domenica, 26 Settembre, 2021

Cina, la denuncia sugli Uiguri tocca il mercato tessile

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Sembra, se vogliamo, la riproposizione, ai giorni nostri, del biblico conflitto tra Davide e Golia, anche se non è ancora assolutamente chiaro come andrà a finire. Dove Golia è impersonificato da una potenza mondiale come la Cina e dal suo capo Xi Jimping e Davide da uno Stato scandinavo, la Svezia e da una stilista di moda cino svedese Louise Xin. La vicenda che fa da sfondo a questa contesa è quella che coinvolge l’etnia degli uiguri che nella regione cinese dello Xinjiang, stanno sopportando un vero e proprio genocidio da parte del regime comunista a base di repressione, controllo delle nascite, impedimento alla procreazione, internamento a scopo “rieducativo” in campi di lavoro forzato, dove si produce, secondo le stime, l’84 per cento del cotone che viene esportato e il 22 per cento della produzione globale. Un vero crimine contro l’umanità, più volte denunciato da servizi giornalistici e da documentazioni fotografiche,ma finora, nonostante le pubbliche denunce da parte americana ed europea, rimasto non solo impunito ma neanche interrotto in quanto le autorità di Pechino continuano a negarlo. Ed ecco che martedì sette settembre, a Stoccolma, nel corso della “Settimana della moda” la sfilata digitale del marchio Louise Xin Couture si è trasformata in una denuncia clamorosa di quello che sta accadendo nello Xinjiang in quanto è stata annunciata con uno striscione inequivocabile con la scritta: “Uiguri liberi. Porre fine a tutti i genocidi”. Una denuncia coraggiosa che rompe il muro di omertà, a questo riguardo, dell’industria mondiale della moda, coinvolta indirettamente nel lavoro forzato degli uiguri, in quanto la Cina è un mercato enorme che possiede molte delle principali catene di approvvigionamento del cotone. La Svezia non è nuova a questo tipo di azioni in quanto è stata una dei promotori delle sanzioni che sono state comminate agli alti funzionari cinesi coinvolti nelle violazioni dei diritti umani. Per questo motivo, poche settimane fa la Lega della Gioventù comunista cinese ha violentemente attaccato il rivenditore svedese H&M, che aveva espresso preoccupazione per la situazione della minoranza musulmana causandone l’immediata eliminazione dall’Internet cinese. L’iniziativa della stilista Louise Xin rischia di rappresentare però solo una goccia in un mare che vede, a causa della difficoltà di tracciare la provenienza del cotone utilizzato sul nostro mercato e del fatto della convenienza economica di quello prodotto nei campi di lavoro forzato degli uiguri. Gli Stati Uniti hanno posto restrizioni ma la difficoltà ad applicarle è evidente. Inoltre la Cina, oltre a essere il più grande produttore mondiale di fibre di cotone né è anche il più grande importatore rendendo così ancora più difficile individuarne la provenienza. Con questa sistema Pechino rende inoffensive la sanzioni e si calcola che miliardi di capi siano stati prodotti dal mercato americano aggirando le restrizioni. Rimane da vedere se la coraggiosa denuncia di Louise Xin sarà un fatto isolato o riuscirà a produrre una sensibilizzazione generale che vada oltre il pubblico svedese e provochi un cambiamento di una situazione intollerabile e indegna per un essere umano.

Alessandro Perelli

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