martedì, 20 Aprile, 2021

Come la polizia politica del fascismo si è alloggiata nello stato repubblicano

0

I libri di storia sul nostro passato, quando sono di buon livello,  parlano al presente.Lo spiegano, in parte o in tutto.Di qui scaturisce l’argomento per cui il fluire della storia sarebbe  un processo, e che a dominare sia la continuità  invece della   rottura.
Questa biografia (appena pubblicata nella Collana storica diretta da Andrea Bosco)del prefetto Fede rico U. D’Amato, alla testa per molti cruciali de cenni dopo la guerra di liberazione di un potenti ssimo organo del Ministero dell’Interno (Giacomo Pacini, La spia intoccabile.Federico Umberto D’A mato e l’Ufficio Affari Riservati, Torino, Einaudi) è in controluce la storia di uno,ancora oggi,dei maggiori problemi dell’Italia repubblicana: il modo con cui,al di là degli esiti elettorali, è avvenuto l’isolamento del Pci.
Alla base ci fu, immediatamente dopo la guerra di liberazione, un’intesa strettissima tra il capo dei servizi segreti Usa in Italia James Christ Angleton e il suo collaboratore D’Amato. A loro avviso il fascismo era stato una sorta di male minore e occorreva concentrare ogni sforzo nella lotta al comunismo.
Il Pci era la principale forza politica e sociale dell’anti-fascismo,la meglio organizzata, con lega mi (compresi i finanziamenti regolarmente ricevuti) con l’Urss, una potenza straniera ostile alla Nato e all’alleanza atlantica. Per poterla arginare i governi,attraverso l’U.A.R. di D’Amato, hanno fatto ricorso sia agli Stati Uniti sia all’uso dei neofascisti.
Il Msi e il Pci sono ormai fuori dai radar della politica, sostituiti da sovranisti e  Lega. Ma per fare scemare, se non debellare, poteri e influenza dell’estrema destra e della sinistra comunista fino al 1974 ci  sono voluti  una quarantina di anni do po la guerra civile del 1943-1945.
In tale arco di tempo molte centinaia di migliaia di persone sono state assoggettate a controlli, scheda ture, intercettazioni ossessive. Non solo della loro vita privata, ma più a fondo, perfino dei costumi sessuali.E’ uno degli aspetti al limite della stessa costituzione assunto in Italia dall’anti-comunismo.
A darne una vivida e inquietante testimonianza fu il rinvenimento in Via Appia Antica, in un deposito di materiale di servizio del Ministero dell’Inter no, di registri di fonti e di molte copie delle schede personali redatte personalmente dal questore Silvano Russomando, stretto collaboratore di D’Amato.
Si ebbe così la conferma di quanto da molto tempo si sospettava, cioè che l’attenzione dei nostri apparati di sicurezza era stata rivolta prevalente mente verso cittadini con un orientamento politico di sinistra. E che  nei confronti dei neo-fascisti ci fossero stati controlli di minore intensità (salvo azioni plateali come la messa in salvo di Junio Valerio Borghese e in particolare lo scioglimento di due  associazioni estremistiche come Avanguardia nazionale  e  Ordine nuovo ad opera del ministro P.E.Taviani nel 1973). Non escluse forme di collaborazione, se non di vera e propria   complicità.
Di queste ultime Pacini sembra volersi occupare in prevalenza nei capitoli che dedica accuratamente alle stragi di Piazza Fontana a Milano, Piazza della Loggia a Brescia, alla strategia della tensione fino all’ecatombe – ancora sub judice – presso la stazione centrale di Bologna.
In realtà,se si legge il suo prezioso lavoro tenendo conto della sessantina di fittissime pagine di note bibliografiche, la musica cambia solfeggio.
Ciò che ne emerge è molto di più di quanto lo sguardo dello storico grossetano, pur muovendosi  tra  bolgie infernali ancora ribollenti di accuse e rancori, dà l’impressione (infondata) di voler circoscrivere ad alcuni episodi pur salienti. Lo fa con una scrittura e una metodologia sempre misurata, ma  pervasiva, che si distende sull’intero scenario della vita repubblicana.
L’U.A.R. e D’Amato sono lo spicchio di un’a rancia più grande. I governi antifascisti (penso ai ministri Giuseppe Romita, socialista e  soprattutto Mario Scelba, democristiano) si limitarono pura mente e semplicemente a consegnare ai maggiori dirigenti degli apparati informativi, di prevenzione e repressione, del ventennio mussoliniano e della Repubblica di Salò la difesa dell’ordine pubblico e la cura della sicurezza (interna e internazionale) del regime repubblicano.
Per fare qualche nome, si è trattato di funzionari del livello di Arturo Bocchini (capo della polizia dal 1926 al 1940 e autore del confino di polizia e degli Ispettorati speciali di polizia, formati da 50 ufficiali e 400 agenti operativi confluiti nell’Ovra); di Guido Leto (dal 1925 alla testa dell’Ufficio Speciale Movimento Sovversivo e successiva mente alla testa dell’Ovra, il principale organo di spionaggio politico, fu uno dei maggiori esperti della lotta per repressione delle attività del Pci) e Carmine Senise (nel 1930 a capo della Direzione generale affari riservati che nel 1932 passerà nelle mani di Leto).
Compiti e personale della disciolta PolPol (cioè della fascistissima Divisione della polizia politica, che svolgeva funzioni in gran parte confidenziali e impiegava informatori e amministrava fondi segreti) erano passati sotto il loro controllo.Nelle 12 cd Zone (e sottozone) Ovra fu assoldata una grande massa di confidenti, infiltrati,provocatori infilati nel cuore delle organizzazioni clandestine anti-fasciste.
Grazie a Romita e a Scelba, funzioni,metodi e tecniche adottate da Bocchini, Senise e Leto furono trasferiti all’U.A.R. nel secondo dopoguerra.Il personale dell’Ovra, dopo essersi schierato non col governo Badoglio, ma con la Repubblica sociale, sarà anch’esso, in gran parte, reclutato dall’U.A.R. sancendo il principio della continuità istituzionale anche negli apparati di polizia.
Resterà,questa, una ferita aperta nella storia appena cominciata della Repubblica.Si è,alla fine, rischiato di vedere l’ufficio di capo della polizia addirittura intestato allo stesso uomo forte dell’Ovra e dell’anticomunismo,cioè Guido Leto.
Ma egli stesso, insieme a Gesualdo Barletta, Saverio Polito, Ciro Verdiani (tutti ex responsabili dell’Ovra) si trovarono a far parte della commissione, istituita da Scelba nel dicembre 1947 presso il Viminale, per mettere a punto un sistema di rafforzamento delle forze di polizia nello stato antifascista.
Perciò avrebbe senso chiamare,  più corretta mente, se non si considera la carta costituzionale, il regime succeduto alla dèbacle del fascismo col nome che rende meglio la sua biografia, cioè uno Stato post-fascista.
Tra l’inizio degli anni Sessanta e  la metà degli anni Ottanta, la  regia dei corpi di polizia dediti all’intelligence ha avuto  come motore l’U.A. R.
Come hanno documentato sia Pacini sia Giovanna Tosatti (in un recentissimo saggio su “le Carte e la Storia”), era una struttura semplicemente illegale. Non prevista dalle leggi, mai approvata dal parlamento.
E ha avuto per regista un uomo solo.Non era uno chef (anche se per Rizzoli, a metà degli anni Settanta del XX secolo ha pubblicato una guida dei  ristoranti),ma certamente un bon vivant, amante di piatti (di origine francese) allo zafferano. Si chiamava  Federico Umberto D’Amato.
Di lui la Tosatti ha recentemente scritto: “le sue pesanti responsabilità, che restano «presunte» rispetto alla strage di Bologna, ma che sono ormai acquisite per quanto riguarda la sua opera di depistaggio delle indagini, di sottrazione di prove alla magistratura, di copertura delle azioni terroristiche messe in atto da estremisti di destra per raggiungere l’obiettivo di ’destabilizzare per stabilizzare’. In piena sintonia con l’azione della Cia e della P2 e dei molteplici disegni politici sottostanti alla strategia della tensione”.
Per rendersi conto del potere accumulato basta ricordare quali furono i settori di cui il governo gli chiese di continuare ad occuparsi dopoché, nel  giugno 1974,  lo aveva spedito (pensando di punirlo!) a dirigere la polizia di frontiera: ”dalle origini, la natura, i collega menti internazionali del terrorismo, al caso Moro; dalla strutturazione, competenza, funzionamento dei nuovi servizi se greti, al mantenimento e sviluppo di rapporti  con i servizi paralleli e alleati”.
Per svolgere questi compiti di natura informativa richiestigli dal ministero dell’Interno (allora diretto da Virgilio Rognoni), D’Amato  ritenne opportuno iscriversi anche alla P2. Ed ebbe diversi rapporti personali diretti con Piero Gelli.Ma con lui, come dichiarò al suo superiore, non avrebbe avuto nulla da spartire trattandosi,a suo avviso,di ”un cretino che diceva delle tremende banalità…”.
Agli inizi egli anni Novanta,deponendo alla Corte d’assise di Roma, descrive Gelli come un difensore del governo fondato sull’intesa Dc-Psi dal quale traeva molti miliardi e grande potere:”Non parlava altro che del fatto che bisognava rafforzare il centro-sinistra, tenere da parte la destra perché lui non ne voleva sapere. E soprattutto fare una barriera contro i comunisti…Mi è sembrato piuttosto un uomo di potere, un uomo di affari che non mi pare avesse un interesse particolare a rompere un sistema nel quale stava così bene”.
Ci sguazzava dentro come un pesce nell’acqua, come scriveva D’Amato. Ben diverso, dunque, questo Gelli (cerimoniere, rassicurante, benevolo, amico di tutti), da chi lo descriveva come dedito ad attività di sovversione e di operazioni di restauro neo-fasciste.
Anche perché egli, col consenso dei ministri e dei capi della polizia, per raccogliere notizie sulle loro attività,preavvertendoli,avviò rapporti con agenti del Kgb, della Cia, del terrorismo palestinese, di dirigenti del Pci,del Msi, dell’estrema destra e dell’estrema sinistra.Di qui lo stupore di Giulio Andreotti che definisce questo comportamento “molto inquietante”.
Nessuna misura sanzionatoria venne presa dal governo contro D’Amato.Fino al 28 giugno 1984, quando andò in pensione,continuò a dirigere indisturbato la polizia di frontiera.Venne, invece, setacciata la vita, pubblica e privata,ed esposta allo scandalo, di altri funzionari che avevano fatto la stessa iscrizione ad un’associazione come la P2.Fu certamente in poca e nessuna sintonia con i valori della democrazia repubblicana.
Due pesi e due misure ancora una volta, come mostra la vicenda, per esempio, di Gaetano Stammati.
Da questa minuziosa ricerca storica di Pacini (circa 260 pagine) emerge in maniera assai documentata che all’apice delle istituzioni, con scivolamenti all’interno delle questure di ogni città,c’era stato una sorta di cavallo di Troia.
Come si deve chiamare diversamente l’Ufficio Affari Riservati? Sulla sua storia e importanza è tornata opportunamente, accedendo a fonti in parte diverse da quelle di Pacini, la maggiore studiosa del ministero dell’Interno, Giovanna Tosatti. Si attende ora l’uscita del suo nuovo saggio centrato sulla storia proprio della polizia.
Di fronte alle inconfessabili paure,resistenze, logiche di compromesso  dei ministri dell’Interno, D’Amato ha potuto godere di un potere enorme. Intanto fu il più stretto e fidato collaboratore della Cia, grazie al fatto di avere stabilito fin da 1944 un rapporto rimasto con James Jesus Angleton, il capo dell’OSS, il servizio segreto Usa pre-Cia.
Mi riferisco anche ad altre due prerogative. La prima: quella di compiere indagini, raccogliere informazioni, fare fermi, indicare piste ecc.con reclutamento di personale e una libertà d’azione inedita e non ripetuta. La seconda sembra altrettanto incredibile e soprattutto intollerabile: non mettere a disposizione dei magistrati le carte raccolte, le persone responsabili di crimini, i disegni di delegittimazione e addirittura di sfascio delle istituzioni.
E’ quanto è avvenuto per le indagini condotte sulle stragi di Milano e di Brescia come quelle sulla carneficina del 2 agosto 1980 presso la stazione centrale di Bologna.
Dunque,  questo ufficio del Ministero dell’In terno, sciolto nel 1974,  dalla fine della guerra fino a quella data è stato un organo di polizia che ha operato parallelamente con altri corpi di prevenzione e repressione.Ma,in realtà, “agiva in modo del tutto autonomo dalle canoniche forze di pubblica sicurezza e … era in grado di gestire e tenere a libro paga centinaia di informatori sparsi in gran parte del territorio italiano“. ( p. XIII).
Parallelamente non vuol dire che  attraverso prescrizioni normative sancite dal voto del par lamento,  sia stata compiuta una divisione dei compiti tra le nostre polizie, delle responsabilità, dei bilanci,del numero di dipendenti ecc.
Si è andati in ordine sparso nel tentativo di colpire diversamente e meglio, la delinquenza politi ca interna, il terrorismo anche estero e quanti, a qualunque titolo e con qualsiasi disegno politico, intendevano attentare  alla sicurezza del paese.
Il potere di cui si è munito D’Amato è stato un potere di fatto, cioè assolutamente discrezionale e quindi largamente illegale.
E’ il caso di  aggiungere che quanti (soprat tuto esponenti della Dc e del Psi) si sono alternati alla testa del Ministero dell’Interno sapevano che esisteva questa grande faglia di potere illecito.
L’hanno lasciato agire come se controllare le abitudini, gli interessi, le frequentazioni, cioè la vita  quotidiana di una quota consistente degli italiani fosse non tanto una regola legale, quanto, invece,una consuetudine accolta, da rispettare.
Ma chi leva alti lai su questo comportamento incongruo non di rado ha un cadavere nell’armadio. Non spiega che cosa avrebbe dovuto fare lo Stato repubblicano nei confronti di una forza come il Pci.
Era stata sicuramente l’epicentro della lotta antifascista, ma aveva conservato legami politici e finanziari con un paese straniero come l’Urss e per un certo periodo aveva messo a punto un apparato para-militare. Era di origine prevalentemente partigiana, e poteva servire per la conquista del potere o per difendersi da eventuali torsioni autoritarie di quello appena instaurato nel caso in cui avesse posto al centro della propria attività un’azione armata contro elettori e militanti del Pci.
Se la direzione degli apparati di intelligence era nota a tutti i governanti e partiti politici, non mancò ovviamente di interessare soprattutto i comunisti che furono il suo bersaglio preferito. Quando poterono (con Ugo Pecchioli, ministro-ombra degli Interni durante i governi di solidarietà nazionale) incidere su scelte di politica governati va, non mancarono di incontrare D’Amato, concordare azioni, fare nomine,cioè collaborare. Ma in assenza di documenti probatori, queste sono da considerarsi deduzioni e ipotesi di lavoro elementari, Comprensibili, ma da verificare.
Quando Berlinguer non sopportò i silenzi, le omissioni ed un’ eccessiva disponibilità a coprire le forze di destra, non risulta abbia osato ingaggia re una seria battaglia per sostituire D’Amato e neanche per far rientrare nella legalità il suo debordante ufficio.
Dalla creazione dell’Ovra al 25 aprile 1945, un alto funzionario come il suo fondatore, Guido Leto, aveva accumulato circa 6.000 casse (distri buite tra Salò, Vobarno. Valdagno e Palazzo La bia a Venezia) di documenti.Contenevano informa zioni per lo più sugli antifascisti.
Durante la guerra,insieme a D’Amato, Leto seppe conquistarsi le grazie dei comandanti dell’esercito (e dei servizi) alleati (ai quali propose di cedere quell’enorme archivio) e di quelli partigiani.
Si può anche dire che ha potuto godere di un occhio di riguardo, per lo scambio di favori instaurato con Nenni, Sereni e Togliatti.
Quando fu imbastito il rito (dagli esiti sempre ininfluenti e non di rado farseschi) delle epura zioni dei grandi funzionari  al servizio della dittatura, a toglierlo dall’imbarazzo pare sia stato proprio un intervento del segretario del Pci su Emilio Sereni che lo interrogava.La stessa sorte, cioè assoluzione subirono ad opera della Corte d’Assse di Roma,nell’aprile 1946, sia lui sia i suoi colleghi coimputati nell’accusa di colalborazioni smo Gesualdo Barletta, Salvatore Introna, Emilio Mangaaniello. Nel 1951 Leto potrà scrivere che “incredibile dictu;molti dei funzionari che già appartennero ai detti (della polizia politica e dell’Ovra fasciste) servizi coprono oggi posti di alta responsabilità e sono, a giusta ragione, ritenuti i migliori elementi dell’amministrzaione nella pubblica sicurezza”.
Una compatta coltre di silenzio avvolge ancora le ragioni di questa reciprocità di scambi tra partiti di sinistra e i loro persecutori, cioè tra vittime e carnefici.
D’Amato trattava con degnazione i ministri dell’Interno.Ad essi portava rispetto,ma  esigeva completa libertà di manovra.Alla magistratura riservò la considerazione che si deve ad un potere(da lui considerato)vicario, guardandosi be ne-come Pacini e ,la Tosatti documentano- dal comunicare i risultati delle sue numerose indagini. Era un dovere istituzionale che venne troppo spesso disatteso
A sé stesso D’Amato dovette il culto, auto referenziale, dell’eccellenza professionale. Per tanto si attribuì un reddito mensile di 5 milioni di lire(e altrettanto per ogni singola consulenza quando dovette lasciare l’U.A.R. per dedicarsi ad un  ramo istituzionale altrettanto potente come la direzione della polizia di frontiera).
Ma la figura di D’Amato e il ruolo avuto dal suo ufficio sono la metafora di un aspetto della storia dell’Italia antifascista e repubblicana. Anche da parte della storiografia,malgrado le anticipazioni critiche di uno studioso come Claudio Pavone o di un politico come Pietro Secchia,  si è finito per  mimetizzarla, se non ignorarla.
Un segnale di mutamento sono stati i corposi studi di Mauro Canali e Mimmo Franzinelli sui protagonisti dello spionaggio durante  il ventennio, e in particolare  con la  creazione, a metà degli anni Trenta, dell’Ovra;quelli di Giovanna Tosatti sulla struttura e sul funziona mento del  Ministero dell’Interno nel passaggio dallo Stato liberale al fascismo, e recen temente sulle polizie speciali da parte di V. Coco;l’approccio ai servizi segreti di Giuseppe De Lutiis,quando l’accesso a documenti di ar chivio erano scarsissimi, e la recente sconvol gente memoria (sulle omissioni e le defezioni dei grandi magistrati milanesi) sulla strage di piazza Fontana ad opera di un giudice non cloroformizza bile come Guido Salvini.
Va anche detto che propositi e speranze riformatrici dell’antifascismo furono pagine subito strappate dopo il 25 aprile 1945.Mi riferisco al fatto che i governi De Gasperi, ma anche quelli successivi dominati, in forme e misura diverse, dalla presenza di socialisti e comunisti,per contra stare i propri avversari si servirono delle com petenze e della professionalità di quelli che erano stati anche i loro nemici,cioè esponenti di primissimo piano della polizia politica fascista.
Competenze e professionalità che comportarono il restringimento dei diritti di libertà, il manca to  rispetto della pari dignità ed uguaglianza, la non discriminazione ecc.
Si ama, però, tacere sul fatto che proprio chi ne fece il maggiore uso, Mario Scelba, nel febbraio 1955 non volle stravincere. Si oppose, infatti, all’adozione di un provvedimento legislativo  per porre fuori legge il Pci.Il che fu oggetto di una discussione tra Taviani, allora ministro della Dife sa, M. Scelba, G. Saragat e G. Martino, sulla base della documentazione relativa ai finanzia menti  sovietici al Pci forni ta dal capo del Sifar gen. Ettore Musco. Sulla vicenda le prime analisi  di Mario Del Pero,pubbicate sulla rivista dell’Istituto Grtamsci “Studi Storici”, sono qui approfondite,seppure nelle note bibliografiche, da Pacini.
Per quale  ragione,dunque, si continua nel vezzo un pò carnascialesco di stracciarsi le vesti e concentrare ogni ostilità e denigrazione sul solo D’Amato, che sicuramente non fu in grande sintonia con i valori dell’Italia antifascista?
Pacini non si dedica a questo sport nazionale perché, da storico,vuole  solo capire, descrivere un personaggio e attraverso la filigrana di esso una fase della nostra storia.
Invece,dalla stampa e dalla  saggistica(direi so prattutto di sinistra)una figura sicuramente inquie tante come D’Amato fino ad oggi è stata additata al pubblico ludibrio,ben oltre le sue responsabilità di opinabile servitore dello Stato.
La versione data in pasto a lettori ed eletto ri  corrisponde a quella  di  una mela marcia,un intruso e, quindi, un’eccezione nelle scelte fatte dall’anti-fascismo al governo.
Purtroppo le cose non stanno così.Il saggio recente di Pacini ne ha recuperato il ruolo-chiave in veri e propri processi di mancata democratizzazione di settori importanti dello Stato dopo la guerra di liberazione.
Secondo Giovanna Tosatti, è sicuramente “per certi versi stupefacente” che di lui si siano serviti i ministri dell’Interno e i capi della polizia dei governi sia di centro sia di centro-sinistra, e soprattutto gli “abbiano lasciato piena autono mia e libertà di azione”. Ma sul piano storiogra fico anche la Tosatti non può negare che si tratta di un “personaggio, peraltro, certamente dotato di rare capacità, a suo modo poliedrico, forse sfuggente, mai banale però, per compren dere il quale,se se ne volesse tentare sia pure per accenni una biografia, non sarebbe sufficien te limitarsi a descriverne la carriera racchiusa nel fascicolo personale”.1:
Di recente il prefetto lo si è tirato in ballo nelle inchieste giudiziarie sulla strage di Bologna del 2 agosto.Secondo l’accusa mossagli dalla Prucura generale della Repubblica sarebbe stato uno dei beneficiari di una consistente somma di Euro per acquistare una casa a Parigi. Erano soldi che prove nivano dal naufragio del Banco Ambrosiano(una delle principali banche private cattoliche italiane)e dalle spartizioni che il suo presidente,Roberto Calvi, durante il fallimento miliardario dell’istitu to di credito,aveva affidato alla cura dall’inventore della P2, Piero  Gelli.
Mi pare sensato attendere dai magistrati inquirenti di Bologna qualche (non generica) prova.Diversa dall’accusare personaggi che, essendo morti, sono nell’impossibilità di difendersi, cioè di negare le imputazioni di cui si fa loro discrezionalmente carico.
Ad essere imputato di un reato gravissimo come l’organizzazione, insieme al giornalista Mario Tedeschi, della strage alla stazione centrale di Bologna, non è solo la persona del prefetto D’Amato, ma l’istituzione dello stato che egli rappresentava.
Pacini è uno studioso indipendente,e non ama trinciare giudizi.Si è permesso di osservare quel che è nell’elementare civiltà di ognuno:cioè che l’eventuale acquisizione della prova di un finanzia mento disposta da  Gelli nei confronti di D’Amato non ha nulla a che fare con la carneficina del 2 agosto a Bologna.
Occorre,infatti, dimostrare che gli estremisti, non di rado assassini professionali o vecchie talpe dell’eversione destrorsa,che sono stati destinatari di flussi di denaro, li abbiano ricevuti al fine specifico di compiere una carneficina come quella di Bologna.Se,invece, si intende dare la stura a sospetti, fantasie, algoritmi, processi alle intenzioni, questa è un vecchio spartito che dopo decine di anni è foriero solo di una noia infinita.
E’ un motivo in più, a mio avviso, per sperare che la Procura generale della Repubblica di Bologna voglia insistere-e non chiudere- le indagini sull’eventuale ruolo avuto da altre centrali (come quelle mediorientali) dell’eversione e della de-legittimazione.Più di quelle (meramente ideologi che) dei neo-fascisti, avevano fortissimi interessi di potere  a cercare di piegare le resistenze degli Stati, a cominciare da quello italiano, spargendo il terrore.
Mi riferisco alle manovre e allo spirito di rivalsa e vendetta del colonnello libico  A. Gheddafi.
Pochi giorni prima dell’ecatombe di Bologna aveva minacciato pesantemente  e ripetutamente il governo italiano, perché,su richiesta della Nato, aveva  contribuito ad estrometterlo dal vero e proprio prottetorato esercitato sull’isola di Malta.
Com’è noto,la Libia aveva a libro paga la primula rossa del terrorismo Carlos e il  Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
Questi ultimi avevano un proprio agente a Bologna, Abu Saleh Anzeh, al quale fu affidato il traffico di una partita di missili di fabbricazione sovietica e godeva della stima (e delle convenienze) di un dirigente dei nostri  servizi in Medio Oriente, Stefano Giovannone.
Colonnello del servizio segreto militare in Medio Oriente,era uno dei maggiori referenti di quello che è stato chiamato il “lodo Moro”, dal nome del  leader politico al quale era molto legato.3
E’ un argomento,questo, sul quale Giacomo Pacini ha portato un contributo di ricerca di prima grandezza nel saggio pubblicato  nel volume (a cura di Mario Caligiuri), Aldo Moro e l’intelligen ce, edito da il Mulino.
Purtroppo su queste questioni cruciali la ma gistratura ha subito l’incredibile irrisione e di vieto  di un gruppo di pressione assai invasivo e ha accolto con grande acquiescenza l’emissione di filastrocche sui segreti di stato  dei governi.
Il fatto che si tratti di atti prolungati, ormai senza limiti di tempo, coincide con la volontà di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. E con essi l’accertamento delle azioni criminali e stragiste. Con esse si è cercato di rendere la transizione dell’Italia  postfascista un’oscura e fragile fuoruscita dal passato o una condanna, negli equilibri del mediterraneo, ad un ruolo vicario di vecchie e nuove grandi potenze.

 

Salvatore Sechi

 

Giovanna Tosatti,Storia del Ministero dell’Interno, Il Mulino, Bologna.
Mauro Canali, Le spie del regime, il Mulino, Bologna.
Mario Caligiuri (a cura di),Aldo Moro e l’intelligence, il Mulino, Bologna.
Vincenzo Coco, Polizie speciali, Laterza, Roma-Bari
Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia,Sperling e Kupfer, Milano
Claudio Pavone, Alle origini della Repub blica, Bollati Boringhieri, Torino
Guido Salvini (con Andrea Sceresini),La maledizione di piazza Fontana, Chia re lettere,Roma.
M.Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra, Bolla ti Boringhieri, Torino.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply