sabato, 15 Maggio, 2021

Centro studi Morris Ghezzi: la Burocrazia ferma il Paese

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L’abbiamo sentita tutti la frase apodittica del Presidente del Consiglio Draghi “per funzionare in Italia tutto deve cambiare”, una frase tranchant, secca, senza bisogno di spiegazioni tanto era palese la realtà.
Il contesto è quello di un Paese ingessato, incapace di riformarsi, dove la Pandemia Covid 19 ha solamente messo in evidenza una situazione che solo chi non voleva vedere non vedeva.
Un Paese con una governance completamente da rivedere, un sistema industriale in grave crisi con una politica industriale inesistente.
Un sistema sanitario frantumato dove accanto a grandi eccellenze ci sono lacune impressionanti, soprattutto nella sanità di prossimità e per finire last bur not least un sistema giustizia totalmente inefficiente.
Tutto deve cambiare dice Draghi, ma innanzitutto quale la grande malata di Italia, quella realtà senza la quale niente cambia?
È quella che De Rita ha chiamato “il corpaccione della PA”,
uno studio dell’Osservatorio dei conti pubblici dell’Università Cattolica ha individuato attraverso una analisi su un panel di cittadini le criticità maggiori: Procedure eccessive, mancata informazione delle informazioni, progetti telematici scarsi, problemi con i pagamenti elettronici.
Il maggiore imputato è lo Stato /per il 27%) dei cittadini, seguito dai Comuni (17%), dall’INPS (11%) e dalla Agenzia delle Entrate (10%).
L’Eurobarometro che l’84% degli imprenditori ritiene la burocrazia un freno allo sviluppo economico.
Infatti secondo un recente studio della CGIA di Mestre in un anno una azienda di piccole/medie dimensioni può subire in un anno 122 controlli da 19 enti diversi.
Complessivamente il sistema burocratico in Italia ha 136.000 norme e ci costa circa 60 miliardi di euro.
L’impatto della burocrazie sulle imprese è di circa il 4% del fatturato.
E dalla Unità di Italia che si parla della riforma della burocrazia, ma per venire ai tempi nostri dal 1990 al 2015 ci sono state in Italia 16 riforme della PA, la prima, la più importante la riforma Cassese, che introduce i concetti di efficienza ed efficacia, per passare alle varie riforme legate al nome di Bassanini che introducono la devolution, la sussidiarità (legata alla più grande svendita o liberalizzazione come preferite del patrimonio pubblico) e aprono il fronte alla riforma del Titolo quinto della Costituzione, con un impianto che ha creato la più grande confusione e sovrapposizione di competenze tra il Centro e la Periferia, per arrivare alla riforma Madia e alla annunciata riforma Brunetta (che sarebbe la diciassettesima).
Malgrado tutto questo impegno la burocrazia Italiana è ancora il grande problema di questo paese.
In termini di occupati la PA italiana ha meno dipendenti di quella francese e di quella britannica, ma distribuiti in maniera totalmente diseguale sul territorio, tanto che si passa dai 95 dipendenti per 1000 abitanti della Val D’Aosta ai 41 della Lombardia, con una distribuzione che vede penalizzate le grandi realtà produttive del nord e con una mobilità impossibile e comunque a senso unico dal nord al sud creando situazioni di inefficienza e di ingolfamento.
Tornando alle riforme queste hanno lasciati intatti i problemi della amministrazione pubblica, le riforme infatti sono costruite su una visione normativa, teorica, autoreferenziale che non tiene in conto i cittadini tanto che i termini di misurazione della efficienza sono gli output in termini di atti normativi o regolamentari e non in termini di ricadute sociali sui cittadini.
Riforme fatte senza sperimentazione prima della normazione, senza adeguata preparazione culturale, pensando alla semplificazione del front office lasciando inalterati i processi di back office.
Il Centro Studi Morris Ghezzi ha analizzato almeno due dei gravi problemi che impediscono alla PA di accompagnare la velocità di crescita della società civile.
• Deep state chiamato cosi tutto l’insieme dei gran commiss di Stato, alti burocrati, capi di Gabinetto, Direttori di Ministeri, amministratori di società controllate, si tratta di professionalità in larga parte di formazione giuridica in gran parte scelti per cooptazione, formati culturalmente nell’idea di accrescere la propria influenza controllando i processi decisionali , esperti nel costruire impalcature giuridiche complesse cosi da rendere indispensabile il loro supporto. Nessun politico è tanto potente da poter fare a meno di loro (il caso Renzi che impose una esterna non esperta dei corridori romani è emblematico)
A fronte di eccellenze la maggior parte di loro oltre alla inamovibilità ha il potere della conoscenza di cavilli, codicilli che hanno il potere di bloccare o di ritardare ogni provvedimento, il loro grande strumento di controllo è la ventilata possibilità di abuso di ufficio, strumento unico in questo monolite dotato di tanta elasticità da coprire tutto e il contrario di tutto.
La grande carenza in questo ambito è la capacità di progettazione.
L’alta burocrazia, sia quella centrale, sia quella periferica non ha le capacità manageriale di progettare, e questo è evidente nella mancata capacità di spendere i fondi europei, o di partecipare a bandi europei, e nella lungaggine nella realizzazione di grandi opere pubbliche.
Mancanza di professionalità moderne, interdisciplinari, scarso o nullo utilizzo di analisi predittive, statistiche, matematiche, difficoltà di processi orizzontali, impostazione a canne d’organo.
Questa carenza è assolutamente drammatica in previsione della scrittura e della realizzazione dei progetti legati al recovery plan, per la maggior parte progetti interdisciplinari e innovativi.
Quali le possibili soluzioni?
Abolizione del reato di abuso di ufficio che così formulato non serve a tutelare la trasparenza e rende tormentato ogni iter amministrativo e giustifica ogni inerzia della dirigenza.
Abolizione della giustizia amministrativa, fonte di lungaggini e blocchi.
Svecchiamento della dirigenza con innesti esterni di nuove professionalità.
In questo senso la selezione tramite concorso con amovibilità del posto è un retaggio che non garantisce trasparenza, allunga i tempi, rende inamovibile il dirigente.
Quindi selezione con criteri privatistici, contratti brevi, legati ad obiettivi, possibilità di rinnovo o meno su basi oggettive valutate da commissioni di garanzia esterne.
• La burocrazia diffusa, diffusa sul territorio, fatta di un tessuto di piccoli burocrati che hanno in mano il destino dei servizi e delle pratiche soprattutto delle piccole imprese e delle imprese artigiane e dei cittadini.
Il tema è delicato ed è esploso con la pandemia, oltre al persistere di regole e regolamenti che non si parlano tra loro, e che rendono lunghi i processi autorizzativi (decine e decine di Regolamenti che disciplinano i settori e non le attività) è la mancanza di cultura della semplificazione e della digitalizzazione dei processi.
Nel corso degli anni infatti quando si è digitalizzato lo si è fatto trasferendo su supporto informatico i processi cartacei, dimostrando la totale inadeguatezza nel comprendere la reale potenzialità della trasformazione digitale e la necessità di una profonda formazione culturale che manca quasi totalmente, i processi anche se informatizzati infatti rimangono non integrati tra loro e quindi la unificazione degli sportelli front office non si è trasformata in una reale semplificazione per il cittadino, perché non coinvolge i processi di back office..
Uno dei limiti fortissimi della burocrazia diffusa è che è ancora improntata ad una visione del cittadino come suddito, quindi come possibile truffatore è da qui che nascono una selva di controlli ex ante, anche in questo caso non integrati tra loro, cosi che gli stessi dati che sono in possesso delle varie amministrazioni non sono allineati tra loro, costringendo i cittadini a produrre gli stessi documenti ogni volta che iniziano un iter amministrativo.
Quindi la necessità di riscrivere totalmente i processi seguendo la logica digitale, un ragionamento botton up e non top down e soprattutto passando da controlli ex ante a controlli ex post.
La burocrazia deve vedere il cittadino come un amico non come un nemico da controllare, quindi autorizzare su autocertificazione asseverata con controllo successivo trasversale per tutti i vari enti di controllo, e erogare i servizi sul modello delle moderne piattaforme informatiche.
Il presupposto è la completa rivoluzione culturale degli addetti alla pubblica amministrazione, coinvolgendo in questo processo le università e le scuole creando degli appositi corsi di studio di carattere tecnico e di livello universitario nelle facoltà di economia e di ingegneria gestionale selezionando giovani retribuendoli in maniera adeguata.
Un processo che deve essere possibile se non vogliamo scivolare al livello di paese arretrato. (un esempio immediato è che i processi burocratici hanno un impatto in questo momento devastante sulla liquidità delle imprese che con le nuove regole bancarie rischiano di ingolfare il CRIF e mandare in malora tantissime aziende).
Naturalmente questo processo non può essere disgiunto dalla revisione istituzionale che riveda in maniera radicale il sistema Stato, Regioni, enti locali.
Ma questo è un altro capitolo.

Alessandro Palumbo
Presidente Centro Studi Morris Ghezzi

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