mercoledì, 4 Agosto, 2021

Censis e Bce, pericolo crisi senza precendenti

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E’ stato presentato oggi a Roma da Francesco Maietta, Responsabile dell’Area Politiche sociali del Censis, il ‘2° Barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana’.
Il rapporto è stato realizzato dal Censis per il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e discusso da Massimo Miani, Presidente del Cndcec, Aldo Bonomi, Direttore dell’AAster, e Roberto Weber, Presidente dell’Istituto Ixè.
Il rapporto conferma analisi e valutazioni già segnalate dalle pagine di questo giornale.
Infatti, dal rapporto emerge che sono 460.000 le piccole imprese italiane (con meno di 10 addetti e sotto i 500.000 euro di fatturato) a rischio chiusura a causa dell’epidemia: sono l’11,5% del totale e nel 2021 potrebbero non esserci più. È in gioco un fatturato complessivo di 80 miliardi di euro e quasi un milione di posti di lavoro. Con il lockdown e il gorgo di restrizioni rischia di sparire un popolo di piccoli imprenditori e insieme di prosciugarsi un serbatoio occupazionale. Il Covid-19 potrebbe spazzare via il doppio delle microimprese che sono morte tra il 2008 e il 2019, come conseguenza della grande crisi. Sarebbe un doloroso addio ai nostri piccoli imprenditori vittime di una strage annunciata, con gravi ricadute sulla crescita: è in pericolo il meglio del motore antico del modello di sviluppo italiano. La ricognizione delle valutazioni è avvenuto attraverso una ampia campionatura di 4.600 commercialisti italiani, sensori diffusi sul territorio nazionale, affidabili e autorevoli dello stato dell’economia reale.

Il 29% dei commercialisti ha rilevato che più della metà delle microimprese clienti ha almeno dimezzato il proprio fatturato (il dato scende al 21,2% nel caso dei commercialisti che si occupano di imprese medio-grandi). Sono quindi 370.000 le piccole imprese che hanno subito un crollo di più della metà dei ricavi. Inoltre, il 32,5% dei commercialisti registra in più della metà della clientela una perdita di liquidità superiore al 50% nell’ultimo anno (il dato scende al 26,2% tra i commercialisti che seguono imprese di maggiori dimensioni). Sono cioè 415.000 le piccole imprese che oggi dispongono di meno della metà della liquidità di un anno fa.

Le misure pubbliche adottate durante l’emergenza ottengono una valutazione tra luci e ombre da parte dei commercialisti. Il sostegno alle imprese (moratoria sui mutui, garanzie statali sui prestiti) viene giudicato positivamente dal 45,2%, in modo negativo dal 34%. Gli aiuti al lavoro (divieto di licenziamento, ricorso alla Cassa integrazione in deroga) sono promossi dal 43,4%, bocciati dal 34,9%. Il sostegno alle famiglie (bonus babysitter, congedi parentali, Reddito di emergenza) è visto con favore dal 36,6%, mentre il 37,5% ne dà un giudizio negativo. La sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per le imprese più penalizzate è valutato bene dal 33,3%, male dal 46,9%. Per i commercialisti lo sforzo dello Stato nel supportare gli operatori economici e i lavoratori durante il blocco di mercati e imprese va apprezzato, ma non basta.
Per evitare la moria di piccole imprese, secondo i commercialisti bisogna intervenire qui e ora agendo su quello che non ha funzionato. Il 79,9% dei commercialisti auspica più chiarezza nei testi normativi, il 76,7% chiede tempestività nei chiarimenti sulle prassi amministrative, il 70,7% molti meno adempimenti, il 67,2% una migliore distribuzione delle risorse pubbliche tra i beneficiari, il 61,1% una più efficace combinazione delle misure adottate, il 58,4% un taglio netto dei tempi necessari per l’effettiva erogazione degli aiuti economici, il 49,9% ritiene necessari stanziamenti economici più consistenti. Se gli strumenti di sussidio per i diversi beneficiari vengono promossi, viene però bocciata l’effettiva applicazione delle misure a causa dei detriti burocratici che rallentano tutto. Occorre snellire gli adempimenti burocratici e i passaggi formali per rendere gli interventi più efficaci: questo chiedono i commercialisti, convinti che le imprese vadano aiutate a resistere oggi, per non morire e per ripartire domani.
Per i commercialisti è in corso uno smottamento continuato dell’economia. Per il 41% bisogna essere pronti a tutto perché tutto può succedere. Il 27,6% sottolinea l’ansia pervasiva provocata dalla nuova ondata di contagi. Come in un videogioco con tante scelte possibili e altrettanti finali: appare così il destino delle imprese italiane, tra virus, restrizioni e burocrazia che non funziona o che funziona male. Per il 40,7% dei commercialisti ci vorrà molto tempo per uscire dalla crisi, il 26,9% ritiene che occorre adattarsi subito alle nuove condizioni o non ci sarà crescita, il 24,2% pensa che molti settori vitali siano ancora in difficoltà.
Anche nel bollettino mensile della Bce ci sono segnali di allarme: “La ripresa economica dell’area dell’euro perde slancio più rapidamente delle attese. Il forte, benché parziale e disomogeneo, recupero dell’attività economica nei mesi estivi non basta a ridare fiato ai paesi dell’Eurozona. L’incremento dei casi di Covid e il connesso inasprimento delle misure di contenimento pesano sull’attività, provocando un evidente deterioramento delle prospettive a breve termine”.

Il bollettino ha evidenziato: “I dati più recenti sull’economia internazionale segnalano una rapida ripresa dell’attività mondiale nel terzo trimestre, pur registrando un rallentamento di tale dinamica positiva. Anche il commercio mondiale ha segnato una forte ripresa nel terzo trimestre, dopo una brusca e profonda contrazione nel secondo trimestre. L’inflazione a livello mondiale si è mantenuta bassa. Ma in una prospettiva di più lungo periodo la possibilità di una ripresa sostenuta continua a dipendere, in larga misura, dall’evoluzione della pandemia e dal buon esito delle politiche di contenimento. L’incertezza riguardo all’evoluzione della pandemia attenuerà verosimilmente il vigore della ripresa del mercato del lavoro nonché dei consumi e degli investimenti, tuttavia l’economia dell’area dell’euro dovrebbe continuare a essere sorretta dalle condizioni di finanziamento favorevoli, dall’orientamento espansivo delle politiche di bilancio e dal graduale rafforzamento dell’attività e della domanda a livello mondiale. I dati più recenti segnalano una forte ripresa del prodotto dell’area dell’euro nel terzo trimestre del 2020, dopo la brusca contrazione dell’11,8 per cento sul periodo precedente registrata nel secondo trimestre. Tuttavia, il perdurante aumento dei tassi di contagio da coronavirus rappresenta un fattore avverso per le prospettive a breve termine e condurrà, con ogni probabilità, a un significativo ridimensionamento della crescita del prodotto nell’ultimo trimestre dell’anno, come anticipato da indagini recenti”.
Il bollettino ha evidenziato: “Al tempo stesso, la ripresa continua a essere disomogenea tra i diversi settori, con il settore dei servizi che si rivela il più duramente colpito dalla pandemia in parte a causa della sua esposizione alle misure di distanziamento sociale. Nella prima metà del 2020 la pandemia di Covid-19 ha determinato la più marcata contrazione mai registrata dell’occupazione e del numero totale di ore lavorate, mentre gli effetti sul tasso di disoccupazione sono stati più limitati per effetto dei regimi di sostegno all’occupazione.  Rispetto alla contrazione del Pil in termini reali nella prima metà del 2020, l’aumento del tasso di disoccupazione ufficiale è stato relativamente limitato: dal minimo storico del 7,2 per cento toccato a marzo 2020, ha raggiunto l’8,1 per cento ad agosto, nonostante sia ancora lontano dal picco del 12,7 per cento registrato a febbraio 2013. Le misure di sostegno all’occupazione, quali i regimi di riduzione dell’orario di lavoro e i licenziamenti temporanei, nonché una diminuzione dei tassi di partecipazione, concorrono a spiegare l’impatto limitato sul tasso di disoccupazione”.

Nell’attuale contesto in cui i rischi sono chiaramente orientati verso il basso, il Consiglio direttivo valuterà con attenzione le informazioni più recenti, inclusi la dinamica della pandemia, le prospettive sul rilascio di un vaccino e l’andamento del tasso di cambio. Il prossimo esercizio delle proiezioni macroeconomiche degli esperti dell’Eurosistema, che si svolgerà  a dicembre, consentirà un riesame approfondito delle prospettive economiche e del quadro complessivo dei rischi.
La Banca Centrale ha ribadito: “Le misure di politica monetaria adottate dal Consiglio direttivo dall’inizio di marzo concorrono a preservare condizioni di finanziamento favorevoli in tutti i settori e le giurisdizioni dell’area dell’euro, fornendo un contributo essenziale al sostegno dell’attività economica e alla salvaguardia della stabilità dei prezzi nel medio termine. Le misure tempestive e consistenti adottate dalle autorità monetarie, di bilancio e di vigilanza sin dall’inizio della pandemia hanno continuato a sostenere l’estensione del credito bancario a condizioni favorevoli all’economia dell’area dell’euro”.
Tuttavia, dall’indagine sul credito bancario nell’area dell’euro di ottobre 2020, nel terzo trimestre di quest’anno le banche hanno inasprito i propri criteri di concessione dei prestiti a imprese e famiglie a causa di un aumento del rischio percepito. Per quanto ovvio, queste misure prudenziali delle banche non aiutano il superamento del disagio sociale e della crisi economica.
Nel bollettino della Bce si legge anche: “Sulla scorta dei prezzi correnti del petrolio e dei relativi contratti future, e tenendo conto della temporanea riduzione dell’imposta sul valore aggiunto in Germania, è probabile che l’inflazione complessiva rimanga negativa fino all’inizio del 2021. Le pressioni sui prezzi nel breve periodo si manterranno contenute per effetto della debolezza della domanda, in particolare nei settori dei viaggi e del turismo, nonché delle minori pressioni salariali e dell’apprezzamento del tasso di cambio dell’euro. Nel medio termine, una ripresa della domanda sostenuta da politiche monetarie e di bilancio accomodanti eserciterà pressioni al rialzo sull’inflazione. Le misure delle aspettative di inflazione a più lungo termine ricavate dai mercati e dalle indagini rimangono sostanzialmente invariate su livelli bassi”.

Infine, l’Eurotower ha aggiunto: “Il Consiglio direttivo della Bce ricalibrerà i suoi strumenti, ove opportuno, per rispondere all’evolvere della situazione e di assicurare che le condizioni di finanziamento restino favorevoli per sostenere la ripresa economica e contrastare l’impatto negativo della pandemia sul profilo previsto per l’inflazione. Questo agevolerà una stabile convergenza dell’inflazione verso il livello perseguito, in linea con il suo impegno alla simmetria. Nel frattempo, il Consiglio direttivo ha deciso di riconfermare il proprio orientamento di politica monetaria accomodante”.
La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha affermato: “La banca centrale è pronta a traghettare l’economia europea compensando i gap produttivi fino a quando i vaccini saranno ben sviluppati e la ripresa potrà guadagnare slancio, un compito non facile poichè, anche se le ultime notizie sul vaccino di Pfizer sembrano incoraggianti, potremmo ancora dover affrontare cicli ricorrenti di accelerazione della diffusione virale e di restringimento delle restrizioni fino al raggiungimento di una immunità diffusa. E quindi, il recupero potrebbe non essere lineare, ma piuttosto instabile”.
Ma la situazione reale è ben peggiore di quella finora ipotizzata. La Uilca sulla base di un’analisi curata dal centro studi Orietta Guerra, ha affermato: “L’utile netto delle banche italiane, nel terzo trimestre del 2020 è crollato di oltre il 93%. Per gli otto maggiori istituti di credito, rispetto a luglio-settembre del 2019, c’è stata una contrazione complessiva dell’utile contabile pari a 8,532 miliardi (5,229 miliardi se si considera il goodwill negativo dell’incorporazione di Ubi Banca in Intesa Sanpaolo)”.
La riduzione complessiva del 93,2% si determina principalmente per l’impatto degli oneri d’integrazione del piano industriale e altre operazioni straordinarie di Unicredit e per l’aumento delle rettifiche di valore (3,036 miliardi), di cui una parte è originata per fronteggiare il deterioramento del credito a causa dell’impatto negativo del Covid-19 nell’economia nazionale e internazionale. In questo scenario negativo la performance del settore bancario, a livello di margine operativo, è da considerarsi soddisfacente (-7,2%), seppure in maniera differenziata tra i diversi istituti.
Il segretario generale della Uilca, Massimo Masi, ha dichiarato: “Sono tempi straordinari e ci vogliono misure straordinarie per evitare il fallimento del sistema bancario, non solo in Italia ma in Europa. Meccanismi quali il calendar provisioning sui crediti deteriorati, che in situazione di normalità poteva avere una logica, nello scenario attuale rischia di distruggere il tessuto economico dell’Europa originando ulteriore disoccupazione e instabilità politica, in un contesto sociale già molto teso”.

Il responsabile del centro studi Orietta Guerra, Roberto Telatin, ha aggiunto: “Dobbiamo rivedere molti dei meccanismi che regolano il sistema bancario, non solo nella valutazione dei crediti ma anche nelle tutele e remunerazione degli azionisti e nel ruolo che possono svolgere gli aiuti di Stato nel sostenere il sistema creditizio ed economico in Europa. Il totale degli attivi di Mps è pari al 70% dei fondi che dovremmo ricevere con il Recovery fund: mettere in sicurezza una banca serve anche a rilanciare un paese”.
La politica economica e monetaria per fronteggiare l’imprevista crisi da pandemia in Europa e nel mondo, andrebbero meglio concertati, per evitare un’immane catastrofe che si prospetta a danno dei lavoratori e dell’umanità intera. Più durerà la pandemia, minori saranno le risorse disponibili per fronteggiarla.

 

Salvatore Rondello

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