva (+2,7%), la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+2,0%) e le altre industrie (+0,2%).
Viceversa, le flessioni maggiori si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-20,8%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-20,4%) e nella fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (-11,9%).

L’Ufficio studi di Confcommercio ha spiegato: “Il dato sulla produzione industriale è in linea con il quadro che era già emerso dagli altri indicatori. Con la fine dell’estate il deciso recupero che aveva caratterizzato buona parte del terzo trimestre si è arrestato, con molti indicatori che si trovano ancora a livelli inferiori rispetto ai primi mesi del 2020. Il rallentamento produttivo interessa molti beni destinati al consumo finale, segnale di una domanda interna ed estera molto debole. Questa situazione è inevitabilmente destinata a peggiorare nel breve periodo, con il riacutizzarsi della pandemia e le progressive restrizioni, nazionali ed internazionali, messe in atto per contrastarla. Elemento che rischia di compromettere la tenuta del sistema produttivo e le possibilità di ripresa nel 2021 in assenza di consistenti e rapidi sostegni”.
L’Unione nazionale consumatori ha commentato i dati Istat: “L’Italia è nei guai”. A cui fa eco l’allarme del Codacons, che ha messo in guardia sul tonfo dei beni di consumo, che riflette la scarsa propensione alla spesa da parte delle famiglie e rischia di avere effetti disastrosi sui consumi, soprattutto in vista del Natale.

Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale dei consumatori ha detto: “L’ottimo rimbalzo di agosto, grazie al quale si erano recuperati i valori pre-Covid, non solo è già finito, ma il Paese è arretrato come i gamberi. Insomma, smaltiti questa estate gli ordini arretrati, la produzione arranca nuovamente. Un segnale pessimo, per non dire drammatico, considerato che ora l’Italia è già riprecipitata in un nuovo lockdown che rende questi valori, già orrendi, appartenenti ad una precedente era geologica”.
Sulla stessa lunghezza d’onda, Carlo Rienzi del Codacons ha detto: “I dati sulla produzione industriale di settembre, per quanto negativi, sono purtroppo destinati a peggiorare come conseguenza delle ultime misure anti-Covid adottate a livello nazionale e regionale, e crediamo che nemmeno il Natale questa volta possa salvare il comparto, con inevitabili effetti a cascata sull’economia nazionale”.

Invece, la Coldiretti fa notare: “In controtendenza, solo il dato sull’industria alimentare con una produzione in aumento congiunturale dell’1,2% rispetto a mese precedente. Al contrario degli altri settori simbolo del Made in Italy come il tessile e automotive, che registrano cali a doppia cifra, le imprese del comparto alimentare mettono a segno un aumento della produzione diventando la prima ricchezza del Paese con un valore di filiera che supera i 538 miliardi”.
Naturalmente, il settore alimentare in controtendenza si spiega poiché soddisfa la domanda primaria dei beni di consumo che subisce gli effetti della crisi marginalmente e con risposte più lente.

Il prossimo rapporto Istat, dal quale emergeranno dati sicuramente peggiori, consentirà di misurare meglio il danno economico derivante da una pandemia rapinatrice di vite umane e di benessere economico. Resta il dubbio e la perplessità sul modo in cui il governo sta gestendo politicamente questo amaro aspetto sociale.

Salvatore Rondello

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