martedì, 20 Aprile, 2021

Coldiretti, Pasqua, aumenta la spesa ma anche i poveri

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Gli italiani hanno speso circa 1,4 miliardi di euro per imbandire le tavole della Pasqua rimanendo nelle proprie case in quasi 9 casi su 10 (88%). Solo un 10% ha approfittato delle deroghe per uscire dalle mura domestiche nei limiti previsti: questo il bilancio stimato da Coldiretti/Ixe’ dal quale emerge che la cucina e la tavola si classificano come il principale svago degli italiani nella Pasqua rossa blindata.
Secondo la Coldiretti: “Una tendenza dimostrata dall’aumento del 15% della spesa rispetto allo scorso anno ma ben al di sotto dei valori del passato con ristoranti, trattorie e agriturismi aperti. Sono poi 4 in media le persone che si sono sedute insieme a tavola, anche se ben 2,5 milioni di persone hanno festeggiato in solitudine. Ma ci sono anche 5,6 milioni di italiani in povertà assoluta costretti a chiedere aiuto per mangiare in queste feste di Pasqua, un milione in più rispetto allo scorso anno con il record negativo dall’inizio del secolo, secondo una analisi realizzata su dati Istat”.
Il tempo dedicato in cucina nella preparazione dei pasti e stato in media di 1,9 ore trascorse in cucina per realizzare i vari piatti, secondo l’indagine Coldiretti, ma fra quelli che hanno scelto di dedicarsi ai fornelli c’è stato un 21% di appassionati che ha deciso di spendere da una a due ore di tempo ai fornelli e poi c’è una quota dell’11% di maratoneti della cucina che ha superato le 3 ore per portare in tavola piatti di ogni tipo.

 

Una boccata di ossigeno

Con tutti i ristoranti chiusi per il servizio al tavolo in molti hanno fatto anche ricorso al delivery che in Italia nell’anno della pandemia ha fatto registrare un giro d’affari record per un valore di 706 milioni di euro con un incremento annuo del 19%. Una boccata di ossigeno per molte realtà della ristorazione che si è estesa anche agli agriturismi con molte strutture di Campagna Amica e Terranostra che si sono impegnate a consegnare il pranzo pasquale direttamente nelle case degli italiani lungo tutta la Penisola, ma in alcuni casi si sono organizzate consegne anche per il pic nic casalingo di Pasquetta.
Secondo la Coldiretti, almeno un milione di italiani ha dovuto rinunciare alle tradizionali scampagnate e alle gite fuori porta in agriturismo.

 

I nuovo poveri

Fra i nuovi poveri ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid.
A portare un po’ di serenità sulle tavole le tantissime organizzazioni del Terzo settore, dalla Caritas, alla Comunità di Sant’Egidio e alla stessa Coldiretti, che con Filiera Italia e Campagna Amica ha offerto a 20 mila famiglie un pacco di oltre 50 chili con prodotti 100% Made in Italy. Lodevole iniziativa, ma ben poca cosa rispetto alla dimensione del problema.
Infatti, la stessa Coldiretti ha sottolineato: “Si tratta della punta dell’iceberg delle difficoltà in cui si trova il Paese costretto a chiudere per tre giorni a Pasqua a causa dell’avanzare della pandemia”.
I tre giorni di Pasqua blindata in zona rossa costano 1,7 miliardi solo ai 360mila ristoranti, bar, pizzerie ed agriturismi costretti alla chiusura in tutta Italia proprio in uno dei weekend più importanti dell’anno dal punto di vista economico, con un impatto devastante su fatturati ed occupazione.  Alle perdite della ristorazione si sommano poi quelle dell’intero sistema turistico con il sostanziale azzeramento delle presenze che si trasferisce a valanga sull’insieme dell’economia per il crollo delle spese per alloggio, trasporti, divertimenti, shopping e souvenir. Senza il lockdown un italiano su tre (32%) avrebbe approfittato delle feste di Pasqua e Pasquetta per fare una vacanza secondo l’indagine Coldiretti-Ixe’.
Gli agriturismi peraltro sono spesso situati in zone isolate in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto e sono forse i luoghi più sicuri perché è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche.
Per effetto delle misure restrittive per l’emergenza Covid, l’84% degli italiani ha scelto di consumare il pranzo del Lunedì dell’Angelo tra le mura domestiche mentre un 9% si è avventurato a casa di parenti e amici sfruttando le deroghe del Decreto.
Coldiretti ha concluso: “Tra i piatti più gettonati di Pasquetta si classificano lasagne, salumi, formaggi, uova sode e le tradizionali grigliate in giardino o nel balcone. Non mancano però polpette, frittate di pasta o di verdure, pizze farcite, ratatouille e macedonia, ma anche colomba farcita da creme realizzate con la ‘cucina del giorno dopo’ favorita dalla tendenza a ridurre gli sprechi in un momento di difficoltà. Il menù, in molti casi è a base degli avanzi della Pasqua per la quale gli italiani hanno complessivamente speso 1,4 miliardi in prodotti tipici, vino e ingredienti delle ricette tradizionali fra pasta, carne, salumi, uova e formaggi”.
I tradizionali pranzi di Pasqua per centinaia di poveri tornano nelle mense della Caritas, dopo che lo scorso anno, in pieno lockdown per la pandemia, furono costrette a limitare tempi e spazi di questo importante momento comunitario.
Oggi la Caritas italiana continuando a sostenere la popolazione più povera e vulnerabile tenendo aperte le porte dei suoi centri e anche tramite la solidarietà a domicilio, risponde anche al Messaggio di Papa Francesco che invita a un cammino che porti alla riscoperta del vincolo di comunione, soprattutto con i poveri.

Questo ulteriore sforzo vorrebbe essere un segnale di speranza mentre si avvertono gli effetti della crisi economica scatenata dalla pandemia di Covid-19. L’ufficio studi Caritas ha infatti rilevato che la categoria dei cosiddetti nuovi poveri, rappresenta la metà delle persone che si rivolgono alle sue strutture, ovvero il 48% degli utenti rispetto al 31% della pre-pandemia. Inoltre sono aumentati gli italiani, le donne con figli minori e le fasce giovanili, che hanno perso il lavoro precario e con contratti a tempo determinato. Tutte categorie che si sono aggiunte a quelle che già si rivolgevano alle strutture Caritas, come casalinghe e pensionati.
Marinaro della Caritas ha dichiarato: “I centri di ascolto delle Caritas hanno visto aumentare il disagio sociale, per questo abbiamo offerto sostegni economici ma anche vicinanza psicologica”.
A Milano, alla vigilia di Pasqua, si è vista una fila lunga mezzo chilometro di persone in attesa di ricevere un pasto con uova di cioccolata e colombe. E’ la sconvolgente concretizzazione dei dati comunicati dall’Istat un mese fa dai quali è emerso che le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni, 335 mila in più.
Questa amara realtà è, da mesi, visibile in viale Toscana a Milano, in una delle sedi di Pane Quotidiano, l’associazione laica di volontariato milanese (dal 1898), che si trova a pochi passi dalla nuova sede dell’università Bocconi dove sorgono torri avveniristiche e circolari, mentre le file di persone questuanti arrivano al semaforo dell’incrocio con via Castelbarco. Soltanto li, ogni giorno, ci sono circa 3500 persone che ritirano un pasto, la fila può durare anche un’ora. Al sabato si trovano in fila anche oltre 4 mila persone. Il profilo sociale del povero è quello del lavoratore impoverito, non solo straniero ma sempre di più anche di cittadinanza italiana, disoccupato e precario. Si tratta di persone che, prima della pandemia, si mantenevano in equilibrio ai limiti della povertà e, negli ultimi mesi, ci sono entrati in pieno, dopo essere stati esclusi dai bonus simbolici, temporanei e occasionali erogati dal governo ‘Conte 2’ e prorogati solo in una piccola parte residuale dall’esecutivo Draghi. I volontari milanesi raccontano di incontrare liberi professionisti, persone con lavori precari, non regolari e anche in nero, che non hanno potuto accedere al Welfare dell’emergenza ed oggi sono ancora più esclusi. Una percentuale rende l’idea: il 65 per cento di chi ricorre sono stranieri, ma nell’ultimo anno si sono moltiplicati gli italiani. Il menu cambia, di solito sono previsti 300-350 grammi di pane, un litro di latte, un pacco di pasta, yogurt, formaggi e talvolta anche salumi, frutta, verdura e dolciumi.

Alla mensa di Santa Sabina della Comunità di Sant’Egidio di Genova hanno calcolato un aumento dei pasti serviti ogni giorno dall’inizio della pandemia da 450 a 850. La composizione sociale si avvicina molto a quella vista a Milano. Anziani, madri sole, padri separati, colf e badanti, italiani, stranieri e giovani che non riescono a sopravvivere con lavori precari. E poi professionisti ultracinquantenni, spesso lavoratori autonomi per i quali è impossibile accedere al modesto, e simbolico, bonus con il nome stridente «Iscro». Il reddito massimo da dimostrare per accedere a questa misura è 8.350 euro annui, mentre la media di chi è iscritto alla gestione separata Inps è 15 mila euro. I responsabili della mensa sostengono che era dall’ultima guerra che non si vedeva in città una richiesta così massiccia di aiuti primari. A Genova la sensazione è che siamo solo all’inizio. L’onda della crisi sociale è lunga e sta montando.
La povertà dilaga anche a Sud. Alla Fondazione Casa San Francesco D’Assisi-Onlus di Cosenza è stato descritto un profilo sociale preciso delle nuove povertà che riguardano anche nuclei familiari che fino a prima della pandemia avevano un equilibrio anche non precario e che ora accedono ai servizi dall’esterno. Chi, invece, aveva un equilibrio precario, è stato completamente sconvolto, come a tutti coloro che lavoravano in nero, o alla giornata, ma anche alle famiglie monoreddito.
L’assenza di un reddito di base non favorisce solo la crescita del lavoro nero e senza diritti, ma anche la povertà dei bambini. Recentemente, Save The Children ha stimato 160 mila bambini che non hanno accesso a un pasto garantito dalle mense scolastiche. Questo è un aspetto drammatico della chiusura delle scuole decisa in Italia, un paese che ha uno dei record europei negativi di didattica in presenza. La mensa era uno dei modi usati dai genitori per assicurare ai figli un pasto quotidiano. Questo, in realtà, non avviene in maniera uniforme sul territorio nazionale. Su 40.160 edifici scolastici, solo 10.598 hanno una mensa. A Nord ce ne sono di più, a Sud molto meno. Questo è un altro aspetto sostanziale della povertà educativa, aumentata a causa delle carenze tecnologiche che in Italia non assicurano un diritto all’accesso alla rete uguale per tutti e per le condizioni abitative dove le famiglie sono state costrette a convivere in spazi angusti durante la pandemia.
Strettamente collegata a questa situazione è la condizione sempre più precaria delle donne. L’Istat ha fatto un primo bilancio parziale degli effetti del ‘lockdown’ dell’ultimo anno. Tra il secondo trimestre del 2019 e quello del 2020 sono saltati 470.000 posti per le donne. E, su 100 impieghi persi al tempo del Coronavirus sono il 55,9%. Chiara Saraceno, commentando questi dati con Il Manifesto, ha detto: “Si sono persi molti redditi principali nelle famiglie, ma anche molti secondi redditi, quelli che di solito permettono di mantenere il nucleo sopra la soglia della povertà. Sono le donne ad avere il secondo reddito, sono loro a fare da cuscinetto di riserva. La crisi le colpisce molto duramente”.
Adesso il timore è che alla fine del blocco dei licenziamenti, a fine giugno per chi lavora nelle Pmi e nelle grandi imprese, e in autunno, per gli occupati nelle micro e piccolissime aziende, la fine delle proroghe dei cosiddetti sostegni (ex ristori) si aggiungeranno molti altri a questi esclusi dal Welfare sia dal cosiddetto reddito di cittadinanza che dal reddito di emergenza. Misure che non hanno impedito tale aumento della povertà perché pensate per segmentare la povertà e governare l’esclusione dei poveri.
Il rapporto della Caritas, nell’ottobre del 2020, aveva descritto gli effetti delle politiche sociali estemporanee adottate in Italia nei primi mesi del lockdown duro: “Con l’introduzione del reddito di emergenza, è stato il paradosso di misure emergenziali che generano esclusione e favoriscono gli affiliati al sistema di protezione e assistenza sociale, invece di coinvolgere nella maniera più ampia e inclusiva i destinatari dei sostegni. Un simile paradosso è stato l’effetto della moltiplicazione dei sussidi (i bonus per le partite Iva iscritte all’Inps e ad altre categorie di lavoratori indipendenti e intermittenti) e dei sussidi (il reddito di emergenza che ha duplicato temporaneamente il cosiddetto reddito di cittadinanza). Insieme, questi elementi, hanno rafforzato una politica tradizionale in Italia, quella della segmentazione della povertà in categorie create per governare i poveri e respingere nell’invisibilità milioni di altri che ora riappaiono nelle file in molte città”.
Mentre la politica si industria a sdoppiare il reddito di cittadinanza in una politica dell’assistenza e in una delle politiche attive del lavoro, già prevista dalla legge che lo ha istituito nel 2019, continua l’inesorabile frammentazione della misura a livello regionale. Ad esempio in Puglia, nel primo mandato del presidente Emiliano è stato varato un reddito locale, chiamato reddito di dignità (Red). Questo modello risponde alla consueta idea workfarista per cui i poveri devono lavorare in cambio di un sussidio a tempo da 500 euro mensili in media anche quando non esiste un lavoro e mancano gli strumenti amministrativi per la formazione obbligatoria, senza considerare le forme di sfruttamento del lavoro. In più mancano anche i fondi. Rosa Barone, assessore regionale al welfare, ha detto: “Purtroppo viste le tante domande arrivate l’assessorato è stato costretto a sospendere la presentazione delle domande il 30 dicembre 2020 e tante sono state quelle ammissibili ma non finanziabili”. In ogni caso la Puglia investirà altri 22 milioni di euro e sostiene che arriveranno a 3.600 famiglie.
A Vicenza, la Caritas Diocesana fa sapere che, oltre alle richieste di cibo alle mense, ci sono anche quelle per i posti letto. Prima della pandemia riguardavano una media di due italiani, oggi è salita a sette persone che non hanno un tetto e chiedono ospitalità. Sono persone più che adulte che hanno perso il lavoro e non riescono a pagare l’affitto. Questa situazione potrebbe peggiorare quando scadrà la proroga del blocco degli affitti dopo il prossimo 30 giugno. Nessuno, in un anno di pandemia, ha pensato a rilanciare una politica pubblica del diritto all’abitare.
L’unione inquilini ha chiesto un vero piano pluriennale e strutturale di edilizia residenziale con le risorse del Recovery plan. Venerdì 9 aprile i movimenti per la casa di Roma, insieme a associazioni come a Buon Diritto, Asgi e altri hanno lanciato una mobilitazione all’anagrafe della Capitale contro il Piano casa Renzi–Lupi ancora in vigore dal 2014 che, di fatto, i poveri che vivono in occupazione per necessità vengono espulsi dallo stato di diritto e privati dei diritti fondamentali.
Anche nella pandemia la guerra ai poveri non solo continua ma è diventata più aspra. Il diritto al lavoro, alla vita, alla dignità, alla salute, all’assistenza sono diritti umani inalienabili.
Più di centotrenta anni di battaglie socialiste per l’emancipazione dei lavoratori e delle donne, rischiano di essere annullate dalla crisi causata dalla pandemia. Tutto questo è inammissibile e viene spontaneo chiedersi se sta facendo più vittime la pandemia o le misure adottate per combatterla. Se fallirà il governo Draghi, rischia di fallire anche la democrazia italiana con tutte le conseguenze immaginabili.
Roma, 6 aprile 2021
Salvatore Rondello

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