lunedì, 12 Aprile, 2021

Buon lavoro a Marta Cartabia. Più fiduciosi nelle istituzioni

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E’ un piacere intellettuale pensare che Marta Cartabia sia diventata Ministra della Giustizia della Repubblica nel febbraio 2021. La ricordiamo ancora quando venne a Trento per presentare un sapido saggio intitolato “Giustizia e mito” (il Mulino, 2019), scritto assieme a Luciano Violante per indagare «i dilemmi del diritto continuamente riaffioranti nelle nostre società», rileggendo due tragedie greche di Sofocle (497-406 a. C.) “Edipo Re” e “Antigone”. Il risultato fu un elogio della prudenza, un’invocazione – scriveva Cartabia – alla «necessità di una giustizia ragionevole, proporzionata e prudente; meglio:”imperfetta”, perché consapevole che la giustizia nelle vicende umane è una meta sempre da raggiungere».

Ora del suo saggio sopra menzionato rammentiamo come rievoca l’invocazione a Dio di Re Salomone: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male». Non ricchezze, potere o lunga vita, ma «un cuore docile» è la richiesta del re d’Israele: che vuol dire ricco di pazienza, versato alla conoscenza, «capace – precisa Cartabia – di abbracciare la complessità e la profondità delle azioni umane». Da qui parte il raffronto con Edipo, il tragico re di Tebe che personifica la drammatica condizione umana: «ambisce a grandi cose, eppure è imperfetta nel conoscere, prima ancora che nel decidere». Edipo non sa che ha ucciso suo padre, non sa che ha sposato sua madre, non gli possiamo quindi accollare una colpa per queste infamie; eppure ha agito con superbia, quella che i Greci definiscono il peccato di hybris, la dismisura: travolto dalla frenesia «non sa – al contrario di Socrate – di non sapere». Occorreva invece agire con prudenza, occorreva ascoltare prima di agire, giudicare e decidere. «Io dunque – confesserà alla fine – senza sapere nulla, giunsi dove giunsi». E «matura in lui – commenta Cartabia – una modestia, un realismo, una compostezza che contrasta con la dismisura della sua giovinezza». Continua ad assillare Edipo un grande rincrescimento: è dalla pazienza del conoscere che «viene prudenza nell’agire». Prudenza «come qualità essenziale – continua magnificamente Cartabia – di chi amministra la giustizia, come capacità di osservare, ascoltare, cogliere, guardare in ogni direzione»; non a caso «il diritto che scaturisce dall’attività dei tribunali assume il nome di giurisprudenza: iuris prudentia. La iustitia richiede iuris prudentia». Si potrà anche dire «equilibrio, come richiama la presenza di una bilancia nelle mani della dea bendata» che appare in tanti tribunali. Eppure quante azioni giudiziarie squilibrate abbiamo rilevato nella storia, quante hanno risentito degli umori e delle contese talora crudeli del tempo corrente? Occorre essere misurati, proprio per evitare che ci sia uno scarto troppo grande tra verità giudiziale “immediata” e verità “storica” inevitabilmente più meditata e liberata dalle passioni del momento. Insomma, stiamo attenti ai mitizzati giustizieri d’ogni tempo; anche i racconti biblici – sopra tutti il “Qoelet” – lo suggeriscono: la giustizia del sapiente è prudente, quella del presuntuoso è intrisa di superbia.

Il magistero di Marta Cartabia aiuta molto ad essere più sereni, più fiduciosi nelle istituzioni. Siamo certi che farà cose buone e giuste per il futuro dei diritti costituzionali e dei doveri di solidarietà in questo tribolato secondo decennio del XXI secolo.

 

Nicola Zoller

membro della direzione nazionale del Psi

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