domenica, 19 Settembre, 2021

Bruxelles, i Balcani e il processo di allargamento

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Si sta assistendo ad una situazione paradossale per quanto riguarda il processo di allargamento dell’Unione Europea ai Balcani occidentali: superate le resistenze di alcuni Stati europei sono proprio gli stessi Stati balcanici a farsi la guerra. Come non ricordare la previsione di Gianni De Michelis che quando l’ex Jugoslavia si sciolse riguardo all’indipendenza dei singoli Paesi se fosse avvenuta, come avvenne, in tempi diversi disse che avrebbe provocato guerre e veti reciproci? Così è accaduto per l’adesione all’Europa della Croazia, per le richieste di Serbia e Montenegro, così sta avvenendo per l’Albania e la Macedonia del Nord, senza parlare della Bosnia su cui ancora si discute l’assetto territoriale e del Kosovo, di cui metà continente non riconosce l’indipendenza. L’ ultimo caso eclatante riguarda la Macedonia del Nord e il veto della Bulgaria (Balcani orientali questa volta) che ha impedito l’inizio della ultima fase dei colloqui per l’integrazione europea di Skopje (bloccando di fatto anche quella di Tirana visto che procedono congiuntamente). Ed ecco che nell’ultimo vertice per l’allargamento, svoltosi in Slovenia pochi giorni fa, il Presidente della Croazia, il socialdemocratico Zoran Milanovic ha attaccato duramente la Bulgaria che blocca l’avvio dei negoziati. Da parte sua il Premier macedone Zoran Zaev ha messo in guardia l’Unione Europea che un ulteriore rallentamento dell’ingresso della Macedonia del Nord avrebbe provocato una disaffezione della popolazione chiamata poi a ratificarlo e quindi il reale pericolo di una rinuncia. Ciò dopo che Zaev, nel 2019, era riuscito a trovare con il Premier greco Tsipras uno storico accordo sul nome dello Stato superando quel veto di Atene che aveva impedito fino all’ora l’ inizio del processo di adesione. Su questo accordo e sulla adesione alla NATO, poi Zaev aveva affrontato una difficile campagna elettorale per le politiche che lo scorso anno lo avevano visto di poco vincitore ma non con la maggioranza assoluta, per poi essere riconfermato Primo Ministro grazie a un patto di coalizione con il deputati della minoranza albanese. Ma quali sono i motivi dell’ atteggiamento della Bulgaria? Formalmente viene negata l’ identità macedone della Stato di Skopje. Per Sofia la Macedonia del Nord è un territorio di origine bulgara, dove si parla una lingua che è un dialetto bulgaro, dove ci si è appropriati di vicende storiche e anche di singoli personaggi che invece trovano la loro origine in Bulgaria e così via. In realtà questa improvvisa levata di scudi pare più essere stata determinata da esigenze interne. L’ ex Premier Boijko Borisov ha cercato con toni nazionalistici del tipo di quelli usati contro la Macedonia del Nord di risollevare le sorti del Gerb, il suo partito di centro destra alle elezioni politiche di poche settimane fa venendo poi smentito dai risultati elettorali che invece hanno premiato il movimento 5 stelle di Sofia di Slavi Trifonov che, con “C’è un popolo come questo”, ha conquistato il secondo posto in Parlamento impedendo di fatto qualsiasi governabilità e probabilmente portando la Bulgaria a nuove elezioni anticipate. È da augurarsi che questa instabilità possa ora attenuare il blocco di Sofia all’integrazione europea di Skopje. Anche se i primi segnali non sono in questo senso. Infatti, dopo quanto avvenuto nel vertice in Slovenia, il Ministro degli Esteri bulgaro ha convocato d’urgenza l’Ambascitrice croata a Sofia Jasna Ognjanovac perché spieghi la ragione degli attacchi del Presidente Milanovic definiti inaccettabili e ingiustificati. Un clima che Bruxelles dovrà rasserenare in quanto penalizza la stessa credibilità del processo di allargamento dell’Unione Europea.

 

Alessandro Perelli

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