sabato, 16 Ottobre, 2021

Cinquant’anni fa il concerto per il Bangladesh di George Harrison

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Il 1° agosto 1971 avvenne un fatto mai accaduto prima nella storia del rock: un grande concerto di beneficienza, dedicato alla popolazione del Bangladesh, che, vittima di una lunga guerra con il Pakistan e colpita da un impressionante ciclone e da una terribile carestia, stava morendo di fame. Una pietra miliare, che sarà di esempio per l’organizzazione in futuro di altri concerti umanitari, come il famoso “Live Aid” di Bob Geldof del 1985. Prima del Concert for Bangladesh vi erano stati sì altri mega raduni, come i festival di Monterey, di Woodstock, dell’isola di Wight, ma mai concerti per ragioni umanitarie. Il concerto fu organizzato da George Harrison, stimolato dall’amico Ravi Shankar, e si tenne in due spettacoli, uno il pomeriggio e l’altro la sera, al Madison Square Garden di New York. All’evento seguì la pubblicazione di un disco triplo e di un film, i cui ricavati andarono al popolo del Bangladesh e tuttora continuano ad affluire alla fondazione umanitaria successivamente creata da Harrison.

L’evento fu importante anche per ragioni musicali. George Harrison lo organizzò in poco tempo chiamando gli amici più fidati, che però non fu facile avere tutti assieme. Eric Clapton combatteva in quel periodo con gravi problemi di droga, Bob Dylan stava attraversando una fase di riflessione e non suonava più in concerti dal vivo in America dal 1966 (l’ultima sua apparizione era stata nel 1969 all’isola di Wight). Fortunatamente, in extremis tutti e due parteciparono. Dei tre ex-Beatles invitati, ne venne solo uno, Ringo Starr, che era reduce dal successo di “It Don’t Come Easy”, mentre declinarono l’invito sia Paul Mc Cartney sia, all’ultimo minuto, John Lennon, che avrebbe voluto portare con sé anche Yoko Ono. Le profonde ferite della separazione del gruppo, avvenuta l’anno prima, erano ancora aperte. Alla fine comunque, sotto la supervisione di Phil Spector, che applicò il suo “wall of sound” dal vivo, la formazione messa in piedi era quella di un’orchestra di ben venticinque elementi che, tra gli altri, comprendeva: Eric Clapton e George Harrison alle chitarre elettriche, Billy Preston e Leon Russel alle tastiere, Klaus Voorman al basso, Ringo Starr e Jim Keltner alla batteria.

La parte iniziale del concerto vide l’esecuzione di musica indiana, con Ravi Shankar e altri musicisti. Seguì la proiezione di un documentario, che mostrava la terribile situazione del Bangladesh. Poi salirono sul palco i big. George Harrison suonò il meglio del suo repertorio, con pezzi sia del periodo beatlesiano, tra cui “Something”, “While My Guitar Gently Weeps”, “Here Comes the Sun”, sia del periodo da solista, come “My Sweet Lord” e “Bangladesh”. Leon Russel eseguì un medley di “Jumpin’ Jack Flash” e “Young Blood”. Bob Dylan interpretò “A Hard Rain’s Gonna Flow”, “Blowin’ in the Wind”, “Mr. Tambourine Man” e un’indimenticabile versione di “Just Like a Woman”, cantata spalla contro spalla con George Harrison, entrambi con la chitarra acustica.

Il concerto, insieme al film e al disco, che, uscito a dicembre 1971, raggiunse il primo posto nella classifica inglese, il secondo in quella americana e il quarto in Italia, servì a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla terribile situazione del Bangladesh, costringendo i media a parlarne. Ma rappresentò anche la definitiva consacrazione di George Harrison non solo come musicista ma più in generale come personalità culturale, sullo stesso piano di John Lennon. John dopo la separazione dei Beatles aveva iniziato un suo percorso “politico”, diffondendo in tutti i modi l’idea della pace (e per questo era considerato dalla Cia un pericoloso sovversivo e quindi spiato). Non di meno fece George, “the quiet one” (il Beatle tranquillo), che aveva cominciato il suo percorso spirituale durante il viaggio in India del 1968 e continuò a portarlo avanti con sincerità negli anni successivi, unendovi anche l’impegno civile, come il Concerto per il Bangladesh attesta.

 

Attilio Pasetto

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