lunedì, 27 Settembre, 2021

“My Generation”, cinquant’anni fa il big bang degli Who

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Cinquantacinque anni fa, il 3 dicembre 1965, esce “My Generation”, il primo album degli Who, che si impongono ben presto come la terza band inglese degli anni ‘60, alle spalle dei Beatles e dei Rolling Stones. “My generation” è anche il titolo del brano che dà il nome all’album e che è uscito come singolo il mese prima. Un vero inno generazionale. Si sente subito, anche a distanza di tanti anni, che c’è qualcosa di speciale nel disco, un’atmosfera che va al di là della semplice moda musicale e che coglie un’istanza di ribellione collettiva. E’ un’intera generazione che prende coscienza di sé stessa. Il suggello messo da una band di “outsider” al movimento guidato da mostri sacri come Dylan, Beatles e Rolling Stones.

I quattro “outsider” rispondono ai nomi di Pete Townshend, chitarra e autore della maggior parte delle canzoni, Roger Daltrey, voce, John Entwistle, basso, e Keith Moon, batteria. Una band scarna, ridotta all’osso, essenziale. Come sono essenziali, nella musica e nei testi, le loro canzoni. Con la famosa frase “I hope I die before I get old” (“Spero di morire prima di diventare vecchio”), contenuta proprio in “My generation”, che diventa un mantra sullo sfondo di un accompagnamento ritmico ossessivo.
Ma nell’album di esordio del gruppo londinese c’è anche un’altra canzone simbolo, “The Kids Are Alright”. Un brano diverso da “My generation”, meno aggressivo, ma quasi complementare ad esso. Il lato tenero di una generazione arrabbiata. Anche in questo caso il testo della canzone è emblematico. I ragazzi vanno bene, vanno sempre bene, “anche quando ballano con la mia ragazza. Li conosco tutti molto bene.” Di nuovo, la generazione sopra tutto. E’ la generazione quella che conta, l’unica di cui fidarsi. La generazione dei mods che girano con la vespa, delle ragazzine in minigonna che si scatenano ballando il twist, dei ragazzi caricati dai bobbies nelle manifestazioni di protesta, degli adulti che girano per le strade di Londra con le loro bombette in testa e non sanno che è già scoppiata una rivoluzione sociale, sessuale e culturale travolgente.

“My Generation” rappresenta per gli Who il nocciolo duro del big bang di una carriera esplosiva. In nuce racchiude il racconto molto più esteso e articolato delle due opere rock del gruppo, entrambe concepite dalla mente di Pete Townshend, “Tommy” e “Quadrophenia”, i cui protagonisti sono sempre i ragazzi. Tommy è l’adolescente cieco, sordo e muto che, dopo aver subito violenze fisiche e psicologiche, diventa un mago del flipper, superando la sua menomazione, mentre il protagonista di Quadrophenia è un giovane instabile alla ricerca di una identità che non vuole rinunciare ai suoi sogni. E gli Who saranno gli interpreti di quei sogni, anche quando, come nel caso di Quadrophenia, non si avverano. Com’è vero che, ogni qualvolta si tratterà di tornare alle origini “dure e pure” del rock and roll, il paradigma cui guardare saranno proprio gli Who. I punk per primi, come i Clash, i Sex Pistols, i Ramones, i Television, verso la fine degli anni ’70, si ispireranno a loro. Anche altri grandi autori, come Patty Smith e Bruce Springsteen, interpreteranno la loro più importante canzone.

Alla loro generazione gli Who resteranno fedeli tutta la vita. Anche quando saranno travolti dall’alcol e dalle droghe, dalle morti di Keith Moon (1978) e di John Entwistle (2002), dai tormenti esistenziali di Pete Townshend e dalla sua rivalità con Roger Daltrey. Sempre lì, con Pete Townshend e il suo inconfondibile saltello in verticale, che fa roteare la mano in aria prima di atterrare sulle corde della chitarra, che poi spaccherà alla fine del concerto, con Roger Daltrey che usa il microfono come un lazzo, con John Entwistle immobile sul palco mentre gli altri si scatenano, con Keith Moon che picchia forte sulla batteria prima – anche lui – di farla a pezzi alla fine. Sempre lì, nell’immaginario collettivo come la band più coerente della storia del rock and roll.

 

Attilio Pasetto

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