sabato, 18 Settembre, 2021

Da “uguaglianza nella prosperità” a “solidarietà nel benessere”

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<<Ci troviamo in un punto cruciale della storia, che contiene l’opportunità di sostituire la formula “uguaglianza nella prosperità” con “solidarietà nel benessere”>>

Albena Azmanova, Professore Associato di Teoria politica e sociale della Scuola di studi internazionali di Bruxelles.

 

Da troppi anni il mondo progressista si limita a discutere i mali generati dal capitalismo concentrando la critica sugli esiti distributivi ingiusti o sottolineando i danni che la crescita economica ha causato alla vita umana, alla società ed all’ambiente. Troppo spesso le soluzioni dei  governi nazionali si sono limitate a battere strade già percorse, dalla ridistribuzione della ricchezza alla socializzazione del processo di produzione, senza riuscire a risolvere i “problemi del capitalismo”.

 

 “Perché non si riesce a fare meglio?”

A dare risposta al quesito ci ha pensato la professoressa Albena Azmanova – Professore Associato di Teoria politica e sociale della Scuola di studi internazionali di Bruxelles -, sintetizzando le sue tesi in un interessante articolo dal titolo “Fighting precarity: a paradigm shift from equality-in-prosperity to solidarity-in-wellbeing”, proposto dal The Progressive Post.

 

A conti fatti è la natura stessa del capitalismo contemporaneo a rendere inefficaci le strategie dei governi nazionali.

Il capitalismo attuale, caratterizzato da una integrazione del mercato globale, ha amplificato l’intensità delle pressioni concorrenziali tra Paesi. L’odierna economia globalizzata ha smesso di essere uno spazio di economie nazionali integrate attraverso il commercio, trasformandosi in un sistema di reti di produzione transnazionali e catene di approvvigionamento regolate da una moltitudine di regimi politici – autocrazie e democrazie liberali – e da differenti sistemi economici nazionali – socialismo controllato, capitalismo gestito e capitalismo di libero mercato-.

La facilità con cui i regimi autocratici hanno aumentano i profitti attraverso la repressione salariale e la devastazione ambientale ha intensificato le pressioni competitive sulle democrazie liberali. 

La contemporanea automazione del settore industriale, inoltre, ha consentito un aumento della produttività a discapito della necessità di manodopera umana. 

 

Mercatocrazia

Sotto la pressione “mercato-cratica” i governi democratici, senza distinzioni ideologiche, hanno adottato politiche pubbliche atte al mantenimento degli impossibili livelli di competitività imposti dal mercato. E’ anche per questa ragione che negli ultimi decenni si è assistito ad una generale liberalizzazione del mercato del lavoro, unica strada per creare forza lavoro flessibile e capace di adattarsi alle pressioni della concorrenza globale.

Non da ultimo, a peggiorare lo stato dell’economia reale, ha contribuito l’aver agevolato i grandi agglomerati societari ed industriali, che a loro volta hanno aumentato la pressione concorrenziale sui piccoli e medi partecipanti del mercato.

L’effetto combinato di questi cambiamenti sociali, tecnologici e politici, ha portato alla creazione di una “emergenziale situazione di precarietà”, questione nodale dei nostri tempi, acuita dall’incapacità degli stati nazionali di stabilizzare la ricchezza su un dato territorio. Tutto questo ha diminuito la fiducia dei cittadini nelle principali istituzioni della democrazia liberale, favorendo rivolte anti-establishment e la recrudescenza del populismo.

 

Modificare la globalizzazione: una priorità generale

L’economia globale non è più un agglomerato di economie nazionali reciprocamente connesse, ma una società integrata tramite reti di produzione che abbracciano il globo. Preso atto di ciò diviene inutile intraprendere riforme economiche entro i confini nazionali e poi cercare di negoziare accordi commerciali sovranazionali. Il processo da realizzare è inverso, dal globale al nazionale. 

Oggi, 2021, dobbiamo iniziare a ragionare come specie umana, non più come singole etnie nazionali. E’ da qui, dunque, che dobbiamo partire per modificare la natura della produzione globale. Ciò vuol significare riscrivere le regole della globalizzazione inserendo stringenti standard ambientali e di lavoro negli accordi commerciali riguardanti i processi di produzione interna. Il resto del mondo, se vorrà accedere a questo rinnovato spazio economico, necessario al futuro e benessere della specie umana, dovrà fare proprio il concetto di “solidarietà nel benessere”.

 

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Riguardo l'Autore

Polemico, pronto alla sfida e disponibile a mettere in discussione la propria idea. Antonio Musmeci Catania è dottore in Giurisprudenza, indirizzo comparato europeo e transnazionale, presso l'Università degli Studi di Trento, approfondendo le tematiche delle relazioni politiche ed internazionali attraverso il master di II livello della Lumsa di Roma. Ti piace l'articolo?! Sostieni la mia penna con una donazione: Postepay Evolution: IT18K3608105138201757201764 https://paypal.me/avanguardiavanti?locale.x=it_IT Seguimi https://www.facebook.com/avanguardiasocialistavanti

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